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Su Pei Monti

Giarre, Italy

Questa è la traduzione del post di qualche giorno fa sulla crisi. Proverò a rispettare fedelmente le mie parole, onde evitare di scrivere altro e creare confusione. Quindi, chi ha già letto “Ain’t No Monti High Enough” è esonerato dal rileggere. Tuttavia, incoraggio i commenti, visto che prevedo di scrivere ancora sulla crisi politica in risposta alla crisi economica. Ho cominciato il mio intervento precedente con un gioco di parole su una canzone di Marvin Gaye e Tammi Terrell. Per il presente scritto, ho scelto un verso di un mottetto degli alpini, visto che la crisi sembra sempre più una vetta da scalare e che “Monti” è il cognome perfetto per mille giochi di parole.

Questo è un articolo sulla crisi. Ne parlo dalla prospettiva di un non-esperto, perché non credo che, a meno di essere riuscito a sopravvivere a un terremoto o a un naufragio, nessuno possa ergersi a “esperto in gestione di crisi”. Siamo tutti novizi, specialmente quando i grandi accademici ci avvertono che questa crisi somiglia a quella del 1929. Nessuno di noi era lì allora, almeno in posizione di “gestire” la crisi. E se ci fosse qualche superuomo in grado di contraddirmi, probabilmente la sua senilità non gli permette di essere lucido abbastanza da comprendere l’oggi. Stiamo tutti tirando a indovinare.

Cominciamo. Il supercapitalismo del nuovo millennio sta cercando nuovi modi di affrontare le proprie contraddizioni. Ma non più ritornando alle politiche keynesiane che, insieme al nazionalismo prima e alla divisione ideologica durante la guerra fredda, hanno tenuto il sistema in piedi.

Senza più partiti socialdemocratici ai governi dei Paesi europei, ci sono poche possibilità che le riforme necessarie alla sopravvivenza del capitalismo siano portate a termine. La socialdemocrazia infatti ha tenuto alto il vessillo del capitalismo attraverso politiche espansive che hanno ridotto la distanza tra le classi sociali, senza però mostrare interesse verso il principio di uguaglianza – quando lo fecero era per conquistare i voti a sinistra – e progressivamente abbandonando l’idea della lotta proletaria – avevano anche bisogno dei voti del centro, dopotutto. L’onda conservatrice degli inizi degli anni 2000 è stata seguita da una dura crisi economica e da tornate elettorali sempre più conservatrici. La bassa partecipazione al voto testimonia che i delusi lasciano del tutto il circo elettorale.  La socialdemocrazia, d’altro canto, è in crisi: non riesce a rialzarsi dalla sconfitta e a presentarsi come l’alternativa. A mio parere, questo succede a causa del fenomeno della perdita di memoria, che si ripete ciclicamente tra i movimenti sociali. A questo non c’è soluzione. Non bisogna sperare che un Partito Democratico o un Partito Socialdemocratico venga a risolvere i problemi in una maniera diversa da quella standard e capitalista.

La bonanza finanziaria fittizia di cui hanno profittato le banche è passata sotto il naso degli Stati. Tutto quel denaro virtuale ha gonfiato la bolla che è scoppiata qualche anno fa, provocando un cieco e irregolare effetto domino. In pochissime parole, gli Stati non sono riusciti a regolare il mercato che gli stava usurpando la sovranità. Quando un’istituzione finanziaria possiede il debito privato e pubblico e finanzia le campagne elettorali, ci sono poche possibilità di scampo per i politici all’inchinarsi e all’obbedire alle banche che chiedono la deregolamentazione sulle operazioni finanziarie. Allo stesso tempo, un altro tipo di istituzione finanziaria è entrata in gioco, protagonista di un capitalismo senza fair play: l’agenzia di rating. Il quartier generale è generalmente a Londra, oppure a New York, la squadra è formata da pupilli delle scuole di business (MBA) e da economisti assetati di STATA. Il ruolo dell’agenzia di rating è di dare un voto al debito degli Stati. A causa della crisi, queste agenzie hanno cominciato a declassare i rating degli Stati, conseguentemente esponendo molte economie nazionali a problemi sempre maggiori (mancata ricezione di investimenti e impossibilità di ripagare il debito). Con queste economie al collasso, l’Europa, l’America e alcune altre realtà oltre gli Urali hanno sofferto la peggiore crisi degli ultimi 50-80 anni.

Le banche che soppiantano gli Stati, i derivati che aggirano le leggi e il comportamento incerto delle vecchie potenze verso quelle emergenti hanno portato a un’evidente deficit democratico nel mondo occidentale. Non credo che la “democrazia”, nella sua accezione attuale, sia un concetto occidentale, ma credo che il deficit si verifichi proprio nel concetto occidentale di democrazia. La “politica attraverso le elezioni” ha perso la propria importanza e il suo fascino verso il pubblico. Solamente nel 2011 siamo stati testimoni di molteplici esempi di “movimento-anti“: gli indignados spagnoli, la Primavera Araba, il movimento Occupy americano e le rivolte in Grecia. Milioni di persone sono state mobilitate dalle proprie sensazioni, che gli indicavano che qualcosa non andasse nel modo in cui la società è governata. Queste persone non vogliono ripetere questa esperienza (vedi i Forconi) e guardano ai politici e ai potenti come tutti uguali. Sì, questa è la crisi più profonda della democrazia nel mondo occidentale dal momento della sua creazione – da notare che anche il concetto di “occidentale” è artificiale e quindi modificabile – e non sembra che la classe dirigente sia cosciente della minaccia che dovrà affrontare.

La soluzione che l’Occidente propone è austerità: “Stringete la cinghia, gente, bisogna tenere in piedi il capitalismo e questa volta il 99% di voi dovrà pagare in contanti”. Come se fosse normale pensare che il capitalismo sia la soluzione di tutti i problemi. Certo, quando funziona, quando prende le adeguate misure per contrastare crisi gli eccessi, verso l’alto e verso il basso, il capitalismo è simpatico alla stragrande maggioranza del pubblico. Ma è nei momenti di crisi che le persone cominciano a metterlo in discussione. Se ne parla perfino. Si riconosce come entità, non come assioma, come sta accadendo oggi, udite udite, negli USA.

Credo che si possa percorrere un’altra via. Non c’è bisogno di vendere la Grecia, la Spagna e la Sicilia per migliorare la valutazione finanziaria dell’Europa. Dopo tutto, ogni Stato è sovrano. Nonostante ciò, non sembra che ci siano alternative al vocabolario naturale della classe dirigente capitalista. Le azioni politiche di Monti per l’Italia – allo stesso modo di quelle dell’altro governo “tecnico” in Grecia – sono viste come un male necessario. Lo spirito di sopravvivenza proprio del capitalismo è penetrato nell’anima dell’uomo e ne è pure diventato la missione. C’è bisogno che le persone si alzino in piedi e dimostrino che le azioni si possono intraprendere anche al di fuori della scatola capitalista, che per molti è diventata una gabbia. Per questa ragione, mi schiero contro i Partiti Socialdemocratici o cosiddetti Socialisti che si inchinano al dio onnipotente del denaro e della finanza invece che perseguire gli ideali che furono fondamento della loro nascita.

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2 responses to “Su Pei Monti

  1. Vito February 25, 2012 at 1:43 am

    Come ebbe a dire Tony Negri: il socialismo altro non è che una modalità di gestione del capitale. E nel recinto del capitalismo si muove…

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