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De Titulo Studii

Oakland, California

Il valore legale del titolo di studio è un velo che nasconde il vero problema. Questo è in risposta a tutti coloro che sono scesi in piazza contro Moratti e Gelmini e ora difendono a spada tratta il valore legale del titolo di studi e dicono: “Non ci basta, e non ci basterà mai, difendere l’università pubblica così com’è.” Questo è molto triste. Mi batterò per il cambiamento con o senza governi conservatori, “tecnici” o progressisti. Abbiamo un sistema vecchio che non può essere conservato. Questo sistema favorisce il protrarsi degli stessii clientelismi e illogicità di cui si ha paura ogni volta che si prova a riformare.

“In nome del popolo italiano e in virtù dei poteri conferitimi dalla legge La dichiaro dottore in …” Così comincia la proclamazione dopo (o al posto de) la discussione della tesi di laurea. Il valore legale crea un ombrello sotto il quale soggiornano tutti i laureati da un’università pubblica o da un’università privata riconosciuta dallo Stato. Il che significa che se ti laurei in Sociologia hai frequentato una facoltà di Sociologia o di Scienze Sociali e hai seguito dei corsi che hanno determinati criteri e ricevono un determinato codice perché rispondono a determinati criteri ministeriali. Insomma, una materia base di Sociologia può avere una sezione sull’impatto sociologico dei GameBoy, ma non può prescindere da Marx, Weber e Durkheim.

Quindi, a prima vista, questo serve a mantenere uno standard minimo per i corsi di laurea. Cioè non puoi laurearti presso una facoltà senza aver mai seguito i corsi fondamentali e conoscere le basi di quell’ambito di studi.

D’altra parte, però, con la riforma-suicidio del 3+2 e con il moltiplicarsi di mini-poli universitari e di corsi di laurea creati ad hoc per le baronie, il valore legale e il riscontro con lo standard ministeriale sono diventati un’arma per il clientelismo e lo spreco di denaro pubblico. Non è difficile trovare ragazzi che non hanno una particolare vocazione accademica ma ricercano il “pezzo di carta” (appunto in virtù del suo valore legale) presso università che hanno creato (e fomentano) un corso di laurea inutile per avere più iscritti e per giustificare lo stipendio della moglie, del cugino e del nipote del “dannifico” rettore.

Da qui arrivano molti dei 110 e lode di cui si parlava in uno scambio di opinioni molto interessante su LinkedIn.

Un altro ambito di applicazione è il “punteggio” nei concorsi pubblici. È per questo che molti impiegati al giorno d’oggi riscattano la propria anzianità per crediti universitari e si iscrivono presso facoltà (a volte relative al proprio lavoro) per ottenere il “pezzo di carta” che gli darà 2, 2.25, 3 punti in più e gli permetterà di restare a galla in un sistema pubblico che fa del turnover il suo principale strumento di assunzione. Questo lo trovo bieco e inutile. Immaginate quanto possa essere efficiente invece prevedere dei corsi di aggiornamento più frequenti e mirati (specialmente con le tecnologie che avanzano così rapidamente).

A chi dice che l’abolizione porterebbe alla creazione di università di sere A e di serie B, rispondo sottolineando i dati demografici di chi studia nelle prestigiose università del centro nord (quelle pubbliche). Solamente lì, infatti, troviamo studenti che si trasferiscono da ogni angolo d’Italia (parla un siciliano che ha studiato per 4 anni a Forlì, dove la proporzione di studenti indigeni è circa il 10%). Al contrario, nelle università del sud, nonostante la validità di molte facoltà, studiano solo i locali. E la differenza nelle rette (e nelle borse di studio) è altresì tangibile, sebbene non giustificata legalmente (io ad esempio non ero considerato “fuori sede” benché risiedessi a 1.000 km di distanza). Quindi ci si lamenta per una congettura sul futuro che è la realtà del presente.

Ah, e smettiamola di paragonare ogni riforma o idea ai sistemi anglo-americani, perché a) non sono perfetti e b) sono profondamente diversi dal nostro (e quindi non esiste un solo provvedimento magico, come l’abolizione del valore legale, che possa trasformare l’Università di Bologna in Berkeley).

In conclusione, io sono contro il valore legale del titolo di studio e dunque la mia analisi va letta in questi termini. Tuttavia, non credo che abolendo questa norma si possa risolvere la questione. Nel mio mondo ideale, post-baronie, post-università-parcheggio (svincolata dal mondo del lavoro e fine a se stessa) e post-tagli, il valore legale del titolo di studio sarebbe superfluo.

Nota personale: del mio 110 e lode non me ne sto facendo niente. Nonostante le mie esperienze all’estero e le mie pubblicazioni, mi offrono solamente posizioni non pagate. – Questo anche in risposta a chi dà degli “sfigati” a chi, vittima di un sistema paludoso, si laurea fuori-corso o non trova lavoro.

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