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Monthly Archives: April 2012

“Vai sul nove!” [ITA]

Ragusa, Italy

Ho giocato a calcio per tutta l’adolescenza. Ho analizzato le partite “dei grandi” quando andavo allo stadio, sempre con i miei fogli e la mia matita in mano. Ho consultato, a volte di nascosto, i “diari di viaggio” che mio padre, calciatore e allenatore affermato, conserva nello studio. Tutt’oggi, anche quando guardo in maniera disinteressata una partita senza molta tattica, senza schemi, senza idee… insomma, quando guardo una partita della mia Inter, mi stupisco di come mio padre mantenga la lucidità per individuare le minuzie tattiche oltre alle castronerie da oratorio.

L’espressione da bar “il calcio d’oggi”, condita con peggiorativi d’ogni specie o affiancata a comparazioni nostalgiche con “quello di una volta”, è purtroppo calzante. Soprattutto per quanto riguarda il calcio italiano. E non solo per Calciopoli o per lo scandalo sulle scommesse. E neanche per il meno famoso “traffico” legato a procuratori e società poco chiare (o addirittura collegate ad organizzazioni criminali). La carriera di mio padre si è snodata attraverso due generazioni e mezzo di calcio. Dagli anni Sessanta ad oggi ne è passata di acqua sotto i ponti. Sono cambiati i tacchetti, le fasce di capitano, i pali della porta e i seggiolini in panchina.

Ultimamente, però, il calcio italiano ha perso campo in una delle sue caratteristiche principali: la difesa. Come mio padre, sono stato un giocatore difensivo. Il mio primo “mister” è stato uno degli ultimi “liberi” siciliani. Il mio primo campionato nella mia città l’ho disputato con il numero 5 sulle spalle, divertendomi in salvataggi in scivolata sull’unico campo in erba del calendario (anche in trasferta non mi risparmiavo… alla fine la pelle sulle ginocchia ha una vita inferiore ai sette giorni quando si hanno dodici anni). Da difensore, oggi vedo la difficoltà tattica dalla Serie A ai giovani nel comprendere lo spazio e nel selezionare le minacce più impellenti. Come mi ha fatto notare il vecchio Josè, il tutto, alla fine, sta nella infinita diatriba tra “zona” e “uomo”.

Conosco solo a grandi linee la storia del calcio. Non voglio spendere il mio tempo con Google e Wikipedia per darvi dati esatti, ma in pratica all’inizio del secolo passato si rincorreva la palla. Tutti. Il calcio era un “gioco poco maschio, sudicio e animalesco”, come un anno fa lo sentii definire dal mio amico Marzio. Dagli anni Sessanta, con la generazione post-bellica di nuovo con le scarpette ai piedi, con palloni sempre più controllabili, si pensò di concedere una possibilità alla tattica, introducendo un po’ del gioco degli scacchi alla atletica scoordinata dai piedi scalcianti. Una squadra organizzata bene, in cui le energie dei calciatori potessero essere concentrate su compiti più specifici poteva prevalere sull’alteticismo, ma anche sulla tecnica, di avversari peggio sistemati.

Lo schematismo del 4-4-2, con i suoi ruoli rigidissimi, è ancora praticato da alcuni mister nostalgici. Tuttavia, sono stato l’ultimo dodicenne a sentirmi spiegata la differenza tra “stopper” e “libero”. Il 4-4-2 è oggi il paradigma, la “lezione zero” dalla quale si parte per insegnare il calcio. Rigorosamente a zona. La “marcatura a zona” (espressione tanto impropria quanto abusata: ci si dispone a zona, altrimenti si fa la fine dei birilli) fa dell’occupazione dello spazio il principale obiettivo della squadra e del singolo calciatore. Si viene a concretizzare soprattutto nella fase di non possesso, cioè di difesa. Durante i calci da fermo (siano angoli, punizioni, o anche rimesse laterali con le mani), la squadra deve operare una transizione strutturale e ogni “difensore” (membro della squadra senza palla) deve occuparsi dell’avversario più vicino in maniera diretta. La situazione di gioco si congela e i difensori si “incollano” agli avversari, perché il mantenimento della difesa a zona potrebbe lasciare troppi spazi agli attaccanti. Tutto il resto della fase di non possesso è dominato da diagonali, “accorci”, alternanze e pressioni, senza un compito di marcatura individuale.

Durante il campionato di Serie A ancora in corso abbiamo assistito ad errori madornali delle difese proprio nelle fasi “speciali” di non possesso. Avversari lasciati soli in area durante situazioni cruciali delle partite. La transizione dalla zona all’uomo non ha funzionato. La “linea” dei difensori per l’equilibrio della squadra e per la “trappola” del fuorigioco è più importante di un gol subito. L’arte del gioco di squadra ha completamente superato la sfida individuale. Solo raramente gli allenatori assegnano la marcatura a uomo al giorno d’oggi e questa è generalmente riservata ai “registi” avversari e il suo scopo è spezzare la manovra offensiva sul nascere, piuttosto che fermarne la fase conclusiva, come quando si marcavano i centravanti e le ali. I terzini sono sempre più spesso corridori mancati oppure ali eccezionali che di fatto funzionano solo durante la fase di attacco.

La prossima sfida nel settore tecnico italiano si prospetta proprio sull’inclusione dell’obbligatorietà della marcatura a uomo durante il periodo educativo e formativo della carriera calcistica, gli anni delle competizioni non agonistiche. Da bambini e da ragazzi, si può infatti imparare il mestiere sporco, fisico e psicologico della marcatura a uomo meglio che da grandi, quando le navigate “colonne d’Ercole” della difesa, con la loro intelligenza calcistica e la padronanza degli spazi, apriranno agli attaccanti negli oceanici spazi offerti dalle loro ordinatissime maglie (l’ironia, a volte, si spreca).

Pochi scherzi, come mio padre, sono un fanatico della tattica. Non c’è niente di meglio che guardare una partita che, nonostante finisca senza reti, abbia messo a confronto due squadre ben organizzate, i cui attaccanti sono stati neutralizzati dagli schemi difensivi. Tuttavia, vedo troppi ragazzi alzare il braccio verso l’arbitro supplicando perché fischi un fuorigioco dopo che essi stessi non avevano seguito un “taglio” sotto il proprio naso dell’attaccante avversario, che ora sta già esultando. In alcuni casi, la “linea” deve andare a farsi benedire, la “squadra corta” deve aspettare la prossima azione. Bisogna trasformarsi in cacciatori di palloni ed evitare che esso giunga all’avversario, oppure sradicarlo dai suoi piedi con ogni mezzo (o quasi). Di sicuro, non si può lodare il calciatore che “fa il proprio dovere” (ma solo quello tattico e spaziale) e lamentarsi dei torti arbitrali con l’arroganza di molti dirigenti di Serie A e molti genitori belligeranti in serie molto, ma molto, minori.

Il "taglio" di due attaccanti

Nella pallacanestro la “zona” è vietata per quasi tutto il periodo giovanile. È chiaro che il paragone è molto diverso, dato che nel basket adulto si limita ad alcuni momenti della partita ed è comunque confinata ai 24/30 secondi durante i quali la squadra avversaria ha il permesso di possedere la palla per preparare la finalizzazione. Ma è chiaro che, senza un adeguato allenamento sull’uno contro uno è difficile che si diventi buoni calciatori o cestisti.

Tra basket e calcio si può notare una tendenza opposta. La NBA, “spettacolare versione nordamericana della pallacanestro” (come dice Cello), viene costantemente contaminata dalla disciplina di alcune stelle europee, che aggiungono alla loro capacità di affrontare un avversario, la precisione nei tiri liberi e il rigore tattico. Il laissez-faire portato dalla zona e dai pulitissimi campi in erba sintetica ha invece significato uno svilimento delle capacità tattiche dei difensori italiani (o che giocano in Italia), mediocri difensori dell’aria circostante, sono incapaci di cambiare la propria attitudine quando un avversario si permette di occuparla.

1 vs 1 è la base del calcio da cortile. Lì si formano i migliori attaccanti, si affinano le qualità tecniche e si impara a subire gol chiaramente irregolari. Ma i difensori? Ricordo il grande piacere per la sfida individuale che provavo contro gli attaccanti della mia squadra durante le pause dell’allenamento. A tutto campo, ma non sulla velocità, consegnavo la palla e aprivo la caccia. Claudio (quasi sempre era lui) cercava modi sempre nuovi per saltarmi e io provavo a costringerlo all’errore. Riconquistata la palla, la cedevo indietro sprezzante, giocando al gioco psicologico che costruivo per supplire alla differenza tecnica tra me e il mio amico avversario. Saper marcare a uomo significa anche questo: capire la psicologia dell’avversario e punzecchiarlo dov’è più fastidioso, sia questo con parole (senza bisogno di insulti) sia con comportamenti. Alcuni odiano il contatto fisico quando la palla è lontana, altri diventano matti se li costringi a giocare solo con il piede destro (sì, proprio voi, mancini!).

Sviluppare tale esperienza nelle situazioni di gioco è fondamentale a un’età nella quale bisogna imparare il gioco di squadra (soprattutto in fase di possesso) e comprendere l’importanza della responsabilità individuale. Senza per questo esporre alla gogna il malcapitato difensore che non ha saputo tener testa al cannoniere. Sono certo che esistano metodi pedagogici adeguati ad evitare che i ragazzi e le ragazze cadano nella spirale della depressione perenne. D’altronde, il ruolo dell’allenatore, soprattutto durante la crescita dell’atleta, dovrebbe essere quello di porre di fronte a ciascuno i propri errori e spiegare con cura i rimedi. Sarebbe inutile farlo dopo la finale di Champions League, tra lacrime e medaglie d’argento.

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Creative Chaos Award

Ragusa, Italy

Yes, It looks like a chain, a very American experience. However, I like the absurdity in the wording and in the structure of the award, so here are my responses and my nominees:

Here are the rules for the Creative Chaos Award:

1. You must tell 3 completely weird things about your habits. If you claim to have no weird habits, you’re lying and we’ll have to send an investigative team for further analysis.

2. You must tell why you look at the “glass half full” scenario and ask “what? No coffee?”

3. Complete any one of the following essay questions:

A. You find yourself in a desolate place when your car breaks down. You have no cell phone service, no Walmart (I know, GASP, right?), and only a candy bar for food. It is 150 miles to the closest town. What color are your pants and why?

B. You find yourself having to ride an elevator quite frequently. How do you pass the time to show off your creativity?

4. Then you are to nominate 3/5 random people and let them know.

5. Make sure to show proper gratitude to the person who nominated you whether that is to shower them with gifts, prizes, and cash or to see that they are put into a clown costume and photographed for internet mocking.

6. Make sure to post the award somewhere other than the underside of the toilet seat.

A chaotic award?

The 3 completely weird things about my habits are:

1. I am terrified by Teletubbies.

2. I don’t dance!

3. I love olive oil, but I dislike olives.

You must tell why you look at the “glass half full” scenario and ask “what? No coffee?”

No, first of all, it’d be a mug. And it’d be People’s Café’s Caramel Macchiato, all steamy and sweet… What?! No internet connection? I’m outta here!

The reply to the question is:

A. You find yourself in a desolate place when your car breaks down. You have no cell phone service, no Walmart (I know, GASP, right?), and only a candy bar for food. It is 150 miles to the closest town. What color are your pants and why?

I’ve never seen a Walmart after spending a year and a half in the United States (Bay Area and DC). Also, I’ve never purchased any goods from Starbucks, although I free-rode a few times for their restrooms. Uh, GASP! That’s where I forgot my pants!

My three nominees are:

1. Calvin After Cal – the first blog I started following
2. Musings on Moscow, Comments on Kazakhstan – interesting read on my next steps as a world traveller
3. hoopaddicted – wanna talk sports? that’s the way to do it!

 

Thank you, Dear Kitty for the nomination!

my bit(e) of gratitude

my blog will go through a brief pause… meanwhile, read this!

Dear Kitty. Some blog

From The Atlantic in the USA:

Japan in Uproar Over Censorship of Emperor’s Anti-Nuclear Speech

Mar 26 2012, 8:46 AM ET

Why did Japanese TV channels cut Emperor Akihito‘s address on the one-year anniversary of the Fukushima crisis?

There is a particularly sensitive accusation reverberating through online discussion boards and social media in Japan: that Emperor Akihito’s speech on the one year anniversary of the earthquake and tsunami was censored on TV for his comments about the nuclear disaster at Fukushima.

The 78-year-old Emperor Akihito had insisted on attending the memorial service, though he had been released from the hospital for heart bypass surgery less than a week earlier. While the emperor is technically just a figurehead, he is still deeply revered here. Many Japanese see him a source of guidance in times of political difficulty, which have been many in the last 20 years. His speech…

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