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Monthly Archives: July 2013

Il #petrolio di #Rosneft va in #Cina

Tallinn, Estonia

È cominciata oggi la mia collaborazione con L’Indro, una testata giornalistica indipendente che viene pubblicata ogni giorno online. Mi occuperò dell’area post-sovietica (esclusa la Russia) con due articoli di analisi ogni settimana. Le questioni energetiche e internazionali, naturalmente, saranno oggetto di particolare attenzione. Mille parole, studio approfondito del tema ed esposizione chiara per addetti ai lavori e non.
Qui sotto, un “articolo di prova”, per fare capire al pubblico come saranno trattate le notizie. In questo blog inserirò, dopo la pubblicazione, titolo, link e breve sommario di ogni articolo, sperando di stuzzicare il vostro interesse.

 

Nuova politica energetica russa

Il petrolio di Rosneft va in Cina

A est, mutano gli equilibri di potere tra Gazprom e Rosneft

I nuovi accordi commerciali del gigante russo del petrolio mutano gli equilibri di potere interni tra Rosneft e Gazprom. Il monopolista del gas si indebolisce a ovest mentre la compagnia di Igor Sechin trionfa a est.

TALLINN – Rosneft ha incrementato in maniera sostanziale il suo potere nel settore energetico russo in meno di un mese. Lo scorso 21 giugno, al Forum Economico Internazionale di San Pietroburgo, il colosso petrolifero russo ha raggiunto un accordo di fornitura di greggio verso la Cina del valore di 270 miliardi di dollari per 25 anni. Questo non è il primo segno di una forte collaborazione tra Russia e Cina in termini di commercio energetico. Dopo un decennio di negoziazioni altalenanti, le trattative relative al petrolio sono state risolte grazie alla mutua volontà delle parti e alla capacità di fare incontrare domanda e offerta, questione chiave sia per le esportazioni russe, vitali per il bilancio di Mosca, sia per le importazioni cinesi, imprescindibili per sostenere la crescita della potenza asiatica. Nel 1993, la Cina divenne Paese importatore netto di petrolio, a causa della coincidenza tra l’esaurimento delle risorse interne e dell’aumento vertiginoso dell’attività industriale. Da allora, Pechino ha sete di idrocarburi e cerca fornitori nel mercato internazionale.

Attraverso l’oleodotto ESPO (East Siberian – Pacific Ocean), la Russia è entrata nel mercato petrolifero della regione asiatico-pacifica. Inaugurato nel 2008 dopo un tiro alla fune tra Cina e Giappone per stabilirne la rotta, ESPO rappresenta il principale collegamento tra Russia e Cina, attraverso il quale vengono trasportate 15 milioni di tonnellate di greggio ogni anno. Igor Sechin, che da Vice Primo Ministro partecipò all’inaugurazione di ESPO, in questi giorni sta mostrando al Presidente Vladimir Putin i gioielli commerciali che ha conquistato da amministratore di Rosneft. Ai tempi della presidenza di Dmitri Medvedev, Sechin ricopriva due ruoli fondamentali: vice primo ministro nel governo Putin e amministratore delegato di Rosneft. Con un colpo di coda inaspettato, Medvedev impose la separazione delle cariche di Sechin e altri ‘siloviki’ (ex-agenti segreti sovietici riciclatisi in politica). Con grande astuzia, Sechin rimase alla guida di Rosneft, lasciando l’incarico governativo, sicuro della rielezione di Putin. Tuttavia, gli scontri Medvedev-Sechin non sono terminati: il primo ha proposto di vendere il 19% di Rosneft, abbassando la quota statale al 56%, mentre il secondo ha rifiutato categoricamente questa opzione. Sechin ha comunque ricevuto un ammonimento da Putin, sebbene timido e informale: «stai proprio occupando una posizione da monopolista», riferendosi in particolare ai territori orientali della Federazione Russa.

Nel suo terzo mandato da presidente, Vladimir Putin ha scelto di percorrere senza indugi il vettore asiatico della politica energetica russa, ma le due compagnie a partecipazione maggioritaria statale, Gazprom e Rosneft, hanno avuto fortune diverse. Nel caso di Gazprom, il gruppo manageriale ha commesso numerosi errori commerciali nel tentativo di risolvere il dilemma delle esportazioni in Europa, dove dal 2009 il transito del gas naturale attraverso l’Ucraina è diventato instabile e insicuro. Gli esagerati investimenti in infrastrutture titaniche (Nord Stream e South Stream), intrapresi anche grazie alla partecipazione delle maggiori compagnie europee, sono diretti a mitigare le conseguenze delle ‘crisi di transito’, ma creano buchi profondi nel budget della compagnia russa. Per quanto riguarda le esportazioni, Gazprom sta soffrendo appunto perché si trova costretta a portare a termine progetti molto costosi, nonostante la produzione non cresca e i prezzi diminuiscano.

Gazprom e il governo cinese hanno ottenuto un’intesa sul prezzo del gas russo da esportare nella Repubblica Popolare nel marzo di quest’anno. Ciò aveva sorpreso molti analisti ed esperti, considerato che nei sei anni precedenti le negoziazioni tra Mosca e Pechino avevano ripetutamente disatteso le speranze. L’intesa, tuttavia, non costituisce necessariamente un accordo e la costruzione del gasdotto è ancora solo un progetto sulle mappe. Senza gasdotto, infatti, i protocolli di intenti sulle forniture di gas naturale non possono essere tradotti in realtà. All’interno della Russia, Gazprom sta inoltre cedendo terreno in termini di produzione, dove Rosneft e Novatek stanno erodendo fette di mercato  domestico sempre più rilevanti. Proprio Rosneft ha completato a fine maggio l’acquisizione di ITERA, compagnia specializzata nel settore del gas e recentemente uscita dalle grazie del Cremlino. Insieme agli asset, Rosneft ottenne anche i diritti sui giacimenti di ITERA, diventando così un avversario concreto per Gazprom, con cui doveva fondersi nell’ormai lontano 2005. Oggi è forse più plausibile che Gazprom venga spezzettata in varie compagnie più piccole e dedicate a ciascun settore della filiera energetica, dalla produzione alla distribuzione, come suggerito a marzo scorso da ‘The Economist’.

Quest’anno Sechin ha esercitato una forte pressione affinché il monopolio sulle esportazioni di gas naturale, appannaggio di Gazprom dal 2006, fosse eliminato. Questo permetterebbe a Rosneft di pianificare un programma industriale di lungo periodo per l’esportazione di gas naturale liquefatto (GNL) dai propri nuovi giacimenti nel nord della Russia. Da lì partirebbero anche le esportazioni di Novatek, che ha raggiunto un accordo con la cinese Sinopec per la produzione di GNL nella penisola russa di Yamal.

Rosneft è impegnata in una campagna a tutto campo in ambito internazionale. Al Forum di San Pietroburgo nei giorni scorsi, la compagnia russa ha creato delle joint ventures con ENI per lo sfruttamento di risorse petrolifere nel Mare di Barents e nel Mar Nero. Inoltre, ha messo nero su bianco diversi accordi di produzione e commercializzazione di petrolio e GNL con compagnie giapponesi, americane, olandesi e norvegesi. Sul sito web della compagnia si può trovare un contatore che segnala il numero di accordi raggiunti nella città di Pietro il Grande. Ad aprile Rosneft ha inoltre acquistato alcune quote della Saras, per aumentare la sua capacità di raffinazione. Nel corso dello scorso inverno, la compagnia di Sechin ha completato l’acquisizione di TNK-BP, joint venture nata nel 2003 tra alcuni banchieri russi e la britannica BP. Quanto successo è stato utile per mantenere un buon rapporto con BP in vista delle possibili esplorazioni artiche future, dopo quelle fallite nel 2011.

La Cina considera positivo l’incremento del potere di Rosneft, visti i problemi negoziali avuti con Gazprom in passato. La compagnia di Sechin è anche in buoni rapporti con il Kazakistan, che dal 2009 fornisce annualmente circa 10 milioni di tonnellate di petrolio alla Cina occidentale. Dall’Asia centrale arriva anche gas naturale dal Turkmenistan, nuovo partner chiave della Cina, a dispetto di Gazprom. Pechino ha tutto l’interesse a circondarsi di “amici energetici” affidabili e lasciare al proprio fato il lunatico management di Gazprom. Questo mutamento in termini di potere relativo nel settore energetico russo tra Gazprom e Rosneft non è invece ben visto da Putin, il quale preferirebbe una strategia più equilibrata per la nuova politica estera energetica che guarda a oriente. Tuttavia è probabile che la conclusione del terzo mandato di Vladimir Vladimirovich coincida con la fine dell’egemonia di Gazprom, confinata alle attività europee, e con l’ascesa di Rosneft e Sechin a est.

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