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La Rivoluzione Siciliana

Oakland, California. È necessario parlarne. Dei Forconi nessuno ha parlato per una settimana. Adesso “ci si sposta a Roma”. Credo che sia pericoloso per la democrazia e che manchi totalmente la presenza delle forze di sinistra. Ho scritto questo articolo il 19 gennaio e l’ho proposto a un paio di pubblicazioni, ma evidentemente il disinteresse è tale che non rispondono neanche alle e-mail (dopo 5 giorni qualcuno ha poi risposto, in realtà).

Una settimana prima dell’inizio dello sciopero, il leader del movimento, Mariano Ferro, aveva avvertito: “Ricorderete questo giorno come l’inizio di una rivoluzione pacifica. La rivoluzione dei siciliani”. Il 16 gennaio, come annunciato, è cominciato lo sciopero: ai mezzi commerciali non è stato permesso di percorrere indisturbati le proprie rotte e i porti principali sono stati obiettivo di occupazione. L’isola è “bloccata” come dicono le principali testate nei trafiletti di quarta pagina che dedicano all’evento. I capi del “Movimento dei Forconi” o di “Forza d’Urto” – qualunque sia il nome che decidano di dare all’organizzazione della protesta – usano termini grandiosi e parlano di cambiamento epocale, mentre i mass media additano il prezzo della benzina come unica causa del malcontento.

È logico che la posizione dei promotori dell’evento sia così distante da quella della stampa. E cercare di capire i meccanismi editoriali che ne dettano le priorità non è lo scopo di questo scritto. Capire invece perché questo movimento è nato, come sia riuscito a ottenere successo e quali siano le forze che lo sostengono e lo dirigono è fondamentale per prendere una posizione in merito. Già, perché chiudere gli occhi davanti alla vicenda non fa altro che dare ragione alla protesta dei siciliani, che si sentono abbandonati dai palazzi di Palermo, ma soprattutto tagliati fuori dalle dinamiche nazionali ed europee.

Quando la parola “rivoluzione” echeggia nell’aria, chi conosce la storia drizza le orecchie. Il povero vocabolario corrente pone di fronte agli occhi dei lettori espressioni vuote che, messe in fila, recitano: “gli indignados dei forconi” “contro la crisi” e “apartitici” “bloccano l’isola”. Tuttavia, sappiamo che ciò non basta per generare la protesta di più di centomila siciliani. Molti di questi, infatti, sono stati costretti a scioperare dai picchetti formati dall’unica sigla sindacale degli autotrasportatori che ha diretto il blocco: l’Aias di Giuseppe Richichi. Non sono mancati scontri, anche fisici, con chi ha provato a forzare il blocco. Le tre principali richieste del movimento sono: la defiscalizzazione del tributo regionale sui carburanti, l’azzeramento del governo palermitano e l’attivazione di canali di negoziazione con l’Unione Europea al fine di emendare la legislazione esistente in termini più favorevoli all’agricoltura siciliana.

Vedere le lacrime correre dagli occhi di anziani agricoltori la cui terra ha iperbolicamente perso di valore negli ultimi anni e pertanto è rimasta incolta è un’esperienza che capita a chiunque abbia voglia di girare per le campagne siciliane. Non è quindi mai accaduto alla classe dirigente siciliana, che preferisce i salotti dell’Assemblea Regionale Siciliana (Ars) ai fondi dell’ennese o alle chiuse ragusane. Non è mai accaduto neanche alla classe dirigente nazionale, pur essendo essa composta in parte più che proporzionale da isolani. Ma essi ricordano dei loro fratelli e sorelle solo quando è tempo di raccogliere i loro consensi, trasformando le tornate elettorali in vendemmie stagionali, delle quali i siciliani subiscono solamente la fase della pigiatura.

È così che Anna Finocchiaro, senatrice PD eletta tra le liste emiliano-romagnole ma originaria dei “salotti buoni” di Catania, licenzia con poche e brevi parole lo sciopero, un “diritto democratico” che sta “mettendo in ginocchio l’Isola” – non siamo sicuri che la lettera maisucola l’abbia scelta lei – ed è necessario che si ritorni a “una situazione di normalità”. Ivan Lo Bello, presidente di Confindustria Sicilia, si occupa degli affari e si preoccupa del blocco, aggredendo il movimento e bollando le sue azioni come inefficaci. Non ci deve stupire che la protesta, benché acefala, non piaccia alle forze della conservazione.

Il cosiddetto “Movimento dei Forconi” è nato come segno di protesta durante la visita del Ministro dell’Agricoltura Saverio Romano, palermitano, la cui permanenza al dicastero di via XX Settembre fu breve e inconsistente nel 2011. Da lì, il caro benzina e la manovra rapace del governo “tecnico” che non risponde alle dinamiche parlamentari, ma le detta, hanno fomentato il movimento e lo hanno trasformato in “Forza d’Urto”, che racchiude i Forconi e altri gruppi e sigle simpatizzanti. Ciò che fa specie a chi conosce l’ambiente politico dell’isola, è che coloro che pochi mesi fa sgomitavano per essere immortalati sorridenti insieme ai governanti locali, coloro che li fecero eleggere, coloro che spesso illecitamente dettano le regole del gioco economico dell’isola o le applicano, sono lì, forconi alla mano a bloccare i caselli autostradali.

I siti web che si sono occupati della vicenda hanno sottolineato quasi immediatamente che l’apartiticità del movimento è poco trasparente, visto che le bandiere di partito non sono ammesse, ma sono benvenuti personaggi la cui biografia reazionaria – e spesso anche fascista – è ben conosciuta. Essi sono coloro che il movimento lo hanno acceso fin dall’inizio, con la retorica ben oliata contro il Presidente della Regione Raffaele Lombardo e i suoi cinque fallimentari governi in una sola amministrazione. Ma prima che definire i centomila siciliani che hanno contribuito al blocco dell’isola “fascisti” o “rivoluzionari”, credo che serva un passo indietro.

Quello che si è visto e si è letto, nei simboli, nei comportamenti, nelle cantilene che i promotori e gli astanti sciorinano ai microfoni è segno pericoloso della direzione che le energie siciliane hanno preso. Il fiume che ha levigato gli oppressori, i borboni, i fascisti e i mafiosi quando c’era la piena, oggi si rivolge contro il potere costituito procurando più rumore che altro. Sembrano prove tecniche di una marcia su Palermo. Riecheggiano le baionette di Bixio e quelle di Portella della Ginestra, non le grida di libertà di Caltavaturo o di Calatafimi. Sembra che stavolta i siciliani abbiano scelto di scommettere sul cavallo sbagliato, quello del qualunquismo e dell’azione di rottura, ma senza una visione di progresso.

Abbiamo già sbagliato in passato proprio perché abbiamo agito d’istinto, senza ragionare. Come uomini d’onore d’antan, ci sorprendiamo, ci angustiamo e ci lasciamo ribollire il sangue, quando ci troviamo di fronte a un torto subito. Tuttavia, oggi non dobbiamo lasciare il campo alla cieca ignoranza e tuffarci tra le braccia del primo che si autoproclamipater patriae. Questo dei Forconi è un movimento che deve destare le forze politiche che hanno dimenticato la forza della Sicilia e che deve stuzzicare la passione dei siciliani verso l’alternativa. Un’alternativa egalitaria, civile, legalitaria e di liberta. E antifascista.

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2 responses to “La Rivoluzione Siciliana

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