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La pecorella e il lupo

Giarre, Italy

Stanco di leggere “anch’io sono #pecorella” su twitter e sui giornali (trova le differenze), ho deciso di saltare sul pezzo. “Un giovanotto con accento del Sud”, come lo definisce il Corsera di oggi 1 Marzo, si avvicina alla faccia mascherata di un poliziotto in tenuta da sommossa e lo riempie di insolenti domande retoriche: “Perché non spari? Sei una pecorella?”. Il filmato va in onda. La Santa Conservazione Italiana si erge a difesa dell’eroe nazionale, il celerino che non reagisce ai violenti attacchi di un barbaro. Il malcapitato, stranito come me, fatica a definirsi eroe. “Ho fatto solo il mio dovere”, dice. Appunto. Come il suo dovere ha fatto chi ha protestato contro il dispiegamento di forze dell’ordine invece di quelle della ragione. La pecorella e il lupo sono la stessa persona. Uno solo di loro non è libero. (Non volendo essere troppo duro col mondo animale, non sono rimasto totalmente fedele al titolo della presente favola. Ma chi, a questo punto, è aduso al rispetto della parola data?)

In un lontano castello, un re, stanco di vedere ogni mattina un fazzoletto verde ai piedi del lato sud del proprio castello, chiama il suo ciambellano. – Affacciati dall’ultima finestra, fuori dalle mura, sì, là in fondo. Vedi? M’abbaglia! È la parte del mio regno che detesto di più. Anche gli ospiti stranieri che ricevo a corte mi hanno fatto notare quanto fastidioso sia all’occhio. Appena arriverà la stagione della transumanza, dirai al pastore che teniamo lì di non tornare più. Al posto di quell’appezzamento, ergeremo un monumento… alla velocità. Non per niente sono il sovrano che ha costruito più strade e ponti nella storia!

Il ciambellano annuisce a ogni pausa del sovrano. Il re lo licenzia con alcune disposizioni sulla produzione di armamenti militari. Il suddito si accomiata e va a parlare dell’accaduto con l’ambasciatore francese, per conoscere anche la sua opinione sulla tonalità di verde che quell’angolo di mondo riflette. Il legato si dice sorpreso del parere del re, ma non disdegna la proposta di costruire un monumento. Chiede infatti di poter suggerire alcuni ingegneri parigini per la sua progettazione, così da rinsaldare le relazioni diplomatiche tra i due Stati, non proprio tranquille in quel periodo.

Dopo qualche giorno, il ciambellano chiama due guardie e marcia verso la casupola del pastore. Gli angoli dei suoi occhi sono raggrinziti dal bagliore di quel verde. Suona la trombetta del messo e battono le picche dei soldati. Il pastore, che riposava dopo un’intera mattina nel campo, salta giù dal letto e si precipita alla porta. Il ciambellano gli dà un foglio sul quale è inciso il suo ordine di sfratto. Il sorriso di circostanza del pastore ricorda al ciambellano quanto inutile fosse quella pratica regia che proibiva ai messaggeri del sovrano di parlare ai sudditi prima di aver mostrato loro il volere di sua maestà in forma scritta. La mano rugosa del pastore stringeva il foglio di traverso. Il ciambellano procede allora a comunicare l’editto. – Per volere di Sua Maestà il Re, devi immediatamente sgombrare il tuo alloggio e trovare un altro affitto per te e per le tue pecore. Per ogni quattro pecore, ne lascerai una. Il Re disporrà di una grande festa per l’annuncio della costruzione del Monumento alla Velocità.

Il supponente ciambellano, che aveva appena mentito sul volere del suo sovrano, si volta e, seguito dalle guardie dalle lunghe picche, si incammina verso il castello.

Il giorno seguente, il re passa dall’ultima finestra e, con somma sorpresa vede il pastore rinforzare il recinto che aveva costruito contro volpi e lupi attorno al verde fondo. Ma l’accecante luce verde lo distoglie presto dal suo disinteressato ufficio. Al ciambellano, invece, non sfugge l’atteggiamento di sfida del terrone. Per di più, si odono i belati degli ovini fastidiosi fino alle torri più alte. Chiaramente, sono confusi dal rumore e dai frenetici movimenti del loro pastore, ma al ciambellano pare che questa sia l’ennesima prova della loro condotta irriverente. Si precipita dal re e chiede il permesso di infliggere una punizione al pastore che, invece di lavorare, si occupava di rinforzare il recinto nonostante non si fosse verificato un attacco di volpi o lupi da molti decenni. Il re siede in riunione con il ministro della difesa, confuso alla richesta di quest’ultimo di rallentare il processo di reclutamento, che anche a detta del ministro dell’economia e della famiglia avrebbe sottratto valida forza lavoro dai campi, soprattutto dato l’avvicinarsi dell’estate. Assorto in mille pensieri, il re grugnisce verso l’impertinente ciambellano che, gonfiatosi il petto, lascia la camera del consiglio.

– Andate e distruggete il recinto. Dopo che avrà lasciato quella baracca e che avremo costruito il Monumento alla Velocità, non ce ne sarà bisogno comunque. Ma così facendo, comprenderà che non può disobbedire o modificare la volontà del nostro Sovrano.

Così istruite, le guardie marciano, picche e picconi in mano, verso la valle verde. Sorpresi, si imbattono nel gregge di pecore appena fuori dal recinto. Le pecore non accennano a indietreggiare. Uno strano senso di conservazione prende d’improvviso questi animali che non possono conoscere le intenzioni dei soldati o gli ordini impartiti dal ciambellano. Ma l’ostilità della schiera armata si sente nell’aria. Una pecora prova ad allontanare un militare con la sua soffice testa cotonata. L’impavido, trasfigurazione del braccio armato del sovrano, alza minaccioso la sua picca, ma poi ripensa all’editto e comprende che se la sua squadra uccidesse le pecore del gregge, non ne rimarrebbe alcuna disponibile per le celebrazioni. E il sovrano, dispiaciuto, prenderebbe provvedimenti disciplinari molto severi nei loro confronti.

L’assedio al recinto dura molte ore. L’atteggiamento sempre più minaccioso dei soldati tiene viva l’attenzione delle pecore, ma appena il sole fa di nuovo capolino tra gli alberi, la luce riflessa dalle foglie e dalla gramigna attira come musica celestiale le viscere degli affamati ovini, che si disperdono per cibarsi.

In quel momento, i soldati sono sorpresi dal pastore che, uscito dalla baracca, chiede di vedere il re. A nessuno può essere vietato di vedere il re, per qualunque motivo. È la legge che lo sancisce. Ma prima bisogna che passi lo “standard di sicurezza nazionale”, il cui censore è appunto il ciambellano. Informato dall’ansante guardia del volere del pastore e della stanchezza dei suoi compagni, il ciambellano risponde: – Il pastore è chiaramente una minaccia alla sicurezza nazionale. Bisogna radere al suolo il suo recinto, il suo alloggio e sterminare il suo gregge, meno venti pecore, da sequestrare e tenere dentro le mura in vista della festa di autunno. Inviate anche i contingenti del lato nord e ovest.

Nero e immenso, si staglia il Monumento alla Velocità. Dove il verde del pascolo assorbiva lo splendore solare per poi ritrasmetterlo in tutto il regno, adesso si erge un ammasso di lamiere francesi controproducente e pericoloso, visto che l’opera di ingegneria è stata interamente progettata in Francia, senza tener conto della conformazione oro-geografica e idro-geologica del luogo. Oltre a poter crollare da un momento all’altro, il suo colore nero assorbe tutta la luce del sole sul lato sud del castello, cosicché anche il resto delle piante e degli oggetti perde colore. Tutto si fa grigio.

Grigio come le armature dei soldati, come la barba del vecchio pastore morto in prigione, come i capelli dell’indolente sovrano, come i piatti sui quali la carne di pecora celebrò il Monumento alla Velocità, come gli occhi gelidi del ciambellano, come il pelo dei lupi che sono tornati ad aggirarsi intorno al grigio castello.


Morale: rispettiamo le parole, #pecorella non è un insulto, né un pregio. Ci sono parole più adeguate per descrivere un rappresentante dello Stato che usa violenza contro chi ha giurato di difendere (anche quando non lo fa, nonostante sia vestito per questo). Non dimentichiamoci però di prendercela con il corrotto ciambellano e con l’ignorante e iniquo re.

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2 responses to “La pecorella e il lupo

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