bottleneck analysis

Fresh insights about energy, politics, travels, sports, music…

Category Archives: education

Back to school

2016-09-20-11-26-03

Edinburgh, UK

After three years of incredible personal, professional, and business growth, I take my leave from The Conway Bulletin to undertake a doctoral degree at the University of Glasgow.

When I started at the Bulletin as a Kazakhstan correspondent, the newspaper had only 3 pages. Back then, everyone was excited about the start of the Kashagan offshore oilfield, which would have soon disappointed hopefuls when its pipes broke. Interestingly, Kashagan just re-started a few days ago. But now the Bulletin counts hundreds of subscribers, not just dozens, runs 12 pages packed with news every week and has a fully-working archive with over 7,000 news items from the past six years.

Now, after writing well over 2,500 news stories and around 200 news wires, covering  elections around Central Asia and the South Caucasus, and doing an immense amount of daily research, it’s time for me to move on to my next challenge, back into academia.

At Glasgow, I’ll fold back into my research of Kazakhstan’s energy sector, with a particular eye this time to its social impact. This means that I will travel more to Central Asia, attend more academic conferences, and write more for a diverse range of outlets.

For a brief period, I will continue to work part-time at the Bulletin, hoping that my replacement can be found soon. And I will stay on in Edinburgh until there’s a good reason to move.

After almost two years, the blog is back. Or is it?

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Which Side Are You On?

Tallinn, Estonia

DISCLAIMER-THAT-I-DON’T-NEED: I may or may not have made references to past, current, or future employers/schools/publications/friends. The internet is not a real place anyways.

Throughout my mature life, I was/am/will be torn in between controversial issues for my own beliefs. Working for a company/organization which has interests in furthering what I hate the most (wars, economic blockades, antagonistic discourses, racism, supremacism, machism…). Writing articles that make people working in these places/publications twitch and edit it all out or refuse it. Working for a government that despises its own Constitution, which says that “Italy repudiates war” and still our army kills and gets killed in armed conflicts abroad, among other horrible things. Studying and getting a bursary to link and justify a regime with limited freedom to the eyes of armchair bureaucrats and intellectuals in Europe. Keeping my friendship (or even Facebook friendship) with people whose beliefs are so distant from mine that I can’t believe our relationship even started. Possibly applying to work for energy companies that pollute, exploit, and corrupt (all of them?). Arguing in academic circles about the relevance of the use of a confrontational and biased attitude from our Western (or sometimes Semi-Western) perspective built by newspaper articles and rhetoric from various pundits (isn’t the purpose to understand and analyze? Aren’t we just judging and misrepresenting instead?).

Coping and sucking it up has become a true skill of mine. I should put it in my CV: “I will be able to withstand all the bullshit that goes on at your workplace”.

But isn’t that what most of us does every day? What am I complaining about? I am sick of this fake “courage” of mine that pushes me into dead ends where I can only realize how awful the world can be on this side. While I try to gain the necessary courage to successfully make the move to a side that is more in line with my thinking, I will keep learning to the tiniest details what is bad and needs to be eradicated.

 

 

I’m on that side. The other one.

New adventures

Tallinn, Estonia

Getting to a country where you have no clue about the local language is tough. Buying food is tough: what exactly am I buying? I just figured out how the announcements on the bus work. I get names and streets confused all the time, I can’t pronounce anything correctly. It has never happened to me before (maybe in Paris… Yes, I’m being sarcastic). It is also absolutely my fault, because the lack of time impeded me to get a grasp of this difficult language.

Now, in the streets of Tallinn, I hear more Russian than many here admit. Right now, a lady is saying да и нет on the phone.

The modern European feeling is mixed with the Soviet-era apartment blocks and the cute and medieval old town.

Clean and tourist-friendly, this small capital city could teach a lot to many West European cities. Its long summer days are about to start and humidity has allowed the flowers to bloom.

My part-time job will be the first of the new adventures. Some activities are still ongoing, like the preparation of a co-authored book chapter, a long paper, and 4 presentations about them.

These are going to be, again, very busy months. And the blog activity will be the first to suffer. Also because the e-magazines with which I am collaborating (The Hidden Transcript and VostokCable) would probably prefer that I devoted my time to writing for them.

Le novità e il razzismo

Glasgow, UK

Mentre in Italia la democrazia è sospesa, in un periodo storico nel quale le elezioni politiche non danno risultati politici, quando viene chiesto a un Presidente della Repubblica uscente di “salvare la partia” e ripetere l’esperienza, nella discontinuità più evidente con la storia parlamentare repubblicana, proprio nel momento in cui un democristiano “giovane” sceglie un esecutivo con molte donne e “non divisivo”, ecco che l’Italia si riscopre razzista.

Comedovequando? La nomina a  ministro dell’Integrazione di Cecile Kyenge Kashetu, medico di origine congolese, ha fatto sollevare molte sopracciglia sia nel mondo politico sia in quello del bar dietro l’angolo. Una “nera” ministro! Non era mai successo nella storia repubblicana – e non ha alcuna relazione con la sospensione della democrazia, anch’essa una novità repubblicana. Dall’insediamento al Quirinale ecco il fuori onda “ma come si pronuncia?”, dai siti nazisti ai leghisti, tutti hanno sparso un pizzico di razzismo sulla vicenda. Qui sotto un estratto da Repubblica del 30 aprile:

“Scimmia congolese”. “Governante puzzolente”. “Negra”. “Negra anti-italiana”. “Vile essere”. “Faccetta nera”. E poi: “Il giorno Nero della Repubblica”, con sotto la sua foto. Fino a un “ministro bonga bonga” (il copyright è del fine pensatore leghista Mario Borghezio che Cécile l’ha già ribattezzata “faccia da casalinga”, “scelta del cazzo”, una che è arrivata lì “perché si sarà arruffianata qualche gerarca del Pd”).

Repubblica va a cercare gli insulti su benitomussolini-dot-com. Ma non ci sarebbe bisogno di andare così lontano nel mondo del web per trovare espressioni di tale ignorante e diabolica bassezza. I vicini di casa, gli amici al bancone del bar, le nonne dietro l’asse da stiro, tutti hanno avuto un momento di difficoltà interpretativa di fronte alla nomina di un ministro di colore. Vanno bene le “coloratissime” squadre di calcio e basket, con gli oriundi vinciamo campionati e mondiali. Vanno bene i poveri disgraziati che ci vendono occhiali taroccati sulle spiagge mentre noi ci abbronziamo. Ma le decisioni politiche? Quelle devono restare in mano agli “italiani”.

Ma chi sono questi italiani? Quelli che non sanno coniugare i verbi al congiuntivo, o che lo scambiano con il condizionale (siciliani, parlo con voi)? Quelli che dicono “ho rimasto” (Romagna!!!)? Quelli che sostituiscono il “te” al “tu” (lumbard, parlo con te)? Oppure quelli che non conoscono le differenze tra Gramsci, Matteotti e Moro (alunni del SID di Forlì), quelli che non capiscono l’importanza del XX Settembre, quelli che non sanno che la Calabria non confina con la Campania, quelli che non riconoscono l’importanza dello studio di Dante e Bufalino, oltre che di Montalbano?

E chi è razzista? I puri del Nordest che insultano i “colorati” mentre li sfruttano nelle fabbriche e nelle campagne? Gli ignoranti siciliani di cui parlai un anno fa?

No, gli italiani sono quelli che in Italia hanno vissuto, ci sono nati, ci vivranno. Quelli che partecipano alla costruzione della comunità nella società. Molti dei rosei che vivono nello stivale sono meno “italiani” dei più scuri di pelle che ci vivono accanto. Ius soli? Yes, caro Maroni. Chi nasce in Italia non deve essere costretto a “tornare al suo Paese” quando arriva alla maggiore età. Perché il “suo” Paese è proprio l’Italia!

Il problema del razzismo talmente aperto da generare sdegno a prima vista non è la questione più pressante, ahimé. Il motore immobile di questa ventata razzista, il momento razzista fondamentale è stato generato proprio dall’impalpabile presidente del consiglio. La scelta di Letta di assegnare a Kyenge il Ministero dell’Integrazione rappresenta la principale scelta razzista sul caso apertosi. La logica del “visto che è nera, capirà i problemi dei migranti” non è altro che l’affermazione che il problema del razzismo si trova principalmente nel discorso politico. Più di 5 milioni di persone di origini straniere vivono in Italia e l’unica cosa che il governo riesce a pensare è di dare a una loro “simile” un ministero. L’integrazione, o meglio la convivenza, non si raggiunge grazie a un ministero o al colore del ministro. L’Italia avrebbe potuto dare un segnale contro il razzismo inerente alla nostra cultura poco cosmopolita dando a Kyenge o a chiunque altro, di qualsiasi colore, un ministero “attivo”, rilevante e magari con portafoglio.

Ad esempio, visto che Kyenge è un medico, perché non affidarle il Ministero della Salute? No, il trasparente-presidente ha deciso di affidarlo alla berlusconina Beatrice Lorenzin, che dall’alto della sua maturità classica sicuramente coglierà in un batter d’occhio tutti quei complicati prefissi di origine greca.

Recent Past and Near Future

Glasgow, UK 

The fact that I’ve let this blog go even under one post per month can be a huge disappointment – or a great relief – for my few followers. I have now a few related announcements to make in order to explain my past and future absence from this platform. The absence will be interrupted by wordy posts, however. Because I can’t keep my promises.

– Collaboration with The Hidden Transcript (student-run online magazine)

For forthcoming articles, refer to the page http://thehiddentranscript.com/author/paolo/

– Conferences, roundtables, workshops in the next 2 months

  • Dublin, DCU – Irish Association for Russian, Central and East European Studies (IARCEES) Conference

    • presentation of a paper on Pipelines and Hegemony in the Caspian Region (a neo-Gramscian appraisal)
  • London, UCL – School of Slavonic and East European Studies (SSEES) and Centre for East European Language-Based Area Studies (CEELBAS) Roundtable on “Energy and Institutions”
    • presentation on Pipeline politics and Energy Security in the Caspian (the case of Kurmangazy)
  • Cambridge, UK – British Association for Slavonic and East European Studies (BASEES) and International Council for Central and East European Studies (ICCEES) Congress
    • panelist and discussant for panel 3.4 “EU Energy Security since 2004: Import Dependency and Russian Gas Supplies for an Expanding Union”

A couple of book reviews will also be coming along.

Dear Green Place

Glasgow, UK

Apparently, this is what “Glasgow” used to mean. But there’s very little time to read Wikipedia articles on it.

After finally getting a roof on top of my wet head, Glasgow has forced me into a whirlwind of things to do. Apart from all the bureaucracy (a little more than for Italy, believe it or not), academic and language and social items get added repeatedly on my to-do list.

Conferences and panels to attend and organize, meetings and events to go to, books to review, classes to take, languages to learn… life will zoom very fast here in Scotland.

So, Dear Green Place, I’ll probably not know you well until the very end.

Marketing Academic Achievements

Oakland, CA

Roughly one year after the publication of my MA thesis as a book, I received in the mail a special package, containing the first peer-reviewed and fully-recognized publication of academic relevance I have ever written. This one sounds more like the first real step into the academic world.

The book, although cherished by parents, relatives, and friends, was crafted by me, with the dear help of my mentor and my partner. The paper published by European Perspectives weeks ago was the outcome of my first international conference as a protagonist and the first peer-review process. One question keeps me confused: what should authors do to emerge from the crowd and make their voices heard in the midst of a world where publishing (and self-publishing) has become easier and easier?

My youngest cousin was born on 11/11/2011. The doctors planned the date for the cesarean section for that unique day. However, I was already set to go to London for my first international conference as a speaker, the presentation ready and a first draft of the paper completed. I was disappointed to miss such a happy family event, but everybody had a full understanding as I was going to set a milestone as well. Small, lively, and intense, the One-Day Energy Workshop organized by Diana Bozhilova and Tom Hashimoto was a great success and featured young scholars from all over the world. Two emerging experts in energy politics, Diana and Tom arranged everything to be smooth and effective at the Bulgarian Embassy where the meeting was held. From the final applause onwards, we knew we had to work hard to finish our work, include the suggestions received, and send it to an academic journal. The plural used for the following part relates to the fact that this publication was co-authored with colleague, friend, and dreamer Elvira Oliva. November passed and the January deadline approached. Rushing through our many occupations (Elvira actually has a structured, real one!), we send in the paper, get a very thorough peer-review, and edit it accordingly. Finally, the paper is ready, shifted to another journal, and published. Granted, we could have done a better job with the graphs and with some of the content, but this effort, which lasted almost one year, generated our best achievement so far.

The process of academic publication is fairly long. You have to make sure your writing is impeccable, clear, and inequivocal. You have to take care of style, subdivision, quoting and referencing, and spelling rules. Once this process is complete – and of course, the content must be outstanding, original, and intriguing – you get slashed on something you had not previously taken into consideration. Ah, the beauty of many eyes and brains! Collectively, the whole work is perfected and solidified. Freshly out of the printer and freshly linked online, this paper conveyed the sensation of being a delicious cookie.

Back and Front of the European Perspectives journal

On another note, I just received the yearly statement for my book which has sold eleven copies. Not enough for generating royalty payments (I would have needed at least double the amount), but enough for boosting my morale even further about the recognition of my efforts. Eleven brave individuals have emptied their Amazon cart with my – rather expensive, unfortunately – book in it. Soon, after I complete my editing and I add a section on China, Russia, and Central Asian energy, I will be able to publish it for free on the website of the research center I am working with (PECOB). Free means more access and more opportunities for intellectual dialogue. As I complete my first year of relationship with my publisher, I would not repeat the experience if I were to publish another book. Mainly because the book was placed at a very high cost on the market and, although not asking for anything in return, the publisher gave me back less than I had dreamt of. [Incidentally, I think the book would have sold way more copies were it put at 1/4 of its current cost. Probably more than 4 times as much copies would have been sold. Making still zero returns for me, probably higher profits for the publisher, but chiefly, making the book available to more readers! – Here I am teaching marketing…]

The question, the main puzzle keeps standing. How should academic publications be advertised, promoted? I go around on Facebook, Google, Academia.edu, Twitter, and other social media, I published several articles online which linked to my work. I started a blog also with the purpose of promoting my writings. I received a few rewarding reviews that allowed me to improve my understanding of my own work and my mistakes in it. However, I feel that the work of this young researcher has been left out from some circles in which I was eager to participate. What sould I have done? What should I do in the future? Carpet-bomb academics, libraries, and journalists with emails about the new cookie? Have promotional events (although I hate “events” and that would accrue a significant cost and therefore push me towards the need of sales)? Circulate free copies of the manuscript? I did a mix of all of the above, minus the event, and I would like my eclectic audience to suggest what marketing strategies should I have undertaken and how much “poking around” is enough.

Education in Motion

on BART, between SFO and Oakland.

During the past year and a half I’ve been looking for something to do with my life – and not only mine – after graduating from my Master degree in Italy. Willing to keep studying and having enjoyed the US research environment, I decided to try applying – again – for a PhD program here. However, my previous and recent experience with the standard way of assessing applications, left me with a sour taste, again.

During my NEET (not in education, employment, or training) period, I kept enjoying the beauty of studying through libraries, where I entered thanks to my old IDs. It sure feels good to be involved in reading academic texts without the pressure of the exam. I had a project in my sleeve, so I just explored more and more the world of energy and tried to gain knowledge in fields where I lacked one. Freedom to read also gave me the possibility of reading novels and more political texts. Meanwhile, I struggled to earn a minimum for my subsistence, which I barely managed in such a bureaucratized world.

I concentrated my interest in a few projects that allowed me to be eclectic in my future path: the issue of hydrocarbons in the Arctic, the Bulgarian nuclear energy sector, the struggle for power and gas between the Kremlin and Gazprom, and the relevance of energy in diplomatic cooperation in the Caspian region. These might sound boring to many, but to me they spark interest and excitement. They are also deeply rooted in recent history, but they keep their impact in contemporary daily news. As I sit through conferences more and more frequently, I realize that what’s intriguing to some could be irrelevant to others.

Without much illusion of succeeding, thanks to the last drop of self-esteem that was left in me, I found the energy to apply for a very interesting Erasmus Mundus program. Erasmus Mundus was recently set up to link “Erasmus” countries – that have their university systems already interconnected through student, staff, and faculty exchanges – and third countries in the extended neighborhood of Europe, such as the Middle East, the Caucasus, Central Asia, etc. The program to which I submitted my application was a new one, coordinated by the University of Glasgow: the International Master in Russian and Central and Eastern European Studies (IMRCEES). The program had already existed for a few years, but this was the first year that the consortium obtained EU funds for it. Glasgow is in fact teamed up with a few other institutions from Poland, Estonia, Hungary, Finland, and Kazakhstan. As soon as I read Kazakhstan I became interested. I laid out my plan and submitted the many documents needed for the contextual application to the program and to the scholarship. A couple of months later, when my expectations for further education had vanished, I received a letter that confirmed my admission to the program. I shook my head: I had to change plans again, but this time it would have been more fun!

So I packed my luggage and tried my best to give and get a Glasgow impression by participating in the annual conference of my future department. I went there during my crazy May, just before my trip back to the US, on which I embarked with a very different motivation compared to the previous ones. This is my last stay in this beautiful and strange country for a while and I am going to use it as a trampoline for my next English-language adventure.

My first stop will be Scotland in September. There I will spend one academic year, trying to learn Russian one more time, carefully engaging with my professors on matters that my experience has told me a lot about, and enjoying the Tropical weather. One of the previous resolutions is clearly false, I’ll let you guess which one while I go to the store to buy a raincoat.

The next summer is going to be full of travels and surprises, as my plan is to go to Azerbaijan for research, but I might have to stop in Estonia first, for additional academic reasons. Anyway it goes, the 2013 summer term will be short, as I will continue my eastbound ride to Kazakhstan, to the former and prospective capital city of Almaty, which is supposed to re-gain its status in 2017. I will spend another academic year there before completing yet another thesis, in order to gain yet another Master degree. What will this lead to? There’s no use in asking, as my future keeps changing weekly.

May I Hop On? – Irish Chapter

Cork and Dublin, Ireland (May 3rd-11th)

Traveling is made easier when you end up at your friends’ place. Plus you get to know new people that quickly turn into “first-degree” connections. This month of May is full with new faces, new places as well as the dearest old faces and places. Just over a year ago I started this blog and it would have been hard to even imagine what occurred since then. I’ve been out of school, split between Sicily and California, striving to make a profession out of my passion. Obviously, it hasn’t worked yet and in a few occasions I could have drifted away to a real job, even one that doesn’t satisfy my intellectual thirst. But I decided to wait.

I focused more and more on my academic interests and I enjoyed international exposure with the publication of my thesis as a book and the output of a few articles in online publications (check out the “about” page). Most importantly, I participated in three conferences in the European English-speaking Islands (EEsI, as an easy reference – Albion doesn’t really fit in today’s political and cultural environment) and prepared presentations and papers for them. These occasions are  a “perfect venue for high-level exchange of academic knowledge, which encourages cogent analyses of the most recent events to be rooted in profound historical grounds” as I wrote in the report for the one in Cork. It’s a shame that for such important events, little support is given to the researchers on average. The IARCEES has been the most generous so far, although all are struggling with funds and university bureaucracies. Such symposia, however, are not to be missed; there’s simply too much to learn and to network. Plus, it is conventional in academic meetings to be as much kind and welcoming in the introduction of a speaker, as fierce and strict in the remarks and evaluations of his or her analysis. Intellectual battles, at least here in the land of fair play, are the most insightful and stimulating ones.

But here it’s not the place to dwell more on the content of the conferences. Instead, a description of the places I visit should be relevant for the readers and for me as a future reference.

Ireland is drunk and cloudy. No, it’s not really that bad, but these are its only two visible defects. There’s too many any-age beings that sway around the sidewalks in a constant state of haze. More, you can’t really go out without a coat, an umbrella, and rain-proof shoes, because you never know what weather you’ll face. Cork is increasingly becoming an international town, although not so much for its college. The “business park” (and, chiefly, the welcoming business environment) has brought many multinational companies to the area next to the airport. Many young Europeans are now working in customer service, technical support, and project management, flooding the second largest city in Ireland (still pretty small) with a diverse and fervent livelihood. Many come for a short term (and to perfect their language skills) but end up staying, captured by the good sides of Ireland. Apropos of good sides, I kept quiet for too long about the most amazing highlights of the Irish island: the people are fun, interesting, and kind, all the time; the traditional landscape is well preserved and full of history; the food is nice, even though a few coupling of ingredients are pretty wierd; monuments and sunsets are pretty in a peculiar way.  The smell and the light are typical of the EEsI: I find them, unchanged, over and over again every time I come here.

“Vai sul nove!” [ITA]

Ragusa, Italy

Ho giocato a calcio per tutta l’adolescenza. Ho analizzato le partite “dei grandi” quando andavo allo stadio, sempre con i miei fogli e la mia matita in mano. Ho consultato, a volte di nascosto, i “diari di viaggio” che mio padre, calciatore e allenatore affermato, conserva nello studio. Tutt’oggi, anche quando guardo in maniera disinteressata una partita senza molta tattica, senza schemi, senza idee… insomma, quando guardo una partita della mia Inter, mi stupisco di come mio padre mantenga la lucidità per individuare le minuzie tattiche oltre alle castronerie da oratorio.

L’espressione da bar “il calcio d’oggi”, condita con peggiorativi d’ogni specie o affiancata a comparazioni nostalgiche con “quello di una volta”, è purtroppo calzante. Soprattutto per quanto riguarda il calcio italiano. E non solo per Calciopoli o per lo scandalo sulle scommesse. E neanche per il meno famoso “traffico” legato a procuratori e società poco chiare (o addirittura collegate ad organizzazioni criminali). La carriera di mio padre si è snodata attraverso due generazioni e mezzo di calcio. Dagli anni Sessanta ad oggi ne è passata di acqua sotto i ponti. Sono cambiati i tacchetti, le fasce di capitano, i pali della porta e i seggiolini in panchina.

Ultimamente, però, il calcio italiano ha perso campo in una delle sue caratteristiche principali: la difesa. Come mio padre, sono stato un giocatore difensivo. Il mio primo “mister” è stato uno degli ultimi “liberi” siciliani. Il mio primo campionato nella mia città l’ho disputato con il numero 5 sulle spalle, divertendomi in salvataggi in scivolata sull’unico campo in erba del calendario (anche in trasferta non mi risparmiavo… alla fine la pelle sulle ginocchia ha una vita inferiore ai sette giorni quando si hanno dodici anni). Da difensore, oggi vedo la difficoltà tattica dalla Serie A ai giovani nel comprendere lo spazio e nel selezionare le minacce più impellenti. Come mi ha fatto notare il vecchio Josè, il tutto, alla fine, sta nella infinita diatriba tra “zona” e “uomo”.

Conosco solo a grandi linee la storia del calcio. Non voglio spendere il mio tempo con Google e Wikipedia per darvi dati esatti, ma in pratica all’inizio del secolo passato si rincorreva la palla. Tutti. Il calcio era un “gioco poco maschio, sudicio e animalesco”, come un anno fa lo sentii definire dal mio amico Marzio. Dagli anni Sessanta, con la generazione post-bellica di nuovo con le scarpette ai piedi, con palloni sempre più controllabili, si pensò di concedere una possibilità alla tattica, introducendo un po’ del gioco degli scacchi alla atletica scoordinata dai piedi scalcianti. Una squadra organizzata bene, in cui le energie dei calciatori potessero essere concentrate su compiti più specifici poteva prevalere sull’alteticismo, ma anche sulla tecnica, di avversari peggio sistemati.

Lo schematismo del 4-4-2, con i suoi ruoli rigidissimi, è ancora praticato da alcuni mister nostalgici. Tuttavia, sono stato l’ultimo dodicenne a sentirmi spiegata la differenza tra “stopper” e “libero”. Il 4-4-2 è oggi il paradigma, la “lezione zero” dalla quale si parte per insegnare il calcio. Rigorosamente a zona. La “marcatura a zona” (espressione tanto impropria quanto abusata: ci si dispone a zona, altrimenti si fa la fine dei birilli) fa dell’occupazione dello spazio il principale obiettivo della squadra e del singolo calciatore. Si viene a concretizzare soprattutto nella fase di non possesso, cioè di difesa. Durante i calci da fermo (siano angoli, punizioni, o anche rimesse laterali con le mani), la squadra deve operare una transizione strutturale e ogni “difensore” (membro della squadra senza palla) deve occuparsi dell’avversario più vicino in maniera diretta. La situazione di gioco si congela e i difensori si “incollano” agli avversari, perché il mantenimento della difesa a zona potrebbe lasciare troppi spazi agli attaccanti. Tutto il resto della fase di non possesso è dominato da diagonali, “accorci”, alternanze e pressioni, senza un compito di marcatura individuale.

Durante il campionato di Serie A ancora in corso abbiamo assistito ad errori madornali delle difese proprio nelle fasi “speciali” di non possesso. Avversari lasciati soli in area durante situazioni cruciali delle partite. La transizione dalla zona all’uomo non ha funzionato. La “linea” dei difensori per l’equilibrio della squadra e per la “trappola” del fuorigioco è più importante di un gol subito. L’arte del gioco di squadra ha completamente superato la sfida individuale. Solo raramente gli allenatori assegnano la marcatura a uomo al giorno d’oggi e questa è generalmente riservata ai “registi” avversari e il suo scopo è spezzare la manovra offensiva sul nascere, piuttosto che fermarne la fase conclusiva, come quando si marcavano i centravanti e le ali. I terzini sono sempre più spesso corridori mancati oppure ali eccezionali che di fatto funzionano solo durante la fase di attacco.

La prossima sfida nel settore tecnico italiano si prospetta proprio sull’inclusione dell’obbligatorietà della marcatura a uomo durante il periodo educativo e formativo della carriera calcistica, gli anni delle competizioni non agonistiche. Da bambini e da ragazzi, si può infatti imparare il mestiere sporco, fisico e psicologico della marcatura a uomo meglio che da grandi, quando le navigate “colonne d’Ercole” della difesa, con la loro intelligenza calcistica e la padronanza degli spazi, apriranno agli attaccanti negli oceanici spazi offerti dalle loro ordinatissime maglie (l’ironia, a volte, si spreca).

Pochi scherzi, come mio padre, sono un fanatico della tattica. Non c’è niente di meglio che guardare una partita che, nonostante finisca senza reti, abbia messo a confronto due squadre ben organizzate, i cui attaccanti sono stati neutralizzati dagli schemi difensivi. Tuttavia, vedo troppi ragazzi alzare il braccio verso l’arbitro supplicando perché fischi un fuorigioco dopo che essi stessi non avevano seguito un “taglio” sotto il proprio naso dell’attaccante avversario, che ora sta già esultando. In alcuni casi, la “linea” deve andare a farsi benedire, la “squadra corta” deve aspettare la prossima azione. Bisogna trasformarsi in cacciatori di palloni ed evitare che esso giunga all’avversario, oppure sradicarlo dai suoi piedi con ogni mezzo (o quasi). Di sicuro, non si può lodare il calciatore che “fa il proprio dovere” (ma solo quello tattico e spaziale) e lamentarsi dei torti arbitrali con l’arroganza di molti dirigenti di Serie A e molti genitori belligeranti in serie molto, ma molto, minori.

Il "taglio" di due attaccanti

Nella pallacanestro la “zona” è vietata per quasi tutto il periodo giovanile. È chiaro che il paragone è molto diverso, dato che nel basket adulto si limita ad alcuni momenti della partita ed è comunque confinata ai 24/30 secondi durante i quali la squadra avversaria ha il permesso di possedere la palla per preparare la finalizzazione. Ma è chiaro che, senza un adeguato allenamento sull’uno contro uno è difficile che si diventi buoni calciatori o cestisti.

Tra basket e calcio si può notare una tendenza opposta. La NBA, “spettacolare versione nordamericana della pallacanestro” (come dice Cello), viene costantemente contaminata dalla disciplina di alcune stelle europee, che aggiungono alla loro capacità di affrontare un avversario, la precisione nei tiri liberi e il rigore tattico. Il laissez-faire portato dalla zona e dai pulitissimi campi in erba sintetica ha invece significato uno svilimento delle capacità tattiche dei difensori italiani (o che giocano in Italia), mediocri difensori dell’aria circostante, sono incapaci di cambiare la propria attitudine quando un avversario si permette di occuparla.

1 vs 1 è la base del calcio da cortile. Lì si formano i migliori attaccanti, si affinano le qualità tecniche e si impara a subire gol chiaramente irregolari. Ma i difensori? Ricordo il grande piacere per la sfida individuale che provavo contro gli attaccanti della mia squadra durante le pause dell’allenamento. A tutto campo, ma non sulla velocità, consegnavo la palla e aprivo la caccia. Claudio (quasi sempre era lui) cercava modi sempre nuovi per saltarmi e io provavo a costringerlo all’errore. Riconquistata la palla, la cedevo indietro sprezzante, giocando al gioco psicologico che costruivo per supplire alla differenza tecnica tra me e il mio amico avversario. Saper marcare a uomo significa anche questo: capire la psicologia dell’avversario e punzecchiarlo dov’è più fastidioso, sia questo con parole (senza bisogno di insulti) sia con comportamenti. Alcuni odiano il contatto fisico quando la palla è lontana, altri diventano matti se li costringi a giocare solo con il piede destro (sì, proprio voi, mancini!).

Sviluppare tale esperienza nelle situazioni di gioco è fondamentale a un’età nella quale bisogna imparare il gioco di squadra (soprattutto in fase di possesso) e comprendere l’importanza della responsabilità individuale. Senza per questo esporre alla gogna il malcapitato difensore che non ha saputo tener testa al cannoniere. Sono certo che esistano metodi pedagogici adeguati ad evitare che i ragazzi e le ragazze cadano nella spirale della depressione perenne. D’altronde, il ruolo dell’allenatore, soprattutto durante la crescita dell’atleta, dovrebbe essere quello di porre di fronte a ciascuno i propri errori e spiegare con cura i rimedi. Sarebbe inutile farlo dopo la finale di Champions League, tra lacrime e medaglie d’argento.