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Monthly Archives: January 2012

Al Capolinea – Prima Parte

Oakland, California

Al Capolinea - Emanuele Macaluso (2007)

Nell’agosto del 2007, al caldo del sole ragusano, stringevo tra le mani il libello di Emanuele Macaluso, politico troppo anziano e navigato per avere i peli sulla lingua. Freschissimo di stampa, mio padre lo aveva appena comprato, ma io gli tolsi subito il piacere di sfogliarlo. Ero molto curioso di leggere un’analisi di ciò che stava accadendo in Italia. Ero infatti appena tornato dall’Andalusia, dove avevo studiato per un anno, e avrei dovuto utilizzare il mio tempo per finire di scrivere la tesi, piuttosto che stare seduto su una sdraio a sogghignare di seguito alle frecciate del vecchio comunista.

Ma è così che va la vita. Alla fine, la tesi l’ho finita e mi è pure piaciuta. Ma quella pausa mi servì per comprendere quali perverse dinamiche stavano coinvolgendo i principali partiti italiani. A due mesi dalle primarie per scegliere il segretario nazionale del nuovo Partito Democratico, Macaluso scriveva che il PD era nato “al capolinea”. Fermo, senza una meta, senza impulsi al motore. La “fusione a freddo” di Margherita e Democratici di Sinistra, secondo chi aveva militato nel PCI mantenendo un’integrità personale e politica formidabile, non avrebbe funzionato.

Nel 2005, Salvatore Vassallo mi spiegò dalla sua cattedra i concetti fondamentali dello studio della politica. Dove finiscono i discorsi da bar e dove comincia la “Scienza”. A metà percorso, mi fermavo spesso a parlare con il professore durante le pause e all’esame scherzammo pure sul porcellum appena introdotto. Al mio ritorno in facoltà, stavolta all’inseguimento della Specialistica, Vassallo avrebbe approfondito, proprio in quell’autunno del 2007, quali sono i meccanismi che guidano il voto e la scelta politica e partitica. Lì mi innamorai di una “scienza di cartone”, le conseguenze dei sistemi elettorali. Da sempre mi incuriosiva comprendere come questi siano stati utilizzati come armi politiche dalle maggioranze parlamentari, per poi spesso non essere in grado di tradurre in pratica l’ingegneria elettorale abbozzata con alcuni modelli. Avrei chiesto a Salvatore Vassallo di diventare mio relatore e mi sarei tuffato in interessanti calcoli, se alcune coincidenze non mi avessero portato ad interessarmi del mondo post-sovietico nel semestre successivo. Alla fine, però, è stato un incastro fortunato, visto che nella primavera del 2008, alle elezioni parlamentari, Vassallo fu eletto tra le liste compilate dal PD, mentre ero ancora in cerca di un relatore.

Il mio mentore per l’analisi dei processi politici era andato a Roma. Io speravo che riuscisse a fare un po’ di pulizia tra i banchi parlamentari e nei congressi di partito. Purtroppo lo spirito di conservazione ha prevalso. Prima di Margherita e DS infatti, c’erano la DC e il PCI, due capisaldi della conservazione, due chiese che rispondevano a due dèi diversi. Il loro scopo principale durante la guerra fredda è stato di occupare il governo (l’una) e di non occupare il governo (l’altro). Così, dopo la caduta del muro e la diaspora comunista, invece di fare il salto verso il riformismo, rossi e bianchi hanno indossato gli abiti buoni e sono andati a cena. Mentre erano fuori, come nel famoso detto, il Topo di Arcore si mise a ballare. Lo sconquasso che procurò al sistema politico era totale nel 2007, tanto grave che bianchi e rossi decisero di fondere i propri ranghi e creare una forza che potesse, in virtù dell’esperienza del governo Prodi, caratterizzarsi come il nuovo grande partito delle masse immobili, una “balena rosa”.

Senza considerare la scelta infelice di creare un partito durante un governo a maggioranza risicata, minando la base parlamentare e creando un soggetto politico amorfo e senza legittimazione, il PD rappresentò la virata della politica verso il marketing elettorale. Invece di trovare il coraggio di scannare il porcellum ed evitare il macello della scelta popolare, il PD formava un conglomerato centrista che sperava di raccogliere i voti di DS+Margherita+altri moderati in quanto l’utilità di votare per un unico partito (o un cartello già coalizzato) era, secondo il segretario Veltroni, più alta rispetto al voto per una coalizione. Stravolgendo de facto molti dettami costituzionali e legali, la politica metteva il sistema elettorale al servizio dei suoi interessi, compilando furbamente le liste e scrivendo il nome del candidato premier sui simboli, nonostante tale compito non sia delegato al popolo, ma al Presidente della Repubblica. E intanto, Prodi doveva tenere insieme i “poltroni” dell’Udeur e i “massimalisti” con falce e martello, mentre faceva l’ospite di pietra nel PD.

Così Prodi cade, si va alle elezioni e il PD perde malamente le elezioni facendo registrare meno voti rispetto alle precedenti tornate. Come risultò da una chiacchiera con il professor Vassallo, era proprio improbabile che il PD riuscisse a mantenere entrambe le basi elettorali. Soprattutto se diceva di voler “correre da solo” mentre si fidanzava con il qualunquismo dell’Italia dei Valori e nonostante la chiamata al “voto utile” abbia avuto una presa decisiva sui confusi ex-elettori di DC e PCI. Durante l’ultima legislatura, il PD ha cambiato due segretari (Veltroni dimessosi dopo le elezioni e Franceschini, che nessuno si ricorda più grazie al suo carisma e alle sue decisive prese di posizione), ha perso ulteriori consensi ed elezioni e ha dimostrato che anche la leadership può frantumarsi così come era stata artificialmente creata (Rutelli e l’Api, l’esodo DS verso SEL e PSI).

Questa breve storia del PD non comprende tutte le vicissitudini più comiche, le campagne sbagliate di Bersani smanicato, gli autogol parlamentari della Binetti e del suo cilicio, la timidezza durante le crisi di governo a partire dall’estate 2010, fino al tardivo salto sul carro dei vincitori referendari lo scorso giugno e il caloroso benvenuto al prof. Monti, che sta mettendo in ginocchio il Paese intero, compresi i radikal-chic (con la kappa) che salutavano con piacere la fine dell’era del sorriso forzato. Questa breve storia prepara il campo al prossimo intervento, che parlerà del ruolo del PD in Sicilia. Senza sconti.

p.s.: il prossimo intervento arriverà tra circa una settimana, dato che attraverserò l’Atlantico verso casa, passando per Londra.

De Titulo Studii

Oakland, California

Il valore legale del titolo di studio è un velo che nasconde il vero problema. Questo è in risposta a tutti coloro che sono scesi in piazza contro Moratti e Gelmini e ora difendono a spada tratta il valore legale del titolo di studi e dicono: “Non ci basta, e non ci basterà mai, difendere l’università pubblica così com’è.” Questo è molto triste. Mi batterò per il cambiamento con o senza governi conservatori, “tecnici” o progressisti. Abbiamo un sistema vecchio che non può essere conservato. Questo sistema favorisce il protrarsi degli stessii clientelismi e illogicità di cui si ha paura ogni volta che si prova a riformare.

“In nome del popolo italiano e in virtù dei poteri conferitimi dalla legge La dichiaro dottore in …” Così comincia la proclamazione dopo (o al posto de) la discussione della tesi di laurea. Il valore legale crea un ombrello sotto il quale soggiornano tutti i laureati da un’università pubblica o da un’università privata riconosciuta dallo Stato. Il che significa che se ti laurei in Sociologia hai frequentato una facoltà di Sociologia o di Scienze Sociali e hai seguito dei corsi che hanno determinati criteri e ricevono un determinato codice perché rispondono a determinati criteri ministeriali. Insomma, una materia base di Sociologia può avere una sezione sull’impatto sociologico dei GameBoy, ma non può prescindere da Marx, Weber e Durkheim.

Quindi, a prima vista, questo serve a mantenere uno standard minimo per i corsi di laurea. Cioè non puoi laurearti presso una facoltà senza aver mai seguito i corsi fondamentali e conoscere le basi di quell’ambito di studi.

D’altra parte, però, con la riforma-suicidio del 3+2 e con il moltiplicarsi di mini-poli universitari e di corsi di laurea creati ad hoc per le baronie, il valore legale e il riscontro con lo standard ministeriale sono diventati un’arma per il clientelismo e lo spreco di denaro pubblico. Non è difficile trovare ragazzi che non hanno una particolare vocazione accademica ma ricercano il “pezzo di carta” (appunto in virtù del suo valore legale) presso università che hanno creato (e fomentano) un corso di laurea inutile per avere più iscritti e per giustificare lo stipendio della moglie, del cugino e del nipote del “dannifico” rettore.

Da qui arrivano molti dei 110 e lode di cui si parlava in uno scambio di opinioni molto interessante su LinkedIn.

Un altro ambito di applicazione è il “punteggio” nei concorsi pubblici. È per questo che molti impiegati al giorno d’oggi riscattano la propria anzianità per crediti universitari e si iscrivono presso facoltà (a volte relative al proprio lavoro) per ottenere il “pezzo di carta” che gli darà 2, 2.25, 3 punti in più e gli permetterà di restare a galla in un sistema pubblico che fa del turnover il suo principale strumento di assunzione. Questo lo trovo bieco e inutile. Immaginate quanto possa essere efficiente invece prevedere dei corsi di aggiornamento più frequenti e mirati (specialmente con le tecnologie che avanzano così rapidamente).

A chi dice che l’abolizione porterebbe alla creazione di università di sere A e di serie B, rispondo sottolineando i dati demografici di chi studia nelle prestigiose università del centro nord (quelle pubbliche). Solamente lì, infatti, troviamo studenti che si trasferiscono da ogni angolo d’Italia (parla un siciliano che ha studiato per 4 anni a Forlì, dove la proporzione di studenti indigeni è circa il 10%). Al contrario, nelle università del sud, nonostante la validità di molte facoltà, studiano solo i locali. E la differenza nelle rette (e nelle borse di studio) è altresì tangibile, sebbene non giustificata legalmente (io ad esempio non ero considerato “fuori sede” benché risiedessi a 1.000 km di distanza). Quindi ci si lamenta per una congettura sul futuro che è la realtà del presente.

Ah, e smettiamola di paragonare ogni riforma o idea ai sistemi anglo-americani, perché a) non sono perfetti e b) sono profondamente diversi dal nostro (e quindi non esiste un solo provvedimento magico, come l’abolizione del valore legale, che possa trasformare l’Università di Bologna in Berkeley).

In conclusione, io sono contro il valore legale del titolo di studio e dunque la mia analisi va letta in questi termini. Tuttavia, non credo che abolendo questa norma si possa risolvere la questione. Nel mio mondo ideale, post-baronie, post-università-parcheggio (svincolata dal mondo del lavoro e fine a se stessa) e post-tagli, il valore legale del titolo di studio sarebbe superfluo.

Nota personale: del mio 110 e lode non me ne sto facendo niente. Nonostante le mie esperienze all’estero e le mie pubblicazioni, mi offrono solamente posizioni non pagate. – Questo anche in risposta a chi dà degli “sfigati” a chi, vittima di un sistema paludoso, si laurea fuori-corso o non trova lavoro.

La Rivoluzione Siciliana

Oakland, California. È necessario parlarne. Dei Forconi nessuno ha parlato per una settimana. Adesso “ci si sposta a Roma”. Credo che sia pericoloso per la democrazia e che manchi totalmente la presenza delle forze di sinistra. Ho scritto questo articolo il 19 gennaio e l’ho proposto a un paio di pubblicazioni, ma evidentemente il disinteresse è tale che non rispondono neanche alle e-mail (dopo 5 giorni qualcuno ha poi risposto, in realtà).

Una settimana prima dell’inizio dello sciopero, il leader del movimento, Mariano Ferro, aveva avvertito: “Ricorderete questo giorno come l’inizio di una rivoluzione pacifica. La rivoluzione dei siciliani”. Il 16 gennaio, come annunciato, è cominciato lo sciopero: ai mezzi commerciali non è stato permesso di percorrere indisturbati le proprie rotte e i porti principali sono stati obiettivo di occupazione. L’isola è “bloccata” come dicono le principali testate nei trafiletti di quarta pagina che dedicano all’evento. I capi del “Movimento dei Forconi” o di “Forza d’Urto” – qualunque sia il nome che decidano di dare all’organizzazione della protesta – usano termini grandiosi e parlano di cambiamento epocale, mentre i mass media additano il prezzo della benzina come unica causa del malcontento.

È logico che la posizione dei promotori dell’evento sia così distante da quella della stampa. E cercare di capire i meccanismi editoriali che ne dettano le priorità non è lo scopo di questo scritto. Capire invece perché questo movimento è nato, come sia riuscito a ottenere successo e quali siano le forze che lo sostengono e lo dirigono è fondamentale per prendere una posizione in merito. Già, perché chiudere gli occhi davanti alla vicenda non fa altro che dare ragione alla protesta dei siciliani, che si sentono abbandonati dai palazzi di Palermo, ma soprattutto tagliati fuori dalle dinamiche nazionali ed europee.

Quando la parola “rivoluzione” echeggia nell’aria, chi conosce la storia drizza le orecchie. Il povero vocabolario corrente pone di fronte agli occhi dei lettori espressioni vuote che, messe in fila, recitano: “gli indignados dei forconi” “contro la crisi” e “apartitici” “bloccano l’isola”. Tuttavia, sappiamo che ciò non basta per generare la protesta di più di centomila siciliani. Molti di questi, infatti, sono stati costretti a scioperare dai picchetti formati dall’unica sigla sindacale degli autotrasportatori che ha diretto il blocco: l’Aias di Giuseppe Richichi. Non sono mancati scontri, anche fisici, con chi ha provato a forzare il blocco. Le tre principali richieste del movimento sono: la defiscalizzazione del tributo regionale sui carburanti, l’azzeramento del governo palermitano e l’attivazione di canali di negoziazione con l’Unione Europea al fine di emendare la legislazione esistente in termini più favorevoli all’agricoltura siciliana.

Vedere le lacrime correre dagli occhi di anziani agricoltori la cui terra ha iperbolicamente perso di valore negli ultimi anni e pertanto è rimasta incolta è un’esperienza che capita a chiunque abbia voglia di girare per le campagne siciliane. Non è quindi mai accaduto alla classe dirigente siciliana, che preferisce i salotti dell’Assemblea Regionale Siciliana (Ars) ai fondi dell’ennese o alle chiuse ragusane. Non è mai accaduto neanche alla classe dirigente nazionale, pur essendo essa composta in parte più che proporzionale da isolani. Ma essi ricordano dei loro fratelli e sorelle solo quando è tempo di raccogliere i loro consensi, trasformando le tornate elettorali in vendemmie stagionali, delle quali i siciliani subiscono solamente la fase della pigiatura.

È così che Anna Finocchiaro, senatrice PD eletta tra le liste emiliano-romagnole ma originaria dei “salotti buoni” di Catania, licenzia con poche e brevi parole lo sciopero, un “diritto democratico” che sta “mettendo in ginocchio l’Isola” – non siamo sicuri che la lettera maisucola l’abbia scelta lei – ed è necessario che si ritorni a “una situazione di normalità”. Ivan Lo Bello, presidente di Confindustria Sicilia, si occupa degli affari e si preoccupa del blocco, aggredendo il movimento e bollando le sue azioni come inefficaci. Non ci deve stupire che la protesta, benché acefala, non piaccia alle forze della conservazione.

Il cosiddetto “Movimento dei Forconi” è nato come segno di protesta durante la visita del Ministro dell’Agricoltura Saverio Romano, palermitano, la cui permanenza al dicastero di via XX Settembre fu breve e inconsistente nel 2011. Da lì, il caro benzina e la manovra rapace del governo “tecnico” che non risponde alle dinamiche parlamentari, ma le detta, hanno fomentato il movimento e lo hanno trasformato in “Forza d’Urto”, che racchiude i Forconi e altri gruppi e sigle simpatizzanti. Ciò che fa specie a chi conosce l’ambiente politico dell’isola, è che coloro che pochi mesi fa sgomitavano per essere immortalati sorridenti insieme ai governanti locali, coloro che li fecero eleggere, coloro che spesso illecitamente dettano le regole del gioco economico dell’isola o le applicano, sono lì, forconi alla mano a bloccare i caselli autostradali.

I siti web che si sono occupati della vicenda hanno sottolineato quasi immediatamente che l’apartiticità del movimento è poco trasparente, visto che le bandiere di partito non sono ammesse, ma sono benvenuti personaggi la cui biografia reazionaria – e spesso anche fascista – è ben conosciuta. Essi sono coloro che il movimento lo hanno acceso fin dall’inizio, con la retorica ben oliata contro il Presidente della Regione Raffaele Lombardo e i suoi cinque fallimentari governi in una sola amministrazione. Ma prima che definire i centomila siciliani che hanno contribuito al blocco dell’isola “fascisti” o “rivoluzionari”, credo che serva un passo indietro.

Quello che si è visto e si è letto, nei simboli, nei comportamenti, nelle cantilene che i promotori e gli astanti sciorinano ai microfoni è segno pericoloso della direzione che le energie siciliane hanno preso. Il fiume che ha levigato gli oppressori, i borboni, i fascisti e i mafiosi quando c’era la piena, oggi si rivolge contro il potere costituito procurando più rumore che altro. Sembrano prove tecniche di una marcia su Palermo. Riecheggiano le baionette di Bixio e quelle di Portella della Ginestra, non le grida di libertà di Caltavaturo o di Calatafimi. Sembra che stavolta i siciliani abbiano scelto di scommettere sul cavallo sbagliato, quello del qualunquismo e dell’azione di rottura, ma senza una visione di progresso.

Abbiamo già sbagliato in passato proprio perché abbiamo agito d’istinto, senza ragionare. Come uomini d’onore d’antan, ci sorprendiamo, ci angustiamo e ci lasciamo ribollire il sangue, quando ci troviamo di fronte a un torto subito. Tuttavia, oggi non dobbiamo lasciare il campo alla cieca ignoranza e tuffarci tra le braccia del primo che si autoproclamipater patriae. Questo dei Forconi è un movimento che deve destare le forze politiche che hanno dimenticato la forza della Sicilia e che deve stuzzicare la passione dei siciliani verso l’alternativa. Un’alternativa egalitaria, civile, legalitaria e di liberta. E antifascista.

Revolution in Sicily

Oakland, California

It could seem pretentious to write about Sicily from an apartment on the border between Oakland and Emeryville. And in certain ways, it is. However, contrary to all the others that are writing from Rome, Milan, or even Catania and Palermo, I dug far deep in the news and the online content to understand the problems in Sicily. This simple effort that lasted hours allowed me to be better informed than many other Sicilians. Thank you notes still echoing on Facebook, I decided to tell in English the story of the events that shook the Mediterranean island in the past five days.

It all began when the leaders of the movement began talking about “revolution”. Such a word tickles the mind of those who know history. Born in Sicily twenty-something years ago and with a special addiction to democratic ideals, I threw myself into the issue and tried to fill  the gap left by the national press that cared more about a sinking boat than a social uprising. I sent my story to a couple of publications, but they were lacking the basic courtesy that is needed to push “Reply” buttons. The world is hectic, if we cared about everything, we wouldn’t have time to sleep, apparently. I would rather not sleep than surrender to ignorance.

English-speaking friends have to cross the Godfather’s line before being able to understand the dynamics that today’s Sicily is faced with. That the Mafia has her tentacles spread around businesses and local governments is a stuctural fact. Therefore one must not be surprised when hearing allegation about criminal infiltrates in the protest. However, the protest was organized by fascist-lenient characters who had recently raided the countryside and the suburbs collecting votes for the currently ruling party in exchange for promises and favors. The vote-for-patronage mechanism has been the foundational engine of liberal democracy. In late Nineteenth century Britain, candidates would give a ride on their flaming two-cilinder automobile to potential voters in exchange for their consent. While many political realities have emancipated from this fictitious behavior, Sicily has not.

The current government has risen to power with and against the main conservative and progressive forces that sheepishly govern Italy. The third-partyism of this force (MPA) is charged with separatist rhetoric, demagogic parlance, and shady practices. With the economic crisis strangling people living across-the-boot-and-on-the-islands, the local government has done little to speak up in defense of the overwhelming majority of Sicilians that voted them in office. Seizing this opportunity, those who backed the candidacy of the Movement for Autonomy (MPA) now turn around and utter their disappointment taking the streets.

The main organizers were former MPA supporters, one union of truck-drivers, and fascist movements. Whoever is in the movement would surely ask me to prove my allegations. I answer with the advice of looking through the biographies of those chaps. The protest is led by the same male partiarchic herd that has carried the political and social life of Sicilians through the barrel of a gun. Now they call themselves “The Pitchforks” though they’ve never seen hay. Sicilian countrymen wipe their tears when they talk about their land, abandoned and fruitless. Sicilian moms scream and thump their breasts because they lack the bare minimum to feed their children. Young Sicilians are forced to leave the island to seek higher education and job opportunities. These experienced are not shared by the governing forces nor by the protesting mob.

The Pitchforks want the regional fee on gasoline to be scrapped, the EU regulations to be lighter and more permissive both on agriculture and fishing, and the same-old-faces that rule the region to step down. All this stands on the claim that “people are fed up and won’t take it anymore”. Void words apparently garner more approval than lengthy articles or years of activism. In an interview to a national channel, the spokesman of the anti-mafia association Libera sadly admitted that organized crime is a sheer reality that one cannot just rule out and it grows amidst popular discontent. And, I add, it fosters its position through playing void words on the tense strings of the man next door’s guts. A similar strategy is carried forward by extreme right organization that seek to fuel turmoil with violence and threats.

Fascist practices on one side are mirrored by anti-sistemic behavior on the other. Anarchist and communist groups have jumped on the bandwagon sending their younger troops (high-schooler and college students) to the streets. The media emphasized the burning of an Italian flag (to which many fascists responded: “See? There’s no infiltration, no fascist would have done that!”). It hurts to see that the anti-fascist and social principles with which that flag was sowed were now turning to ashes. Ironically, the callow kid that lit the flag on fire could probably trace back in his family tree a few relatives that had fought Mussolini and his black shirts or the Burbon army, thus giving significance to the symbol he was so easily stepping over.

What is missing in the picture? Moderates are on vacation, extremists are in the streets… Politics! A high-level debate on the role of the Sicilian government in combination with the national and European one. A dialogue on the role of traditional economic sectors (agriculture, fishing, and heavy industry) in Sicily and on their sustainability in the new millennium. Why is nobody educating the masses in what are the real problems of our – Sicilian – society? While the 5-day strike was taking place, the last judicial settlement allowed former workers of a bathroom fittings company to purchase the foreclosed factory and continue the production through a renewed business plan. Workers that consciously re-gain the property of the means of production. This is a lesson to follow and admire. Against the crisis there’s more to do than burn flags or beat up those who try to cross picket lines.

A footnote is necessary here: I tried to contact a couple of publications presenting them the Italian version of this article (a slightly different version) but I received no response. So I posted it on Facebook and I received a whole bunch of warm replies, many of which engendered constructive dialogues, even with the most active and stubborn characters. I will be going to Sicily at the beginning of February. I want to know more, I want to see if the time is ripe for some serious discussion about our future there. One can get most of the information from the web, but to change the status quo, fieldwork is needed.

Ice, None

Oakland, California

I moved to what I call “The Red Cube” – or sometimes Qaaba – a few weeks ago. The East Bay is sunny and original, as always. I usually glance through a big window that overlooks a highway, which accompanies my lonesome, and sometimes hardly interesting, days. While I was supposed to do other things, The Underachiever in me pushed forward a fiction book through the hands of my sweet lady. It was hard to get back to read words that didn’t have to be grounded in substantial research. Kurt Vonnegut is nonetheless an enjoyable companion. I held my breath and read the crazy story of The Cat’s Cradle of which I will give away nothing but a pinch of “Bokononism” and a piece of the thoughts that it aroused in me.

Let’s go to Chapter 18. Dr Hoenikker’s aide, Dr Breed, is having a conversation with the protagonist about science. The latter, also the narrator, goes:

Every question I asked implied that the creators of the atomic bomb had been criminal accessories to murder most foul. Dr. Breed was astonished, and then he got very sore. He drew back from me and he grumbled, “I gather you don’t like scientists very much.”

“I wouldn’t say that, sir.”

“All your questions seem aimed at getting me to admit that scientists are heartless, conscienceless, narrow boobies, indifferent to the fate of the rest of the human race, or maybe not really members of the human race at all.”

“That’s putting it pretty strong.”

[…]

“I’m sick of people misunderstanding what a scientist is, what a scientist does.”

“I’ll do my best to clear up the misunderstanding.”

“In this country most people don’t even understand what pure research is.”

“I’d appreciate it if you’d tell me what it is.”

“It isn’t looking for a better cigarette filter or a softer  face tissue or a longer-lasting house paint, God help us.
Everybody talks about research and practically nobody in this country’s doing it. We’re one of the few companies that actually hires men to do pure research. When most other companies brag about their research, they’re talking about industrial hack technicians who wear white coats, work out of cookbooks, and dream up an improved windshield wiper for next year’s Oldsmobile.”

“But here . . . ?”

Here, and shockingly few other places in this country, men are paid to increase knowledge, to work toward no end but that.

“That’s very generous of General Forge and Foundry Company.”

“Nothing generous about it. New knowledge is the most valuable commodity on earth. The more truth we have to work with, the richer we become.”

I hope the late Kurt is not disappointed at the quote – which, by the way, I took from the internet – that boosted my interest in the book and signalled the difference between fiction and nonfiction, as I slowly became accustomed at the new environment of pages written out of fantasy and creativity. I found out in the next chapters that Dr Breed is one among the book’s assholes, or, better said, one of the structural characters in Vonnegut’s effort to humanize and de-humanize the least acceptable fallacies in humankind. You will find in the book how everybody behaves in manners that make the reader twitch. This could be the reason why the book has not yet become a movie, although modern technologies and DiCaprio’s production company might do the trick as we approach the novel’s 50th birthday.

I tend to digress. Dr Breed has a very strong, though fictional, point. In a “scientific” world, we are part of an ecosystem that can collapse any minute (in astral times). Why should we bother getting health insurance, buying the newest iPod, or making somebody fall in love and claiming this person as an owned object? Our life is something very stupid, seen with the eyes of science. Sure, it’s beautiful to see how the world came into existence and still goes around. Still, there is no purpose in doing that. Knowledge, just like working, is a way to escape the ineluctability of the end of life. It’s the constant endeavor of humans to fill the gap between birth and death, with activities other than animalesque “eat, sleep, and reproduce”.

I think knowledge is a good way to go. Original and entertaining, research reaches two goals, that of satisfying human curiosity for a planet that we haven’t managed to understand yet (and for human behavior, of course) and that of occupying human’s free, lucid, and rational time.

This is the only reason I want to pursue a graduate career. I find little need to be selfish or altruistic. I just want to entertain myself with research per se. What’s wrong with it? Why can’t I put this as my statement of purpose in my applications?