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Diciotto

Ragusa, Italy

Il 15 giugno del 2003 avevo compiuto 18 anni da meno di una settimana. Reggevo in mano una nuovissima tessera elettorale che avevo appena guadagnato arrivando alla maggiore età. Ricordo la felicità che provai quando il Ministero dell’Interno indicò la metà di giugno per il referendum. La mia unica felicità per essere arrivato a diciott’anni era appunto poter votare. Finalmente, prendere in mano una matita e porre un segno incancellabile che indicasse la mia volontà di cittadino, nella piena libertà della cabina elettorale. Come regalo di compleanno, la Repubblica Italiana mi consegnò due quesiti referendari. Una brutta abitudine italiana induce i politici a chiedere ai cittadini di “andare al mare” invece di recarsi alle urne, in modo da non far raggiungere il quorum per i quesiti meno convenienti ai poteri forti.

Io non avevo nessuna intenzione di dare priorità al mare. La scuola era finita, potevo andarci prima e dopo aver votato, e per tutti i giorni a seguire fino a settembre. In bicicletta, in motorino… a mare sarei andato comunque. A votare, invece, quando mi sarebbe capitato di nuovo? Berlusconi era saldamente al potere e le più vicine elezioni sarebbero state le Europee del 2004! Come riuscire ad aspettare così tanto?

Nei giorni precedenti al voto mi informo, leggo, ascolto, provo a capire qualcosa. A scuola, ci sorbiamo ore di assemblee di istituto sul valore dello statuto dei lavoratori, oggetto del referendum. Infatti, il primo quesito chiede l’abrogazione dell’art. 18 dello statuto, il che avrebbe significato l’equiparazione ai dipendenti delle aziende con meno di 15 dipendenti a tutti gli altri. Voluto dai sindacati di sinistra, questo referendum mirava ad uniformare la legislazione sul licenziamento dei lavoratori nelle piccole aziende, che erano esclusi dalla protezione dell’art. 18, che consisteva nella dimostrazione da parte del datore di lavoro che il licenziamento era avvenuto per “giusta causa o giustificato motivo”. Il quesito referendario, come da ordinamento italiano, era posto con sintassi negativa e chi volesse allargare la protezione della “giusta causa” avrebbe dovuto apporre un segno sul quadrato che circondava la parola “Sì” sulla scheda.

L’altro quesito, molto meno rilevante a livello mediatico, chiedeva l’abolizione del decreto regio (sì, si trattava di una legge mussoliniana ancora in vigore) che dava facoltà allo Stato di sottrarre degli appezzamenti di terra privati per l’installazione di condotti elettrici o tralicci. In barba a qualsiasi principio di Stato liberale, in cui credevamo di risiedere, la volontà statuale superava il principio della proprietà privata e procedeva a obbligare il passaggio di condutture elettriche ove ritenesse opportuno. L’inquinamento elettromagnetico causato da tralicci e cavi aveva spinto i Verdi a proporre il quesito.

“Giovanni, ti passo a prendere in motorino e andiamo a votare!”. Rimetto il cellulare in tasca, prendo le chiavi e via. Avrei dovuto essere bravo a distinguere i colori delle schede quel giorno. Perché avevo deciso di votare non secondo le mie inclinazioni politiche e rivoluzionarie. Era il primo segnale di resa verso il realismo tipico degli “uomini vissuti”? No. Ma credevo di comprendere quali meccaniche fossero create da diversi rapporti di lavoro, essendo figlio di un proprietario di un piccolo negozio con “meno di 15 dipendenti”. Nello sconfinato mondo delle piccole imprese italiane, che stavano lentamente estinguendosi in favore di franchising, grandi marche e centri commerciali, irrigidire il licenziamento avrebbe impantanato ogni possibilità di ripresa. Tanto più che le piccole imprese sfruttavano poco il lavoro “atipico” e avevano ricevuto incentivi a regolarizzare la posizione lavorativa dei propri dipendenti (N.B.: quelli in nero, si potevano continuare a licenziare con o senza art. 18). Consegnai carta di identità e tessera elettorale convinto, mi recai dietro la tenda di plastica della cabina e, alla luce fioca della lampadina incandescente che pendeva sul leggio, con la mano tremante per l’emozione, ma ferma nell’intenzione, votai NO al quesito per l’estensione dell’art.18 (per la cronaca, votai Sì a quello per l’abolizione della “Servitù coattiva di elettrodotto”).

No? Ma non eri di sinistra, Paolo? Non hai un briciolo di considerazione verso i diritti dei lavoratori? Non vuoi estenderli a chi non li possiede? E tutti i discorsi sull’uguaglianza, le teorie marxiane sullo sfruttamento del lavoratore dove sono finiti? Minoranza nella minoranza, a quorum non raggiunto, sono parte del 13% dei pochi italiani che hanno votato NO (per un’analisi più accurata, i NO al secondo quesito sono stati più numerosi – circa 150.000 in più – cosa che porta a pensare che ci sia stato una bassissima percentuale di voto disgiunto; cioè, chi ha votato NO da “conservatore” per un quesito, ha rispettato la propria “conservazione” anche nell’altro).

La politica italiana ha la memoria corta, ultimamente. Dopo il referendum che aveva portato all’archiviazione di ogni piano per lo sviluppo dell’energia nucleare nel 1987, un decreto del 2010 aveva riproposto il piano nucleare in maniera subdola, ma non abbastanza da non essere notata. Il governo agiva in contraddizione rispetto alla volontà popolare espressa. E la nuova espressione popolare del giugno del 2011 ha definitivamente sancito che in Italia, preferiamo non affidarci all’atomo (altra nota: da debole patriota, questa volta ero talmente sicuro della vittoria dei “Sì” che non mi sono neanche preoccupato di farmi arrivare una scheda per votare mentre ero in California). Allo stesso modo, ricevuta una missiva da Francoforte, il governo italiano sta subdolamente provando a stralciare l’art.18 tout court per ottemperare al suggerimento di rendere i licenziamenti più facili venuto dalla Banca Centrale Europea (altra nota/bis: fermo restando che la BCE è “la più indipendente delle banche centrali”, anche i governi sono indipendenti dalle banche centrali e non vedo perché si debbano trasformare in buoi acefali che attingono alla fonte della verità, invece che cercare soluzioni sulla base dei suggerimenti ricevuti). Il subdolo uso della comunicazione con i cittadini tanto di moda non ci piace, d’accordo. Ma l’art.18 ci piace?

Lo Statuto dei Lavoratori è stato scritto decenni fa, quando non esisteva il lavoro “atipico” (se non in nero), il sogno del piccolo borghese era che il figlio ottenesse “un-posto-alla-posta” e non si conosceva il termine flessibilità. Oggi il mondo è cambiato. I “protetti” da leggi, sindacati e tribunali sono coloro che il lavoro lo hanno già. Chi lo perde, non lo trova, o è costretto a snaturarsi per rientrare in categorie atipiche improponibili non ha alcun tipo di protezione e non vede la luce alla fine del tunnel. Proteggere chi è già dentro rende il mondo del lavoro meno fluido e più rigido. Bisogna allora, con un tratto di penna eliminare la “giusta causa” dalle motivazioni per il licenziamento dei lavoratori? No, certo. Fare solo questo sarebbe da irresponsabili. Tuttavia, aprire un dibattito per il rinnovamento dello Statuto faciliterebbe la fine di pratiche barbare quali l’uscita di FIAT da Confindustria, gli scioperi preventivi delle CGIL, l’uso forzato e improprio delle partite IVA, la coltivazione di “bonsai” nello sterminato campo degli stage.

Prima di fare scelte scellerate da giustificare con i suggerimenti di Trichet e Draghi, spero che il governo dia spazio al dibattito. E spero che questo non sia rovinato dal pensiero Novecentesco di partiti e corpi intermedi, che stanno ostruendo la porta del futuro ai giovani.

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One response to “Diciotto

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