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Al Capolinea – Seconda Parte

Ragusa-Giarre, Italia

Ho recentemente perso l’abitudine e l’interesse per l’esercizio del mio diritto-dovere di voto. Uno dei motivi è che spesso mi trovo temporaneamente all’estero e il nostro Paese non rende agevole l’esercizio di voto al di fuori del proprio comune di residenza. Infatti, anche durante la mia esperienza domiciliare in Romagna mi sentivo all’estero, dato che per votare avrei dovuto stare in treno per 36 ore in 3 giorni e vedermi rimborsato solo la metà del biglietto. Un altro motivo è la reale corrispondenza tra la meccanica azione di mano e matita e l’effetto sperato. Specialmente le elezioni nazionali funzionano in maniera poco influenzabile dal voto, dato che le liste sono ordinate secondo liste decise dai segretari di partito e anche la selezione post-elettorale è un’azione concertata all’interno delle sezioni partitiche. Assicurato “il posto” ai pezzi grossi del partito, si procede a scegliere dove questi debbano rifiutare in favore di altri che non sarebbero rientrati tra gli eletti se i capilista non si fossero candidati ovunque. Il procedimento a percolato (parola familiare agli italiani grazie alla copertura mediatica del disastro dei rifiuti campani – credo che come metafora sia anche pertinente) ha impedito agli italiani per ben due volte di avere un senso forte di controllo sulle proprie scelte.

Ma la ragione che mi ha portato a smettere di temperare la matita e di collezionare timbri elettorali sul mio personalissimo album è di principio. L’eccitazione giovanile è andata perduta, i partiti che ho appoggiato non sono mai riusciti a ottenere seggi (né al Parlamento italiano, né a quello europeo, né a quello siciliano). Ho “sprecato il mio voto” – come avrebbe detto Veltroni nel 2008. L’unica volta che il mio voto ha avuto successo, ho dovuto scrivere il mio cognome a lettere maiuscole per far sì che mio padre fosse eletto al Consiglio comunale. Dopo aver perso la sua prima elezione del nuovo millennio per uno scherzo anagrafico (avevo 17 anni e 348 giorni), non potevo mancare alla seconda. Ma da allora ho maturato una forte apprensione verso i sistemi elettorali, le loro distorsioni e i loro effetti politici. E infine ho compreso che il cambiamento che tanto auspico non può essere ottenuto attraverso le riforme socialdemocratiche.

Come descritto in precedenza, il PD non rappresenta una forza socialdemocratica e quindi non dovrebbe essere un problema per me. Invece lo è a livello nazionale perché “ruba la scena” e non permette la formazione contrapposta di un partito socialdemocratico da una parte e di uno conservator-popolare dall’altro, fingendo di incarnarli entrambi.

A livello siciliano, invece, le cose vanno peggio. Il PD ha stra-perso le ultime elezioni regionali, dove l’on. Anna Finocchiaro ha fatto peggio contro Lombardo rispetto alla grande prestazione della Borsellino contro la macchina del vasa-vasa Totò Cuffaro, ora al fresco. La Finocchiaro e tutto il suo partito sono stati ridicolizzati dal mero ricordo del tentativo di Rita di emancipare la Sicilia dal suo stato di minorità feudal-mafioso. Ebbene, ricaduti in questo stato di meschinità, con un governo regionale criminale, il PD ha deciso di non sfruttare l’onda che disgregò il centrodestra, con la secessione del PdL dal Movimento per l’Autonomia (MpA) prima, e con lo smembramento del PdL dopo. Invece, in combutta col potere, ha aderito al progetto Lombardo assicurandogli la maggioranza all’Assemblea Regionale (Ars) in cambio di due assessori “tecnici”, che in realtà sono quadri di partito. Alcuni di essi mirano inoltre a guidare il partito alle prossime elezioni comunali di Palermo, in preparazione per le prossime regionali.

Negli anni 90, il vocabolario della lingua italiana si è arricchito della parola inciucio. In questo caso ritengo adeguato che si parli nuovamente di inciucio. Questo è un esempio di “accordo sottobanco, un compromesso riservato tra fazioni formalmente avversarie, ma che in realtà attuano, anche con mezzi ed intenti poco leciti, una logica di spartizione del potere”. E l’inciucio, noi di sinistra ce lo aspettavamo dagli altri, forse non in Sicilia, ma in Italia sì. Ma non si è mossa una critica dai coordinatori nazionali del PD verso gli strani comportamenti dei colleghi siciliani. Neanche da quelli che prima della caduta del muro erano i difensori delle masse, i rappresentanti del quarto stato e i sostenitori dell’uguaglianza sociale e dell’integrità politica.

La grande verità è che i tempi di Gramsci e Togliatti sono finiti. Il riformismo di Napolitano e Macaluso è lontano quanto i loro discorsi alle fumose assemblee di sezione. Il comunismo italiano si è adagiato nel mondo ovattato della conservazione fin dalla fine degli anni 60. Impossibile cambiare? Allora adeguiamoci! Questo motto ha rovinato la vis rivoluzionaria e ha sopito i sogni di evoluzione sociale. In parallelo ai partiti – pure il PSI ha colpe imperdonabili -, anche i sindacati si sono arroccati nella loro posizione di stampatori di tessere e difensori dello status quo. E purtroppo non è rimasto nessuno a rappresentare i giovani, i disoccupati, i nuovi poveri e tutte le vittime dell’ineguale sistema capitalista. Ci si stupisce poco quando gli indignati si lanciano “contro la politica” – anziché contro i partiti – e i Forconi agiscono, ricordando le camicie nere, per rivalsa contro il potere che hanno contribuito a installare. La Sicilia, in questo momento mi preoccupa.

Mi preoccupo della verità effettuale del sistema politico perché credo che solo grazie all’analisi accurata dei “colli di bottiglia” (da cui il nome del blog), i nodi fondamentali, si possa riuscire a comprendere che alcune falle intaccano la struttura fondamentale del principio di rappresentanza democratica e lo affondano. Queste sono falle sistemiche che non possono essere curate da qualche pezzo di legno o da una toppa di plastica. È necessario – e possibile – cambiare completamente la coscienza di coloro che si sentono “cittadini” di uno “Stato che non li rappresenta”. Bisogna aprire gli occhi e gridare con forza quando si vedono le incongruenze di un sistema politico autoreferenziale che si finanzia con soldi pubblici e privati e fa solo gli interessi privati di coloro che vanno a ricoprire incarichi pubblici (dibattito corrente). Bisogna sconfessare chi tradisce gli ideali che pubblicizza sui suoi manifesti. Bisogna educare alla democrazia con nuove e illuminate idee, che non si concretizzino necessariamente alla luce fioca di una cabina elettorale o del salotto da dibattito televisivo.

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