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Radikalschik

Giarre, Italy

Allora me le tirate proprio dalla lingua! Continua il dibattito sulla TAV (che ho poco velatamente trasformato in “Monumento alla Velocità” nel post precedente). Ecco le mie riflessioni su chi è contro o appoggia il movimento in maniera acritica.

Un giovedì sera parla Marco Travaglio e tutti i radikalschik zitti ad ascoltare. Poi, subito dopo a “ripetere”, spesso attraverso i social network. Poi, un paio di nerd che sanno usare internet anche al di fuori della cornice blu creata a Mountain View (non sembra, ma fa rima) si prodigano in un breve fact-checking, controllano i numeri che il Santo porta scritti nella sua Bibbiaskine e li confutano, uno per uno. Travaglio ha parlato a milioni di persone, il fact-checking purtroppo arriverà sotto gli occhi di pochi. Questi pochi decideranno di ignorare la lista di nuovi dati (che andrebbero anche questi ricontrollati… uff) oppure si fidano e digrignano un po’ i denti e seguono con il loro dilettoso procrastinare.

Il problema del radikalschik-ismo in Italia è molto diffuso. A differenza degli hippies americani che abbracciano gli alberi e accarezzano pietre miracolose, i radikalschik italiani possiedono un grande amore per la cultura artistica tradizionale (si sorprendono e apprezzano – tutti insieme – le più incomprensibili installazioni solo dopo aver pagato il biglietto per il museo), inoltre sono per tutto ciò che sia all’avanguardia e abbia anche un tono vintage. La “kappa” nel loro nome denota il loro essere al tempo stesso al passo coi tempi e fuori dagli schemi. Non sbagliano congiuntivi, guardano La7 e se capita anche Sanremo o la DeFilippi, ma solo per notare il taglio scelto dal regista nella ripresa del live, o la l’incomprensibile accostamento di colori che tal tronista propone. Mai partigiani, individuano con lungimiranza il carro dei vincitori e vi saltano su, indifferenti.

Ma perché parlo di problema? Cosa c’è di male nel comportarsi secondo una moda? Il problema è politico. Effettuare una scelta, prendere una posizione e anche correggerla se non si ritiene più adeguata sono pratiche faticose. Ma queste sono appunto “pratiche politiche” per definizione. E i radikalschik sono troppo pigri (o codardi) per fare. Essi si limitano a sbuffare, leggere Repubblica anche quando si trasforma in tabloid, ascoltare Travaglio e Di Pietro e definirli leader della sinistra, fumare tabacco e leggere l’ultimo Premio Strega. Quando sono costretti a fare scelte dimostrano tutta la propria pochezza politica con l’illogicità che li contraddistingue.

Mi spiego: il radikalschik va a mangiare “al macrobiotico” (eh?), compra cibo “biologico”, manda messaggini da 2 euro per le campagne di Emergency, raccoglie fondi per l’Ail, condivide link “indignati” su facebook. In sostanza, impiega le risorse di tempo e denaro che ha in “cause giuste”. Fin qui, niente da dire, anzi. Questa caratterizzazione riflette benissimo molti dei miei amici più cari e a volte anche me stesso (ancora non so cos’è il macrobiotico, però).

Sulla TAV, tuttavia, il radikalschik non si schiera con la ferrovia anni Settanta (dell’Ottocento), nonostante la sua carica vintage sia molto forte. Il radikalschik è pro-TAV, perché è assurdo che per una piccola valle italiana si monchi il mastodontico progetto europeo di unire Est e Ovest. Perché spostare il traffico dalla gomma al binario è meno inquinante e più sostenibile.

Marchionne che trasferisce le fabbriche in Slovenia e in Serbia per non pagare il costo del lavoro degli operai italiani è cattivo. Ma portare le automobili Fiat dagli stabilimenti di Bratislava a Torino, ironia della sorte!, è più ecologico se fatto col treno! E intanto ci sono sfruttati sempre più sfruttati, disoccupati sempre più disoccupati e Marchionni sempre più Marchionni (p.s. ai radikalschik piaceva così tanto il suo tenore casual con il maglioncino!). Ci sono le arance siciliane a Valencia e le arance spagnole a Catania, i vestiti del Bangladesh in tutti gli H&M d’Europa e i jeans turchi (dal design tossico italiano) nelle metropoli più importanti del vecchio continente. Il capitalismo più barbaro ha fretta perché l’ultima frontiera del profitto è la competizione contro il tempo. E noi gli diamo l’Alta Velocità. Cose (vagoni) che muovono cose (prodotti) più in fretta, mica servizi per passeggeri o pendolari. C’è una sola ragione per dire NO alla TAV, ed è tutta politica. Bisogna avere il coraggio di dire no a un servizio al capitale pagato con i soldi dei contribuenti (anche quelli della UE sono dei contribuenti). Anche se questo significa traffico su gomma (i noTAV bloccano soprattutto le autostrade, ci abbiamo fatto caso?) e prodotti più cari di qualche centesimo. Senza che sia neanche necessario un discorso sulle possibili infiltrazioni della malavita nelle opere pubbliche in Italia.

“Ma questa è una critica al sistema. Troppo ambiziosa, il capitalismo non verrà mai scardinato dall’esterno. È solo attraverso la riforma delle regole che si possono attutire le sue contraddizioni” mi risponderebbe un radikalschik, se avesse abbastanza energie da dedicare a questo pensiero. Ma no, troppo difficile, non scomodiamoli su questo. Sono talmente pigri che condivideranno il link di questo post sul loro profilo di facebook senza neanche aver letto fin qui.

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One response to “Radikalschik

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