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Noi non siamo razzisti

Oakland, CA

Questa è la traduzione di un’articolo che ho scritto di getto, tra autobus e metropolitana, dopo una illuminante discussione sul razzismo negli USA, con alcuni amici. Dopo aver letto un articolo su La Sicilia dove compariva una citazione di un assessore comunale di Giarre che mi ha spinto a scrivere l’intero articolo sul cellulare, senza mai staccare le dita dai tasti o lo sguardo dallo schermo. Sì, mi sono perso la vista di San Francisco, per una volta, ma spero serva a qualcosa.

Il modernissimo consigliere comunale Josè – che è anche mio padre – aggiorna il suo status su facebook incollandovi un intero articolo di giornale. Sono sicuro di avergli mostrato almeno una dozzina di volte come inserire links oppure scrivere delle “note”, molto più agevoli e meno ingombranti di uno status-papiro. Ma tant’è. Scorrendo tra le righe leggo le solite vecchie notizie sullo stato dell’arte dell’incompiuto siciliano. Poi un lampo, un virgolettato. Ma qui mi fermo e fornisco un po’ di informazioni utili a chi non è familiare con il tema in oggetto o a chi avesse le idee confuse.

Giarre è la capitale italiana delle opere incompiute. Stadi, piscine, teatri… a voi scoprire cosa non abbiamo finito. C’è anche un “campo di polo” dove i cittadini vanno a correre e i ragazzini vanno a scuola calcio, presso le sparute società che sono ancora vive nell’area etnea. L’intera struttura fu costruita grazie al denaro fluito da Roma per i Mondiali di Calcio del 1990. Nei pressi di questa struttura non potrebbe essere organizzata alcuna attività o alcu, eccetto centri di raccolta in caso di emergenza e atterraggio per l’elisoccorso. A Giarre, una cittadina di appena 27.000 abitanti, in pochi hanno visto un elicottero atterrare al campo. Pochissimi hanno mai sentito parlare di “polo” in riferimento a uno sport, e non a magliette o caramelle. La struttura non è mai stata compleatata perché il denaro destinato alla sua costruzione è passato attraverso il filtro della corruzione politica, indubbiamente scortato dai vasi di ferro della mafia.

Spesso, quando mi trovo in Sicilia, visito la struttura e ultimamente ho notato che i ragazzini che giocano per la scuola calcio che mio padre ha fondato con alcuni amici sono costretti a correre su una superficie decisivamente peggiorata rispetto a quella che, ricordo, calpestavo dieci anni fa. Oggi, le stanze che ospitano gli uffici della società (non ufficiali, non registrati e non assicurati) sono costantemente oggetto di vandalismo. Dietro gli immensi e vuoti spalti riposano dozzine di campane per il riciclaggio di rifiuti, che una volta, quando l’amministrazione fingeva di riciclare i rifiuti urbani e invece trasferiva tutto negli stessi camion della nettezza urbana, si trovavano in molti punti della città. Accanto a questi giganti assonnati, alcuni spacciatori sprecano i loro pomeriggi indisturbati, troppo vicini ai bambini e agli adolescenti che giocano a calcio venti metri più in là.

Il campo di “polo” dove i ragazzini sognano l’erba

Un altro elemento importante per completare la descrizione storica è la caduta di cenere vulcanica dalla vicina Etna. Dal 2002, i fenomeni di parossismo si sono moltiplicati e continuano a molestare la tranquilla vita del paese.

L’amministrazione comunale è stata conquistata per due mandati consecutivi dalle forze conservatrici che lasciano che i “favori” dettino le priorità di gestione municipale e che hanno permesso una dura crisi di bilancio. Adesso, infatti, non sono rimasti neanche i fondi necessari per le pulizie “ordinarie” degli spazi pubblici, il che è un dovere primario per le istituzioni locali (“la manutenzione ordinaria è nella funzione dell’amministrazione pubblica” ricorda Josè, intervistato dallo stesso giornalista). Anche la pulizia della sabbia vulcanica dovrebbe rientrare tra i compiti di un’amministrazione diligente. È invece toccato ai calciatori e ai corridori portare scopa e paletta per utilizzare la malandata pista d’atletica. Uno sforzo di grande valore, che non è stato neanche notato o applaudito dall’amministrazione, che ha preferito nascondersi al fine di evitare di lasciare traccia dei suoi misfatti e delle sue omissioni.

La goccia che ha fatto traboccare il vaso della mia pazienza, però, non è arrivata né da Milano, né da Londra. Da Milano, alcuni ragazzi pieni di creatività (che tuttavia relego nella categoria etnografi* zoologi umani) hanno portato alla luce dei mass media la questione dell’incompiuto, sottolineando l’incapacità tutta siciliana di finire ciò che si comincia. Da Londra, invece, gli etnografi zoologi umani britannici hanno pubblicato un documentario su di noi, sui siciliani più pigri. No, ciò che mi ha fatto incazzare (perdonatemi l’espressione) è stato un virgolettato innocente riportato nell’articolo che menzionavo prima.

Giuseppe Cavallaro, ormai ex-assessore allo sport, è stato ingenuo abbastanza da pronunciare queste parole:

C’è un’associazione di ragazzi del Burkina Faso, rifugiati politici, ospiti alla parrocchia Regina Pacis, che vorrebbero inserirsi e socializzare con la comunità locale. Potrebbero aiutarci a curare il verde come volontari, assicurati contro eventuali infortuni.

Ho dovuto leggere e rileggere la dichiarazione più e più volte. Una dichiarazione che arriva da un corresponsabile della crisi finanziaria del Comune, inadeguata innanzitutto perché, come già detto, è responsabilità dell’amministrazione garantire la pulizia ordinaria degli spazi pubblici. Impiegando residenti, pagando loro un salario dignitoso, mettendoli in regola anche dal punto di vista contributivo (perché sento il bisogno di sottolinearlo?), non elemosinando opere di volontariato.

Il motivo principale del mio sdegno, tuttavia, è l’imperdonabile assunto che mostra la forma mentis razzista tipica degli europei e che è stata sempre difficile da identificare per me, nato e cresciuto nella cattolica e conservatrice Sicilia. Sono africani, quindi è ovvio che debbano lavorare per poco o nulla (in quest’ultima accezione, si tratta di schiavitù, non di volontariato, perché non presuppone la libera scelta dell’individuo). Essi sono abituati a queste condizioni! Pulisci, presto, sistema il caos creato dalla natura… e già che ci sei, metti a posto anche il casino che l’uomo bianco ha lasciato dietro di sé! Sono rifugiati politici? Meglio! Almeno non sono clandestini e per sfruttarli non dobbiamo neanche andare contro la legge!

Non ci sono tante persone bionde in Sicilia, così come la pelle olivastra dei meridionali è una rarità nelle province del nord. L’Europa non è abituata a mescolarsi. Adesso che più persone con diversi background culturali e geografici hanno conquistato il diritto di viaggiare liberamente in Europa, la paura dello slavo si è aggiunta alla difficile relazione tra francesi e magrebini, al problema degli italiani con i rom e con gli albanesi e al tentativo tedesco di capire come comportarsi con la minoranza turca che la Germania ospita. Per noi europei è necessario guardare i film americani per pronunciare la parola “razzismo”. Noi non capiamo le sue cause e le sue manifestazioni. Questo ci fa razzisti anche quando pensiamo di non esserlo. Mi vergogno del linguaggio offensivo e razzista usato da un membro dell’amministrazione del Comune presso il quale risiedo e mi dispiace che coloro a cui piace definirsi i discendenti della cultura democratica non riescano a realizzare che sono anche gli eredi della cultura razzista che ha causato le peggiori diseguaglianze e le violenze più aberranti della storia umana.

I rifugiati politici del Burkina Faso ospitati a Giarre non vivono lì per scelta. Loro non godono dei vantaggi di vivere in Europa, non sono agevolati dalle opportunità che il trattato di Schengen concede. No, se vogliono trovare il loro posto in società, devono chiedere l’elemosina. Devono dirigere le proprie preghiere verso supponenti palloni gonfiati che non hanno di meglio da dire che: “facciamoli lavorare come schiavi!”. Quindi ci sono due parti in questa brutta storia: 1) la dichiarazione dimostra i misfatti di un’amministrazione che non tiene conto dei suoi doveri minimi verso la popolazione che l’ha delegata; 2) la soluzione proposta è chiaramente razzista in quanto suggerisce l’uso dei rifugiati africani per compiti per cui sono logicamente adatti.

* gli etnografi zoologi umani per me sono individui che provano a giustificare la supremazia di una cultura sulla base delle tradizioni etniche dei popoli. Chiedete agli etnografi britannici, russi, francesi, italiani, spagnoli, cosa pensassero degli esotici indiani, africani, magrebini, caucasici, sudamericani…

UPDATE: Grazie ad alcuni amici, ho dovuto emendare questo articolo. Mi è stato suggerito di essere più esplicito nella condanna della frase razzista del politico locale, cosa che ho provato a fare nel paragrafo in rosso. Inoltre, ho ricevuto una spiegazione dettagliata sul mio incorretto uso della parola etnografo. La mia accezione negativa della parola proviene dai tempi coloniali, quando etnografia e antropologia stavano solo cominciando ad essere inseriti nei dibattiti accademici. Il relativismo culturale da allora ha portato a una più profonda comprensione dell’altro. Tuttavia, il razzismo e il sentimento di supremazia non sono concetti relativi. Per questo motivo, pur preferendo zoologo umano e scusandomi verso i molti validi etnografi, continuo a sostenere che provare a comprendere l’altro senza neanche un pizzico di razzismo o di sentimento di supremazia sia molto difficile per gli occidentali. Spero che ne nasca un dibattito costruttivo.

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One response to “Noi non siamo razzisti

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