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Monthly Archives: October 2011

Diciotto

Ragusa, Italy

Il 15 giugno del 2003 avevo compiuto 18 anni da meno di una settimana. Reggevo in mano una nuovissima tessera elettorale che avevo appena guadagnato arrivando alla maggiore età. Ricordo la felicità che provai quando il Ministero dell’Interno indicò la metà di giugno per il referendum. La mia unica felicità per essere arrivato a diciott’anni era appunto poter votare. Finalmente, prendere in mano una matita e porre un segno incancellabile che indicasse la mia volontà di cittadino, nella piena libertà della cabina elettorale. Come regalo di compleanno, la Repubblica Italiana mi consegnò due quesiti referendari. Una brutta abitudine italiana induce i politici a chiedere ai cittadini di “andare al mare” invece di recarsi alle urne, in modo da non far raggiungere il quorum per i quesiti meno convenienti ai poteri forti.

Io non avevo nessuna intenzione di dare priorità al mare. La scuola era finita, potevo andarci prima e dopo aver votato, e per tutti i giorni a seguire fino a settembre. In bicicletta, in motorino… a mare sarei andato comunque. A votare, invece, quando mi sarebbe capitato di nuovo? Berlusconi era saldamente al potere e le più vicine elezioni sarebbero state le Europee del 2004! Come riuscire ad aspettare così tanto?

Nei giorni precedenti al voto mi informo, leggo, ascolto, provo a capire qualcosa. A scuola, ci sorbiamo ore di assemblee di istituto sul valore dello statuto dei lavoratori, oggetto del referendum. Infatti, il primo quesito chiede l’abrogazione dell’art. 18 dello statuto, il che avrebbe significato l’equiparazione ai dipendenti delle aziende con meno di 15 dipendenti a tutti gli altri. Voluto dai sindacati di sinistra, questo referendum mirava ad uniformare la legislazione sul licenziamento dei lavoratori nelle piccole aziende, che erano esclusi dalla protezione dell’art. 18, che consisteva nella dimostrazione da parte del datore di lavoro che il licenziamento era avvenuto per “giusta causa o giustificato motivo”. Il quesito referendario, come da ordinamento italiano, era posto con sintassi negativa e chi volesse allargare la protezione della “giusta causa” avrebbe dovuto apporre un segno sul quadrato che circondava la parola “Sì” sulla scheda.

L’altro quesito, molto meno rilevante a livello mediatico, chiedeva l’abolizione del decreto regio (sì, si trattava di una legge mussoliniana ancora in vigore) che dava facoltà allo Stato di sottrarre degli appezzamenti di terra privati per l’installazione di condotti elettrici o tralicci. In barba a qualsiasi principio di Stato liberale, in cui credevamo di risiedere, la volontà statuale superava il principio della proprietà privata e procedeva a obbligare il passaggio di condutture elettriche ove ritenesse opportuno. L’inquinamento elettromagnetico causato da tralicci e cavi aveva spinto i Verdi a proporre il quesito.

“Giovanni, ti passo a prendere in motorino e andiamo a votare!”. Rimetto il cellulare in tasca, prendo le chiavi e via. Avrei dovuto essere bravo a distinguere i colori delle schede quel giorno. Perché avevo deciso di votare non secondo le mie inclinazioni politiche e rivoluzionarie. Era il primo segnale di resa verso il realismo tipico degli “uomini vissuti”? No. Ma credevo di comprendere quali meccaniche fossero create da diversi rapporti di lavoro, essendo figlio di un proprietario di un piccolo negozio con “meno di 15 dipendenti”. Nello sconfinato mondo delle piccole imprese italiane, che stavano lentamente estinguendosi in favore di franchising, grandi marche e centri commerciali, irrigidire il licenziamento avrebbe impantanato ogni possibilità di ripresa. Tanto più che le piccole imprese sfruttavano poco il lavoro “atipico” e avevano ricevuto incentivi a regolarizzare la posizione lavorativa dei propri dipendenti (N.B.: quelli in nero, si potevano continuare a licenziare con o senza art. 18). Consegnai carta di identità e tessera elettorale convinto, mi recai dietro la tenda di plastica della cabina e, alla luce fioca della lampadina incandescente che pendeva sul leggio, con la mano tremante per l’emozione, ma ferma nell’intenzione, votai NO al quesito per l’estensione dell’art.18 (per la cronaca, votai Sì a quello per l’abolizione della “Servitù coattiva di elettrodotto”).

No? Ma non eri di sinistra, Paolo? Non hai un briciolo di considerazione verso i diritti dei lavoratori? Non vuoi estenderli a chi non li possiede? E tutti i discorsi sull’uguaglianza, le teorie marxiane sullo sfruttamento del lavoratore dove sono finiti? Minoranza nella minoranza, a quorum non raggiunto, sono parte del 13% dei pochi italiani che hanno votato NO (per un’analisi più accurata, i NO al secondo quesito sono stati più numerosi – circa 150.000 in più – cosa che porta a pensare che ci sia stato una bassissima percentuale di voto disgiunto; cioè, chi ha votato NO da “conservatore” per un quesito, ha rispettato la propria “conservazione” anche nell’altro).

La politica italiana ha la memoria corta, ultimamente. Dopo il referendum che aveva portato all’archiviazione di ogni piano per lo sviluppo dell’energia nucleare nel 1987, un decreto del 2010 aveva riproposto il piano nucleare in maniera subdola, ma non abbastanza da non essere notata. Il governo agiva in contraddizione rispetto alla volontà popolare espressa. E la nuova espressione popolare del giugno del 2011 ha definitivamente sancito che in Italia, preferiamo non affidarci all’atomo (altra nota: da debole patriota, questa volta ero talmente sicuro della vittoria dei “Sì” che non mi sono neanche preoccupato di farmi arrivare una scheda per votare mentre ero in California). Allo stesso modo, ricevuta una missiva da Francoforte, il governo italiano sta subdolamente provando a stralciare l’art.18 tout court per ottemperare al suggerimento di rendere i licenziamenti più facili venuto dalla Banca Centrale Europea (altra nota/bis: fermo restando che la BCE è “la più indipendente delle banche centrali”, anche i governi sono indipendenti dalle banche centrali e non vedo perché si debbano trasformare in buoi acefali che attingono alla fonte della verità, invece che cercare soluzioni sulla base dei suggerimenti ricevuti). Il subdolo uso della comunicazione con i cittadini tanto di moda non ci piace, d’accordo. Ma l’art.18 ci piace?

Lo Statuto dei Lavoratori è stato scritto decenni fa, quando non esisteva il lavoro “atipico” (se non in nero), il sogno del piccolo borghese era che il figlio ottenesse “un-posto-alla-posta” e non si conosceva il termine flessibilità. Oggi il mondo è cambiato. I “protetti” da leggi, sindacati e tribunali sono coloro che il lavoro lo hanno già. Chi lo perde, non lo trova, o è costretto a snaturarsi per rientrare in categorie atipiche improponibili non ha alcun tipo di protezione e non vede la luce alla fine del tunnel. Proteggere chi è già dentro rende il mondo del lavoro meno fluido e più rigido. Bisogna allora, con un tratto di penna eliminare la “giusta causa” dalle motivazioni per il licenziamento dei lavoratori? No, certo. Fare solo questo sarebbe da irresponsabili. Tuttavia, aprire un dibattito per il rinnovamento dello Statuto faciliterebbe la fine di pratiche barbare quali l’uscita di FIAT da Confindustria, gli scioperi preventivi delle CGIL, l’uso forzato e improprio delle partite IVA, la coltivazione di “bonsai” nello sterminato campo degli stage.

Prima di fare scelte scellerate da giustificare con i suggerimenti di Trichet e Draghi, spero che il governo dia spazio al dibattito. E spero che questo non sia rovinato dal pensiero Novecentesco di partiti e corpi intermedi, che stanno ostruendo la porta del futuro ai giovani.

A few thoughts on violence

When violence ensues as a means for voicing people’s opinions, the State has to fight back. Why is violence an unacceptable instrument? I am 99%, agree with 99% of what the protest is lamenting, but am not sure of the 1% of the questions they’re leaving out. As a non-violent person, I have to come to terms with violence, its roots, its meaning, and its consequences.

Giarre, Italy

In the past week we’ve been witnessing widespread violence during some of the demonstrations that are uniting the “Ninety-Nine Percent” against the wrongdoings of the capitalist society. To be explicit, Italy and Greece have shown the fiercest episodes of violence. In the United States, violent police repression has not met any violent reaction from the camping crowd.

What is the picture of the current situation globally? The 99% is protesting against the crisis that the capitalist financial groups have contributed to create. They are also blaming governments who have proven unable to take a single step in favor of the many in these times of hardship. There’s little in the 99% program as far as solutions are concerned. That’s because the 99% is everyone, and not even common sense gets to be that common. Tax the rich, free the market, help national companies, liberalize the markets, lower taxes (and so on) are incompatible demands. The positive sides of the protest are: the capacity to respect each other’s opinions and the acknowledgement that people have indeed a say in politics.

Politicians have tried jumping on the bandwagon of the protest, in order to gain support for the next elections. However, the movement has politely (sometimes roughly) asked them to let the 99% speak, excluding them from the proportion. This can be an interesting point for debate. How can one claim to be practicing “perfect and pure democracy” when the 1% is deliberately excluded? Representative democracies constantly exclude one minority or the other, but this movement calls for cornering one tiny slice of society and denying them the widely-chanted democratic values.

Politicians have looked down on the movement because of its lack of organization and structure. Without a clear hierarchy, it is more difficult to synthetize the thoughts of the 99% in a program to come out of the crisis. Without a chief and a board, responsibilities are unclear, control is harder, and predictability is zero.

These past two paragraphs lead to my first conclusion. The State and the parties are acting in a very conservative, quasi-fascist manner because they have not understood the movement. Also, they don’t want to admit that this crisis is their fault and that the system they’ve been part of is corrupt (not just money-wise, but its mechanism has proven disruptive for our social life). So police is violent, violent groups (otherwise easily targeted) are left free to rampage cities such as Rome and Athens, yes, the nests of what we now call “Western democracy”, and the media spreads terror lexicon on our faces.

But, is violence not the right answer? No. According to the State, parties,the 99% protesters – according to everybody – violence has to be censored, rejected, condemned, hated, incarcerated; it needs special police forces, special laws, special articles on the newspapers. Even “special reporters” have used their skills with their mobile phones to record and denounce the violent hooligans at the rallies. The novelty here is that these “special reporters” are not journalists, they are from the crowd. They are citizens, the 99%, the average person. The new kind of civil war is conducted on YouTube, and there’s three sides in it: the 98.9%, the 0.1%, and the 1%. Thanks to the fact that we make up these figures, it will always round up to 100%. The last time I was confronted with this kind of “social police”, I was reading George Orwell, Nataliya Ginzburg, Boris Pasternak. I hope such kind of society is not what the 99% movement stands for.

OK, so violence is not the right answer for who is in power or who votes for them. So why is that the democratic institutions are responding so violently? Is it just to abide to the weberian precept that the State should own the monopoly over the use of force? No. The State is trying to reinforce and protect itself, to become compelling for the many. It is only by becoming the paragon of any societal interaction that the State can continue living. And not having a grip on violence weakens the structure. Without being apologetic of violence as a way to foster dialogue – it is not – I think violence should be regarded as one way to express social discontent. For this reason, I think and I hope, the Italian 99% movement has not taken a bold stance against violent groups.

It is crucial for those who would rather like to build a new society based on equality and freedom of expression to deal with violence. Just denying it or rejecting it won’t make the discussion go further.

 

These are my serious thoughts on violence, in the next days I’ll outline my silly plans to solve violence among people and finally reach a human condition.

Le impalcature di una società precaria

Giarre, Italy

Dovrei fare altro (principalmente dormire e trovare un bioritmo decente), ma non posso. L’attività politica del gruppo di cui faccio parte da un anno ormai si sta scontrando sempre più spesso con una generazione di italiani che cade a pezzi. Il nostro tentativo di risolvere la situazione si concentra principalmente nella comprensione delle impalcature che mantengono in vita una società ingiusta e precaria. Conoscere gli strumenti attraverso i quali l’Italia del 2011 tratta alcuni suoi cittadini come l’antica Roma trattava i non-cittadini ci aiuterà a capire quali punti chiave toccare per far cadere l’edificio-prigione che ci opprime.

I ragazzi non trovano il lavoro per cui hanno studiato. I ragazzi che hanno preferito non studiare, non trovano un lavoro dignitoso e si trovano costantemente sotto scacco. I loro padri cinquantenni perdono il lavoro, le loro madri si trasformano da “motore dell’azienda” in “personale in esubero”. I nonni, grazie al cielo, fanno arricchire le società farmaceutiche e inviano “rimesse” alle loro famiglie. Loro non smettono mai di essere il motore dell’Italia. Il che è anche comprensibile in un Paese il cui profilo demografico appare come un calice (la proporzione di over-65 crescerà senza sosta). I rappresentanti del popolo, nel frattempo, si occupano di faccende private (2002-2006 e 2008-2011), di ricette di modernizzazione mal congegnate (1998-2001 e la new economy di 2001-2002). Oppure bisticciano per una poltrona, per un minuto in TV, per un appalto edilizio, per un taglio del nastro, per una pacca sulla spalla (1946-2011).

Quali sono i puntelli da far saltare, invece che rafforzare? Molti esperti e pensatori sono convinti che le opere od omissioni fin qui viste siano da riformare, da migliorare, da potenziare. A destra si affrettano ad applaudire il tentativo modernista di Treu, a sinistra si compiange il “metodo-Biagi” perché davanti a un lutto, tutti diventano compassionevoli. L’intenzione di Treu era quella di facilitare la comunicabilità tra mondo dell’educazione e mondo imprenditoriale per l’inserimento dei giovani nel mercato del lavoro. Il piano incompleto e infinito di Biagi era quello di rendere più fluido questo mercato del lavoro, all’interno del quale si potesse facilitare la mobilità (orizzontale e verticale), la famosa “flessibilità”. Tuttavia, alcuni esempi ci dovrebbero servire per allontanarci da tali soluzioni che, poco seguite e mal applicate, non solo non hanno risolto i problemi, ma hanno mandato una società in rovina.

L’Italia creativa, dei talenti che hanno potuto e voluto, si è trasferita all’estero o è in procinto di farlo. Molto spesso, chi è rimasto si vede strozzato da un sistema che non permette la libera espressione delle proprie capacità. Il giornalismo d’inchiesta si sta finalmente occupando del problema e finalmente ci lascia vedere la dura realtà del precariato italiano, mettendoci di fronte al problema. I cervelli fuggono, la struttura oppressiva si svuota ma non cambia. Il tirocinio (o stageinternship), il dottorato senza borsa, il contratto a (finto) progetto, la (finta) partita IVA. Questo ci è stato consegnato da 20 anni di non-Politica.

Che fare allora? Indignarsi e chiedere soluzioni a chi ha sbagliato? Forse è venuto il momento di rimboccarci le maniche e provare a dare il nostro contributo, senza aspettare che questo Stato borbonico intraprenda un percorso di evoluzione verso un mondo del lavoro ben regolato, ben retribuito e nobilitante. È endemico, non succederà. Le società ineguali non completano mai il loro processo di maturazione verso un mondo più giusto. Ma se è l’ingegnere a non disegnare una buona struttura, cosa possono fare i manovali? Possono interagire con il problema e cercare di risolverlo. Certo, questo manderà su tutte le furie l’ingegnere, che si lamenterà con l’impresa edilizia del fatto di essere stato sostituito da incompetenti. Poco importa. I manovali non esistono perché esiste l’ingegnere, ma perché c’è bisogno di costruire qualcosa.

La spina dorsale dell’emancipazione del popolo dal suo stato di minorità è la partecipazione. Questo l’hanno capito in molti ormai. Molti che si sono rifiutati di votare alle scorse elezioni, che hanno promosso e fatto passare i referendum di giugno e che hanno raccolto le firme del 5% degli italiani (di tutti, non di coloro che possono votare) per cambiare la legge elettorale. Ad oggi, si è partecipato per rifiutare. Si sceglie la via partecipata, assembleare, attiva solo per riparare a una situazione di torto sociale, come la privatizzazione dell’acqua o la legge elettorale ingiusta. Dopo molte discussioni serali/notturne, insieme ad altre e altri, il gruppo di Candidamente è nato per facilitare un nuovo tipo di partecipazione che coinvolge l’atto positivo dell’individuo-cittadino. Tutti abbiamo la ricetta da Bar Sport per cambiare il Paese e spesso quando la scioriniamo, anche davanti a sconosciuti, questi annuiscono, sorridono, applaudono e poi concludono dicendo la loro. Una discussione meglio canalizzata, issue-oriented direbbero gli americani, focalizzata su un problema, ma non lontana dalla realtà complessiva.

Quello di cui abbiamo bisogno è un forte canale partigiano e patriottico, ma non partitico, per cominciare un periodo di dialogo orientato alla risoluzione dei problemi fondamentali della società italiana. Il lavoro è uno di questi. Si è scelto di cominciare da questo perché è forse il più urgente, quello che permetterebbe il cambio di direzione necessario per le successive riforme e rivoluzioni. Ragionando sempre dentro la legalità e con mezzi già esistenti nella nostra Costituzione, se tutti ci mettessimo attorno a un grande tavolo, potremmo fare sentire le nostre ragioni in maniera molto precisa, riconvertendo l’energia usata per scrivere striscioni in energia creativa per il bene comune. Attraverso questa piattaforma stiamo cercando di fare passare alcuni principi che ci sembrano basilari per cominciare il dialogo: l’uguaglianza, la libertà e la solidarietà.

Accanto ai principi, stiamo già cercando di far circolare, discutere e migliorare le nostre proposte sul mondo del lavoro. Vogliamo abolire lo stage come tramite per accedere all’occupazione; vogliamo venire incontro alle aziende colpite dalla crisi invertendo la piramide contributiva, rendendo i contratti atipici più costosi; vogliamo aprire un ulteriore dibattito sul ruolo della donna nel sistema-Italia. È necessario prendere posizione sui temi che ci riguardano. Solo così possiamo far cadere le mura della prigione e liberarci. Altrimenti saremo sempre costretti ad evadere.