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TAPpeti volanti e manganelli

Londra 

Nonostante il blog sia inattivo, mi preme scrivere un attimo di TAP, soprattutto dopo l’indegno articolo de Linkiesta: Tragicomico Sud: la protesta insensata contro il gasdotto in Puglia.

Potrei-ma-non-voglio sottolineare che Francesco Cancellato, autore del pezzo e direttore de Linkiesta, sia quanto di più distante ci sia rispetto a chi in Puglia, sulle sponde dell’Adriatico e alla foce del gasdotto ci vive. Lombardo che scrive che una protesta in Puglia è da “tragicomico sud”, autore di pezzi che ammiccano all’Azerbaigian (anche se solo tangenzialmente) e “vidimatore” di altri pezzi che ammiccano all’Azerbaigian.

Anche io sono fisicamente distante dalla Puglia e dal movimento contro il gasdotto, ma a differenza del Cancellato, qualcosina di energia e di politica internazionale ho studiato.

Qui mi limito ad elencare una lista dei problemi che ho trovato nell’articolo e un’altra lista di problemi proprio del gasdotto.

La Grammatica

Parliamone, di un corridoio lungo 878 chilometri, di cui 550 in Grecia, 215 in Albania, 105 sotto il mare Adriatico e 8 – sottolineiamolo, servirà: otto – in Italia, dalla spiaggia di San Foca sino al confine del comune di Melendugno, in Salento, dove si connetterà con la rete dei gasdotti italiani, che già oggi, con i suoi 13mila chilometri di lunghezza lineare – sottolineiamo pure questo: tredicimila.

Not a sentence. Non ha la caratteristica di una frase, direbbero i miei amici anglofoni (e i miei insegnanti di italiano).

Miracoli dei congressi di partito, oggi pare aver cambiato idea.

Idem come sopra.

Parliamo pure dei 3 milioni di euro che pioveranno nelle casse del comune di Melendugno durante tutti gli anni dei lavori, che si protrarranno per qualche anno.

Qui non è chiaro se i contributi arriveranno ogni anno o se i 3 milioni siano complessivi.

Oltre la grammatica: la supponenza

Per smettere di fare dell’Italia […] la barzelletta d’Europa. E del Mezzogiorno, la tragedia d’Italia.

La maggior parte delle opere incompiute sono (state) finanziate da fondi statali, cioè qualcuno ci mangia. Una sostanziale parte sono anche fondi europei non/mal spesi che sono ritornati a Bruxelles. TAP con questo non c’entra nulla. Se chi protesta viene ascoltato, l’opera si farà e verrà portata a termine.

Nota a margine: oggi il Mezzogiorno è la tragedia d’Italia, ma non mi pare che i giornali italiani abbiano parlato di quei fannulloni mangiapaneatradimento del nordovest quando si protestava la TAV. L’insulto gratuito al Mezzogiorno è forse l’aspetto che più di tutti de-legittima l’articolo di Cancellato.

Il NIMBY

Qualcuno ha già scritto che non si tratta di NIMBY, non è campanilismo di quarta serie, ma attenzione per l’ambiente. Molti pugliesi vogliono che TAP si faccia, solo non dentro una riserva naturale. Altri pugliesi non la vogliono per ragioni di NIMBY, altri per motivi politici, ma perché buttare tutto in un calderone “tragicomico”?

Il contributo di TAP al fabbisogno italiano/europeo

L’Italia consuma tra 65 e 75 miliardi di metri cubi di gas all’anno. Il 90% di questi è importato dall’estero. Il 51% del gas importato viene dalla Russia attraverso gasdotti di epoca sovietica che attraversano (e riforniscono) mezza Europa. L’Europa consumava oltre 500 miliardi di metri cubi di gas all’anno fino al 2013, adesso si attesta a circa 470 miliardi. Di questi l’Europa importa circa il 70%. La Russia, che non ha mai tagliato i rifornimenti (se non all’Ucraina) continua a esportare gas come sempre e si prepara a dover pagare anche qualche penale per aver imposto un prezzo troppo caro un lustro fa. Circa il 40% dei volumi di gas importati in Europa arrivano dalla Russia.

TAP, sponsorizzato in lungo e in largo quale risposta alla dipendenza dalla Russia, porterà sulle spiagge pugliesi ben 10 miliardi di metri cubi di gas. Il 2.5% del consumo annuale europeo. Trattasi di niente. Se fossimo dalla parte dell’ambiente, chiederemmo alla Russia o all’Algeria o alla Norvegia di fornire ulteriori 10 miliardi di metri cubi senza costruire altre infrastrutture. O meglio, se veramente fossimo dalla parte dell’ambiente, troveremmo il modo di consumare il 2.5% in meno di energia.

E poi, Cancellà, risparmiaci i dati sui gasdotti che non subiscono incidenti al di sopra di un certo millimetraggio. Vai a vedere i danni ambientali che incidenti (che ovviamente sballano le statistiche) che coinvolgono il gas naturale hanno causato in tutti gli angoli del pianeta.

La politica internazionale del gasdotto inutile

Il Dipartimento di Stato americano e Bruxelles hanno spinto così tanto per il famigerato Southern Gas Corridor come risposta all’egemonia energetica Russa che si sono trovati con nulla in mano. Il maestoso progetto Nabucco si è trasformato in TANAP (16 miliardi di metri cubi dall’Azerbaigian alla Turchia) + TAP (10 miliardi di metri cubi dalla Turchia all’Italia attraverso la Grecia e l’Albania). Dalle enormi ambizioni alla striminzita realtà.

Trans_Adriatic_Pipeline

Per usare un titolo che quelli in giacca e cravatta responsabili di quest’inutile infrastruttura capiranno: “Ghiaccio su pene

Ma perché si spinge così tanto? Perché conviene. TAP è un consorzio di compagnie registrato a Baar, in Svizzera, dove molte entità offshore fanno il bello e il cattivo tempo senza pubblicamente dichiarare i loro bilanci. Oltre a BP, l’altro principale shareholder è SOCAR, la compagnia di bandiera azera. E c’è pure Snam, quindi ci sono interessi italiani con i quali Cancellato avrebbe dovuto fare i conti: non è “solo un investimento straniero che stiamo rifiutando”.

Ma stiamo in Azerbaigian, lungamente criticato per l’oppressione delle libertà e dei diritti umani, dove giornalisti e attivisti vengono arrestati ogni giorno, letteralmente. Ma vabbè anche Putin è cattivo e quindi non importa la qualità del regime per scegliere i fornitori di gas. Dalla chimica alla metafora, il gas puzza ancora meno del denaro.

I problemi sono di trasparenza: l’Azerbaigian è stato di recente espulso dall’EITI, un’iniziativa transnazionale per assicurare che certi standard amministrativi, ambientali e finanziari siano rispettati dalle compagnie che si occupano dell’estrazione e della vendita di materiali del sottosuolo, tra cui ovviamente il gas. Secondo l’EITI, l’Azerbaigian non rispettava gli standard. La Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo l’anno scorso aveva lanciato un monito: se l’Azerbaigian non migliora gli standard di trasparenza, il prestito promesso per TANAP+TAP potrebbe saltare.

I manganelli

Dopo aver visto la polizia entrare con forza in una biblioteca universitaria a Bologna e dare mazzate qua e là pensavo di aver visto abbastanza per quest’anno. E invece no. Il Comitato NO TAP ha protestato a San Foca nel sito dove TAP sta conducendo i lavori preliminari di scavo e di espianto di ulivi ed è stato caricato più volte, nonostante la protesta fosse incredibilmente pacifica. Un pacifismo quasi esagerato, visto che c’erano ulivi su camion che venivano portati via come automobili su un carroattrezzi.

Ebbene, chi sta difendendo cosa? La polizia (e il governo che ce l’ha mandata) in tenuta anti-sommossa non difende il territorio, ma una compagnia di dubbia trasparenza che vuole costruire un gasdotto di dubbia importanza nel bel mezzo di una riserva naturale.

Chi, a distanza, difende il “progresso” senza capire le ramificazioni politiche, sociali e ambientali è “tragicomico”. Oppure, ma non vorrei essere maligno, è a libro paga di un dittatore.

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Il #petrolio di #Rosneft va in #Cina

Tallinn, Estonia

È cominciata oggi la mia collaborazione con L’Indro, una testata giornalistica indipendente che viene pubblicata ogni giorno online. Mi occuperò dell’area post-sovietica (esclusa la Russia) con due articoli di analisi ogni settimana. Le questioni energetiche e internazionali, naturalmente, saranno oggetto di particolare attenzione. Mille parole, studio approfondito del tema ed esposizione chiara per addetti ai lavori e non.
Qui sotto, un “articolo di prova”, per fare capire al pubblico come saranno trattate le notizie. In questo blog inserirò, dopo la pubblicazione, titolo, link e breve sommario di ogni articolo, sperando di stuzzicare il vostro interesse.

 

Nuova politica energetica russa

Il petrolio di Rosneft va in Cina

A est, mutano gli equilibri di potere tra Gazprom e Rosneft

I nuovi accordi commerciali del gigante russo del petrolio mutano gli equilibri di potere interni tra Rosneft e Gazprom. Il monopolista del gas si indebolisce a ovest mentre la compagnia di Igor Sechin trionfa a est.

TALLINN – Rosneft ha incrementato in maniera sostanziale il suo potere nel settore energetico russo in meno di un mese. Lo scorso 21 giugno, al Forum Economico Internazionale di San Pietroburgo, il colosso petrolifero russo ha raggiunto un accordo di fornitura di greggio verso la Cina del valore di 270 miliardi di dollari per 25 anni. Questo non è il primo segno di una forte collaborazione tra Russia e Cina in termini di commercio energetico. Dopo un decennio di negoziazioni altalenanti, le trattative relative al petrolio sono state risolte grazie alla mutua volontà delle parti e alla capacità di fare incontrare domanda e offerta, questione chiave sia per le esportazioni russe, vitali per il bilancio di Mosca, sia per le importazioni cinesi, imprescindibili per sostenere la crescita della potenza asiatica. Nel 1993, la Cina divenne Paese importatore netto di petrolio, a causa della coincidenza tra l’esaurimento delle risorse interne e dell’aumento vertiginoso dell’attività industriale. Da allora, Pechino ha sete di idrocarburi e cerca fornitori nel mercato internazionale.

Attraverso l’oleodotto ESPO (East Siberian – Pacific Ocean), la Russia è entrata nel mercato petrolifero della regione asiatico-pacifica. Inaugurato nel 2008 dopo un tiro alla fune tra Cina e Giappone per stabilirne la rotta, ESPO rappresenta il principale collegamento tra Russia e Cina, attraverso il quale vengono trasportate 15 milioni di tonnellate di greggio ogni anno. Igor Sechin, che da Vice Primo Ministro partecipò all’inaugurazione di ESPO, in questi giorni sta mostrando al Presidente Vladimir Putin i gioielli commerciali che ha conquistato da amministratore di Rosneft. Ai tempi della presidenza di Dmitri Medvedev, Sechin ricopriva due ruoli fondamentali: vice primo ministro nel governo Putin e amministratore delegato di Rosneft. Con un colpo di coda inaspettato, Medvedev impose la separazione delle cariche di Sechin e altri ‘siloviki’ (ex-agenti segreti sovietici riciclatisi in politica). Con grande astuzia, Sechin rimase alla guida di Rosneft, lasciando l’incarico governativo, sicuro della rielezione di Putin. Tuttavia, gli scontri Medvedev-Sechin non sono terminati: il primo ha proposto di vendere il 19% di Rosneft, abbassando la quota statale al 56%, mentre il secondo ha rifiutato categoricamente questa opzione. Sechin ha comunque ricevuto un ammonimento da Putin, sebbene timido e informale: «stai proprio occupando una posizione da monopolista», riferendosi in particolare ai territori orientali della Federazione Russa.

Nel suo terzo mandato da presidente, Vladimir Putin ha scelto di percorrere senza indugi il vettore asiatico della politica energetica russa, ma le due compagnie a partecipazione maggioritaria statale, Gazprom e Rosneft, hanno avuto fortune diverse. Nel caso di Gazprom, il gruppo manageriale ha commesso numerosi errori commerciali nel tentativo di risolvere il dilemma delle esportazioni in Europa, dove dal 2009 il transito del gas naturale attraverso l’Ucraina è diventato instabile e insicuro. Gli esagerati investimenti in infrastrutture titaniche (Nord Stream e South Stream), intrapresi anche grazie alla partecipazione delle maggiori compagnie europee, sono diretti a mitigare le conseguenze delle ‘crisi di transito’, ma creano buchi profondi nel budget della compagnia russa. Per quanto riguarda le esportazioni, Gazprom sta soffrendo appunto perché si trova costretta a portare a termine progetti molto costosi, nonostante la produzione non cresca e i prezzi diminuiscano.

Gazprom e il governo cinese hanno ottenuto un’intesa sul prezzo del gas russo da esportare nella Repubblica Popolare nel marzo di quest’anno. Ciò aveva sorpreso molti analisti ed esperti, considerato che nei sei anni precedenti le negoziazioni tra Mosca e Pechino avevano ripetutamente disatteso le speranze. L’intesa, tuttavia, non costituisce necessariamente un accordo e la costruzione del gasdotto è ancora solo un progetto sulle mappe. Senza gasdotto, infatti, i protocolli di intenti sulle forniture di gas naturale non possono essere tradotti in realtà. All’interno della Russia, Gazprom sta inoltre cedendo terreno in termini di produzione, dove Rosneft e Novatek stanno erodendo fette di mercato  domestico sempre più rilevanti. Proprio Rosneft ha completato a fine maggio l’acquisizione di ITERA, compagnia specializzata nel settore del gas e recentemente uscita dalle grazie del Cremlino. Insieme agli asset, Rosneft ottenne anche i diritti sui giacimenti di ITERA, diventando così un avversario concreto per Gazprom, con cui doveva fondersi nell’ormai lontano 2005. Oggi è forse più plausibile che Gazprom venga spezzettata in varie compagnie più piccole e dedicate a ciascun settore della filiera energetica, dalla produzione alla distribuzione, come suggerito a marzo scorso da ‘The Economist’.

Quest’anno Sechin ha esercitato una forte pressione affinché il monopolio sulle esportazioni di gas naturale, appannaggio di Gazprom dal 2006, fosse eliminato. Questo permetterebbe a Rosneft di pianificare un programma industriale di lungo periodo per l’esportazione di gas naturale liquefatto (GNL) dai propri nuovi giacimenti nel nord della Russia. Da lì partirebbero anche le esportazioni di Novatek, che ha raggiunto un accordo con la cinese Sinopec per la produzione di GNL nella penisola russa di Yamal.

Rosneft è impegnata in una campagna a tutto campo in ambito internazionale. Al Forum di San Pietroburgo nei giorni scorsi, la compagnia russa ha creato delle joint ventures con ENI per lo sfruttamento di risorse petrolifere nel Mare di Barents e nel Mar Nero. Inoltre, ha messo nero su bianco diversi accordi di produzione e commercializzazione di petrolio e GNL con compagnie giapponesi, americane, olandesi e norvegesi. Sul sito web della compagnia si può trovare un contatore che segnala il numero di accordi raggiunti nella città di Pietro il Grande. Ad aprile Rosneft ha inoltre acquistato alcune quote della Saras, per aumentare la sua capacità di raffinazione. Nel corso dello scorso inverno, la compagnia di Sechin ha completato l’acquisizione di TNK-BP, joint venture nata nel 2003 tra alcuni banchieri russi e la britannica BP. Quanto successo è stato utile per mantenere un buon rapporto con BP in vista delle possibili esplorazioni artiche future, dopo quelle fallite nel 2011.

La Cina considera positivo l’incremento del potere di Rosneft, visti i problemi negoziali avuti con Gazprom in passato. La compagnia di Sechin è anche in buoni rapporti con il Kazakistan, che dal 2009 fornisce annualmente circa 10 milioni di tonnellate di petrolio alla Cina occidentale. Dall’Asia centrale arriva anche gas naturale dal Turkmenistan, nuovo partner chiave della Cina, a dispetto di Gazprom. Pechino ha tutto l’interesse a circondarsi di “amici energetici” affidabili e lasciare al proprio fato il lunatico management di Gazprom. Questo mutamento in termini di potere relativo nel settore energetico russo tra Gazprom e Rosneft non è invece ben visto da Putin, il quale preferirebbe una strategia più equilibrata per la nuova politica estera energetica che guarda a oriente. Tuttavia è probabile che la conclusione del terzo mandato di Vladimir Vladimirovich coincida con la fine dell’egemonia di Gazprom, confinata alle attività europee, e con l’ascesa di Rosneft e Sechin a est.

New adventures

Tallinn, Estonia

Getting to a country where you have no clue about the local language is tough. Buying food is tough: what exactly am I buying? I just figured out how the announcements on the bus work. I get names and streets confused all the time, I can’t pronounce anything correctly. It has never happened to me before (maybe in Paris… Yes, I’m being sarcastic). It is also absolutely my fault, because the lack of time impeded me to get a grasp of this difficult language.

Now, in the streets of Tallinn, I hear more Russian than many here admit. Right now, a lady is saying да и нет on the phone.

The modern European feeling is mixed with the Soviet-era apartment blocks and the cute and medieval old town.

Clean and tourist-friendly, this small capital city could teach a lot to many West European cities. Its long summer days are about to start and humidity has allowed the flowers to bloom.

My part-time job will be the first of the new adventures. Some activities are still ongoing, like the preparation of a co-authored book chapter, a long paper, and 4 presentations about them.

These are going to be, again, very busy months. And the blog activity will be the first to suffer. Also because the e-magazines with which I am collaborating (The Hidden Transcript and VostokCable) would probably prefer that I devoted my time to writing for them.

Le novità e il razzismo

Glasgow, UK

Mentre in Italia la democrazia è sospesa, in un periodo storico nel quale le elezioni politiche non danno risultati politici, quando viene chiesto a un Presidente della Repubblica uscente di “salvare la partia” e ripetere l’esperienza, nella discontinuità più evidente con la storia parlamentare repubblicana, proprio nel momento in cui un democristiano “giovane” sceglie un esecutivo con molte donne e “non divisivo”, ecco che l’Italia si riscopre razzista.

Comedovequando? La nomina a  ministro dell’Integrazione di Cecile Kyenge Kashetu, medico di origine congolese, ha fatto sollevare molte sopracciglia sia nel mondo politico sia in quello del bar dietro l’angolo. Una “nera” ministro! Non era mai successo nella storia repubblicana – e non ha alcuna relazione con la sospensione della democrazia, anch’essa una novità repubblicana. Dall’insediamento al Quirinale ecco il fuori onda “ma come si pronuncia?”, dai siti nazisti ai leghisti, tutti hanno sparso un pizzico di razzismo sulla vicenda. Qui sotto un estratto da Repubblica del 30 aprile:

“Scimmia congolese”. “Governante puzzolente”. “Negra”. “Negra anti-italiana”. “Vile essere”. “Faccetta nera”. E poi: “Il giorno Nero della Repubblica”, con sotto la sua foto. Fino a un “ministro bonga bonga” (il copyright è del fine pensatore leghista Mario Borghezio che Cécile l’ha già ribattezzata “faccia da casalinga”, “scelta del cazzo”, una che è arrivata lì “perché si sarà arruffianata qualche gerarca del Pd”).

Repubblica va a cercare gli insulti su benitomussolini-dot-com. Ma non ci sarebbe bisogno di andare così lontano nel mondo del web per trovare espressioni di tale ignorante e diabolica bassezza. I vicini di casa, gli amici al bancone del bar, le nonne dietro l’asse da stiro, tutti hanno avuto un momento di difficoltà interpretativa di fronte alla nomina di un ministro di colore. Vanno bene le “coloratissime” squadre di calcio e basket, con gli oriundi vinciamo campionati e mondiali. Vanno bene i poveri disgraziati che ci vendono occhiali taroccati sulle spiagge mentre noi ci abbronziamo. Ma le decisioni politiche? Quelle devono restare in mano agli “italiani”.

Ma chi sono questi italiani? Quelli che non sanno coniugare i verbi al congiuntivo, o che lo scambiano con il condizionale (siciliani, parlo con voi)? Quelli che dicono “ho rimasto” (Romagna!!!)? Quelli che sostituiscono il “te” al “tu” (lumbard, parlo con te)? Oppure quelli che non conoscono le differenze tra Gramsci, Matteotti e Moro (alunni del SID di Forlì), quelli che non capiscono l’importanza del XX Settembre, quelli che non sanno che la Calabria non confina con la Campania, quelli che non riconoscono l’importanza dello studio di Dante e Bufalino, oltre che di Montalbano?

E chi è razzista? I puri del Nordest che insultano i “colorati” mentre li sfruttano nelle fabbriche e nelle campagne? Gli ignoranti siciliani di cui parlai un anno fa?

No, gli italiani sono quelli che in Italia hanno vissuto, ci sono nati, ci vivranno. Quelli che partecipano alla costruzione della comunità nella società. Molti dei rosei che vivono nello stivale sono meno “italiani” dei più scuri di pelle che ci vivono accanto. Ius soli? Yes, caro Maroni. Chi nasce in Italia non deve essere costretto a “tornare al suo Paese” quando arriva alla maggiore età. Perché il “suo” Paese è proprio l’Italia!

Il problema del razzismo talmente aperto da generare sdegno a prima vista non è la questione più pressante, ahimé. Il motore immobile di questa ventata razzista, il momento razzista fondamentale è stato generato proprio dall’impalpabile presidente del consiglio. La scelta di Letta di assegnare a Kyenge il Ministero dell’Integrazione rappresenta la principale scelta razzista sul caso apertosi. La logica del “visto che è nera, capirà i problemi dei migranti” non è altro che l’affermazione che il problema del razzismo si trova principalmente nel discorso politico. Più di 5 milioni di persone di origini straniere vivono in Italia e l’unica cosa che il governo riesce a pensare è di dare a una loro “simile” un ministero. L’integrazione, o meglio la convivenza, non si raggiunge grazie a un ministero o al colore del ministro. L’Italia avrebbe potuto dare un segnale contro il razzismo inerente alla nostra cultura poco cosmopolita dando a Kyenge o a chiunque altro, di qualsiasi colore, un ministero “attivo”, rilevante e magari con portafoglio.

Ad esempio, visto che Kyenge è un medico, perché non affidarle il Ministero della Salute? No, il trasparente-presidente ha deciso di affidarlo alla berlusconina Beatrice Lorenzin, che dall’alto della sua maturità classica sicuramente coglierà in un batter d’occhio tutti quei complicati prefissi di origine greca.

Recent Past and Near Future

Glasgow, UK 

The fact that I’ve let this blog go even under one post per month can be a huge disappointment – or a great relief – for my few followers. I have now a few related announcements to make in order to explain my past and future absence from this platform. The absence will be interrupted by wordy posts, however. Because I can’t keep my promises.

– Collaboration with The Hidden Transcript (student-run online magazine)

For forthcoming articles, refer to the page http://thehiddentranscript.com/author/paolo/

– Conferences, roundtables, workshops in the next 2 months

  • Dublin, DCU – Irish Association for Russian, Central and East European Studies (IARCEES) Conference

    • presentation of a paper on Pipelines and Hegemony in the Caspian Region (a neo-Gramscian appraisal)
  • London, UCL – School of Slavonic and East European Studies (SSEES) and Centre for East European Language-Based Area Studies (CEELBAS) Roundtable on “Energy and Institutions”
    • presentation on Pipeline politics and Energy Security in the Caspian (the case of Kurmangazy)
  • Cambridge, UK – British Association for Slavonic and East European Studies (BASEES) and International Council for Central and East European Studies (ICCEES) Congress
    • panelist and discussant for panel 3.4 “EU Energy Security since 2004: Import Dependency and Russian Gas Supplies for an Expanding Union”

A couple of book reviews will also be coming along.

Capitalist Anti-Semitism

Oakland, CA

Jean-Paul Sartre tickles my mind. So, when I come across one of his books that I haven’t already read, I grab it and I  take it home. There it sits for a while, until the time is ripe (and my mind is free). This time I didn’t go for either a novel or a theatrical piece. I approached a libellum titled “Anti-Semite and Jew” written in France in 1944 (date and place are important in this respect). Knowing that Sartre is not Jewish and that he is politically a Marxist, I couldn’t answer the riddle that the title created until I read the first pages. In line with much existentialist literature of the time, JPS chose an issue of current socio-political relevance in order to abstract the fundamental question further up to a more general level. Just like Sartre in his narrative, here I would like to express my pleasure for reading the book and my take-home lesson with a very simple language.

Jean-Paul Sartre’s Anti-Semite and Jew (here I include free versions: html and pdf) was written in 1944, after the Nazi occupation was over in France, but well before the war ended and the crimes against the Jews were fully disclosed and accounted. The title in French is more elusive: Réflexions sur la question juive is less provocative and more to the point. In this book, JPS deconstructs anti-Semitism and portrays the customs of (French) society for what these really are. Jewness is harder to spot in a person than skin color. For this reason, the reading that I filtered through from the book is more far-reaching than what one can imagine at the beginning. At one point, especially if you’re just starting to understand race in a more systemic way like I am, you can read beyond the characters on the pages and play more with the crude words of the French philosopher.

Sartre, apparently using Instagram

Sartre starts by making everybody in France who carried the book – or read part of it in Les Temps Modernes – feel anti-Semite. There aren’t anti-Semite opinions. There are just anti-Semites. People who buy into stereotypes of street culture (and fascist propaganda),  people who turn a blind eye on the issue, people that cannot shake off from their mindset the prejudices against a race-less, nation-less (at the time) community. JPS also marks the distinction between the authentic and the inauthentic Jew. The latter being someone who denies himself, his roots, his personality, in order to appear less of a Jew to his fellow compatriots, who in addition advocate for the universal man, the Frenchman, devoid of any characterization besides his nationalism. [note: here I use the same gender courtesy that the translator used in the version that I read. Both the anti-Semite and the Jew are male types – French is a romance language and the masculine is commonly used as a neuter gender.] Crooked noses and curly hair are simply not enough to define a Jew, but are chatacteristics that can be singled out in a Jewish person. The path of the deconstruction of anti-Semitism is very long for JPS, who winds to all sides of human behavior and psychology.

He argues that anti-Semitism is driven by passion. One not justified by a direct provocation, causing anger not through logic. But, as he notes, one must “consent to anger before it can manifest itself.” So the anti-Semite has chosen to hate. In opposition to a concept, not something real. The anti-Semite’s Jewish friends are never a direct target of his anger. But when the crowd shouts: “I hate the Jews”, he joins. Sartre also discusses the reason for Jews’ attachment to money and possession, as the only legal, tangible means to emancipation that an outcast of society can seek for. Here’s the twist: JPS portrays the anti-Semite as member of the middle-class, angry at the Jew, member of the nonproducer, burgeois class. But “The Jew is free to do evil, not good” and therefore he is also a ruthless Bolshevik ready to destroy France in the name of Socialism. The anti-Semite’s arguments are very hard to sort out: he believes in Good and Evil and is certain of his position and of the position of the Jew in this configuration. JPS’s Marxist soul appears here to throw light on the essence of the class struggle is between two world orders, alternative in their administration of humanity and nature, both far from the perfection typically associated with the archetypal symbols of Good and Evil. Sartre pulls also the existentialist card by noting that the anti-Semite is afraid of himself, his consciousness, and his liberty, not of the Jew. The anti-Semite is a coward who would rather be a stone than a man.

One-third of the book is already gone and JPS has just acknowledged what the XXI century reader has already figured out: the anti-Semite only needs the Jew as a pretext; his counterpart elsewhere “will make use of the Negro or of the man of yellow skin”. The second chapter is dedicated to spiting the democrat, the universalist, the enlightened, etc. who only recognizes man, “man always the same in all times and places”. The democrat’s acceptance of the Jew as a man leads to the denial of the latter as a Jew. What follows is the creation of the inauthentic Jew as a way of mini-salvation for the Jew. Sartre aptly describes this condition in Part III as a conscious choice and dwells philosophically and pragmatically on it (the term is of course devoid of any moral blame, as the philosopher clearly states). There, he also rejects the definition of race as “that indefinable complex into which are tossed pell-mell both somatic characteristics, and intellectual and moral traits.” At the same time, JPS slashes those who “can’t see race,” but only individuals. Then he goes on against the defenders of the true France and the purity of the Frenchman. As usual, Sartre takes everybody to court. Interestingly, the theme of the judgement comes in the book with the assimilation of the condition of the Jew to that of the hero of Franz Kafka’s The Trial.

For JPS, however, there is a clear culprit: “It is our eyes that reflect to him [the Jew] the unacceptable image that he wishes to dissimulate. It is our words and our gestures – all of our words and all of our gestures – our anti-Semitism, but equally our condescending liberalism that have poisoned him. […] It is we who force him into the dilemma of Jewish authenticity or inauthenticity”. The choice of inauthenticity stands before the Jew who is “haunted by the spectre of violence”, and chooses to deny himself in order to be left alone.

One of the chief problems with Sartre’s argument is the treatment of Zionism just as a byproduct of all this hatred. It becomes harmful for the authentic Jew and an additional weapon in the anti-Semite arsenal. JPS only lightly touches upon the issue of the colonization of Palestine under Zionist principles. But our dear philosopher could not imagine that the course of the events would have taken such inflexible path.

The fourth, and last part sums up the argument and deals with solutions. The “regressive social force” of anti-Semitism is to be countered by propaganda and education, which alas will not prove effective enough. Let’s not forget that the anti-Semite is the champion of legality in France. Anti-Semitism is the product of the burgeois division of society in classes, communities, and sections. The Jew cannot accept assimilation in such a world – he must fight for a society without anti-Semitism. “What is there to say except that the socialist revolution is necessary to and sufficient for the suppression of anti-Semitism? It is for the Jew also that we shall make the revolution.”

The revolution indeed. What struck me the most about this book is the possibility to cross out and substitute the words anti-Semite and Jew with analogous oppressor-oppressed dynamics (white-all other colors/types; even rich-poor, although most of his reasonings remain relevant through racial arguments). Only a change in the type of society we live in may bring about the obliteration of such dynamic. White oppression is synonymous with capitalist oppression. It’s about time that we realize it.

In the words of Richard Wright: “There is no Negro problem in the United States, there is only a White problem”. There’s no poverty, racism, inequality, exploitation, pollution… there’s just their root-cause: capitalism – the Evil we should fight against.

Marketing Academic Achievements

Oakland, CA

Roughly one year after the publication of my MA thesis as a book, I received in the mail a special package, containing the first peer-reviewed and fully-recognized publication of academic relevance I have ever written. This one sounds more like the first real step into the academic world.

The book, although cherished by parents, relatives, and friends, was crafted by me, with the dear help of my mentor and my partner. The paper published by European Perspectives weeks ago was the outcome of my first international conference as a protagonist and the first peer-review process. One question keeps me confused: what should authors do to emerge from the crowd and make their voices heard in the midst of a world where publishing (and self-publishing) has become easier and easier?

My youngest cousin was born on 11/11/2011. The doctors planned the date for the cesarean section for that unique day. However, I was already set to go to London for my first international conference as a speaker, the presentation ready and a first draft of the paper completed. I was disappointed to miss such a happy family event, but everybody had a full understanding as I was going to set a milestone as well. Small, lively, and intense, the One-Day Energy Workshop organized by Diana Bozhilova and Tom Hashimoto was a great success and featured young scholars from all over the world. Two emerging experts in energy politics, Diana and Tom arranged everything to be smooth and effective at the Bulgarian Embassy where the meeting was held. From the final applause onwards, we knew we had to work hard to finish our work, include the suggestions received, and send it to an academic journal. The plural used for the following part relates to the fact that this publication was co-authored with colleague, friend, and dreamer Elvira Oliva. November passed and the January deadline approached. Rushing through our many occupations (Elvira actually has a structured, real one!), we send in the paper, get a very thorough peer-review, and edit it accordingly. Finally, the paper is ready, shifted to another journal, and published. Granted, we could have done a better job with the graphs and with some of the content, but this effort, which lasted almost one year, generated our best achievement so far.

The process of academic publication is fairly long. You have to make sure your writing is impeccable, clear, and inequivocal. You have to take care of style, subdivision, quoting and referencing, and spelling rules. Once this process is complete – and of course, the content must be outstanding, original, and intriguing – you get slashed on something you had not previously taken into consideration. Ah, the beauty of many eyes and brains! Collectively, the whole work is perfected and solidified. Freshly out of the printer and freshly linked online, this paper conveyed the sensation of being a delicious cookie.

Back and Front of the European Perspectives journal

On another note, I just received the yearly statement for my book which has sold eleven copies. Not enough for generating royalty payments (I would have needed at least double the amount), but enough for boosting my morale even further about the recognition of my efforts. Eleven brave individuals have emptied their Amazon cart with my – rather expensive, unfortunately – book in it. Soon, after I complete my editing and I add a section on China, Russia, and Central Asian energy, I will be able to publish it for free on the website of the research center I am working with (PECOB). Free means more access and more opportunities for intellectual dialogue. As I complete my first year of relationship with my publisher, I would not repeat the experience if I were to publish another book. Mainly because the book was placed at a very high cost on the market and, although not asking for anything in return, the publisher gave me back less than I had dreamt of. [Incidentally, I think the book would have sold way more copies were it put at 1/4 of its current cost. Probably more than 4 times as much copies would have been sold. Making still zero returns for me, probably higher profits for the publisher, but chiefly, making the book available to more readers! – Here I am teaching marketing…]

The question, the main puzzle keeps standing. How should academic publications be advertised, promoted? I go around on Facebook, Google, Academia.edu, Twitter, and other social media, I published several articles online which linked to my work. I started a blog also with the purpose of promoting my writings. I received a few rewarding reviews that allowed me to improve my understanding of my own work and my mistakes in it. However, I feel that the work of this young researcher has been left out from some circles in which I was eager to participate. What sould I have done? What should I do in the future? Carpet-bomb academics, libraries, and journalists with emails about the new cookie? Have promotional events (although I hate “events” and that would accrue a significant cost and therefore push me towards the need of sales)? Circulate free copies of the manuscript? I did a mix of all of the above, minus the event, and I would like my eclectic audience to suggest what marketing strategies should I have undertaken and how much “poking around” is enough.

Education in Motion

on BART, between SFO and Oakland.

During the past year and a half I’ve been looking for something to do with my life – and not only mine – after graduating from my Master degree in Italy. Willing to keep studying and having enjoyed the US research environment, I decided to try applying – again – for a PhD program here. However, my previous and recent experience with the standard way of assessing applications, left me with a sour taste, again.

During my NEET (not in education, employment, or training) period, I kept enjoying the beauty of studying through libraries, where I entered thanks to my old IDs. It sure feels good to be involved in reading academic texts without the pressure of the exam. I had a project in my sleeve, so I just explored more and more the world of energy and tried to gain knowledge in fields where I lacked one. Freedom to read also gave me the possibility of reading novels and more political texts. Meanwhile, I struggled to earn a minimum for my subsistence, which I barely managed in such a bureaucratized world.

I concentrated my interest in a few projects that allowed me to be eclectic in my future path: the issue of hydrocarbons in the Arctic, the Bulgarian nuclear energy sector, the struggle for power and gas between the Kremlin and Gazprom, and the relevance of energy in diplomatic cooperation in the Caspian region. These might sound boring to many, but to me they spark interest and excitement. They are also deeply rooted in recent history, but they keep their impact in contemporary daily news. As I sit through conferences more and more frequently, I realize that what’s intriguing to some could be irrelevant to others.

Without much illusion of succeeding, thanks to the last drop of self-esteem that was left in me, I found the energy to apply for a very interesting Erasmus Mundus program. Erasmus Mundus was recently set up to link “Erasmus” countries – that have their university systems already interconnected through student, staff, and faculty exchanges – and third countries in the extended neighborhood of Europe, such as the Middle East, the Caucasus, Central Asia, etc. The program to which I submitted my application was a new one, coordinated by the University of Glasgow: the International Master in Russian and Central and Eastern European Studies (IMRCEES). The program had already existed for a few years, but this was the first year that the consortium obtained EU funds for it. Glasgow is in fact teamed up with a few other institutions from Poland, Estonia, Hungary, Finland, and Kazakhstan. As soon as I read Kazakhstan I became interested. I laid out my plan and submitted the many documents needed for the contextual application to the program and to the scholarship. A couple of months later, when my expectations for further education had vanished, I received a letter that confirmed my admission to the program. I shook my head: I had to change plans again, but this time it would have been more fun!

So I packed my luggage and tried my best to give and get a Glasgow impression by participating in the annual conference of my future department. I went there during my crazy May, just before my trip back to the US, on which I embarked with a very different motivation compared to the previous ones. This is my last stay in this beautiful and strange country for a while and I am going to use it as a trampoline for my next English-language adventure.

My first stop will be Scotland in September. There I will spend one academic year, trying to learn Russian one more time, carefully engaging with my professors on matters that my experience has told me a lot about, and enjoying the Tropical weather. One of the previous resolutions is clearly false, I’ll let you guess which one while I go to the store to buy a raincoat.

The next summer is going to be full of travels and surprises, as my plan is to go to Azerbaijan for research, but I might have to stop in Estonia first, for additional academic reasons. Anyway it goes, the 2013 summer term will be short, as I will continue my eastbound ride to Kazakhstan, to the former and prospective capital city of Almaty, which is supposed to re-gain its status in 2017. I will spend another academic year there before completing yet another thesis, in order to gain yet another Master degree. What will this lead to? There’s no use in asking, as my future keeps changing weekly.

Noi non siamo razzisti

Oakland, CA

Questa è la traduzione di un’articolo che ho scritto di getto, tra autobus e metropolitana, dopo una illuminante discussione sul razzismo negli USA, con alcuni amici. Dopo aver letto un articolo su La Sicilia dove compariva una citazione di un assessore comunale di Giarre che mi ha spinto a scrivere l’intero articolo sul cellulare, senza mai staccare le dita dai tasti o lo sguardo dallo schermo. Sì, mi sono perso la vista di San Francisco, per una volta, ma spero serva a qualcosa.

Il modernissimo consigliere comunale Josè – che è anche mio padre – aggiorna il suo status su facebook incollandovi un intero articolo di giornale. Sono sicuro di avergli mostrato almeno una dozzina di volte come inserire links oppure scrivere delle “note”, molto più agevoli e meno ingombranti di uno status-papiro. Ma tant’è. Scorrendo tra le righe leggo le solite vecchie notizie sullo stato dell’arte dell’incompiuto siciliano. Poi un lampo, un virgolettato. Ma qui mi fermo e fornisco un po’ di informazioni utili a chi non è familiare con il tema in oggetto o a chi avesse le idee confuse.

Giarre è la capitale italiana delle opere incompiute. Stadi, piscine, teatri… a voi scoprire cosa non abbiamo finito. C’è anche un “campo di polo” dove i cittadini vanno a correre e i ragazzini vanno a scuola calcio, presso le sparute società che sono ancora vive nell’area etnea. L’intera struttura fu costruita grazie al denaro fluito da Roma per i Mondiali di Calcio del 1990. Nei pressi di questa struttura non potrebbe essere organizzata alcuna attività o alcu, eccetto centri di raccolta in caso di emergenza e atterraggio per l’elisoccorso. A Giarre, una cittadina di appena 27.000 abitanti, in pochi hanno visto un elicottero atterrare al campo. Pochissimi hanno mai sentito parlare di “polo” in riferimento a uno sport, e non a magliette o caramelle. La struttura non è mai stata compleatata perché il denaro destinato alla sua costruzione è passato attraverso il filtro della corruzione politica, indubbiamente scortato dai vasi di ferro della mafia.

Spesso, quando mi trovo in Sicilia, visito la struttura e ultimamente ho notato che i ragazzini che giocano per la scuola calcio che mio padre ha fondato con alcuni amici sono costretti a correre su una superficie decisivamente peggiorata rispetto a quella che, ricordo, calpestavo dieci anni fa. Oggi, le stanze che ospitano gli uffici della società (non ufficiali, non registrati e non assicurati) sono costantemente oggetto di vandalismo. Dietro gli immensi e vuoti spalti riposano dozzine di campane per il riciclaggio di rifiuti, che una volta, quando l’amministrazione fingeva di riciclare i rifiuti urbani e invece trasferiva tutto negli stessi camion della nettezza urbana, si trovavano in molti punti della città. Accanto a questi giganti assonnati, alcuni spacciatori sprecano i loro pomeriggi indisturbati, troppo vicini ai bambini e agli adolescenti che giocano a calcio venti metri più in là.

Il campo di “polo” dove i ragazzini sognano l’erba

Un altro elemento importante per completare la descrizione storica è la caduta di cenere vulcanica dalla vicina Etna. Dal 2002, i fenomeni di parossismo si sono moltiplicati e continuano a molestare la tranquilla vita del paese.

L’amministrazione comunale è stata conquistata per due mandati consecutivi dalle forze conservatrici che lasciano che i “favori” dettino le priorità di gestione municipale e che hanno permesso una dura crisi di bilancio. Adesso, infatti, non sono rimasti neanche i fondi necessari per le pulizie “ordinarie” degli spazi pubblici, il che è un dovere primario per le istituzioni locali (“la manutenzione ordinaria è nella funzione dell’amministrazione pubblica” ricorda Josè, intervistato dallo stesso giornalista). Anche la pulizia della sabbia vulcanica dovrebbe rientrare tra i compiti di un’amministrazione diligente. È invece toccato ai calciatori e ai corridori portare scopa e paletta per utilizzare la malandata pista d’atletica. Uno sforzo di grande valore, che non è stato neanche notato o applaudito dall’amministrazione, che ha preferito nascondersi al fine di evitare di lasciare traccia dei suoi misfatti e delle sue omissioni.

La goccia che ha fatto traboccare il vaso della mia pazienza, però, non è arrivata né da Milano, né da Londra. Da Milano, alcuni ragazzi pieni di creatività (che tuttavia relego nella categoria etnografi* zoologi umani) hanno portato alla luce dei mass media la questione dell’incompiuto, sottolineando l’incapacità tutta siciliana di finire ciò che si comincia. Da Londra, invece, gli etnografi zoologi umani britannici hanno pubblicato un documentario su di noi, sui siciliani più pigri. No, ciò che mi ha fatto incazzare (perdonatemi l’espressione) è stato un virgolettato innocente riportato nell’articolo che menzionavo prima.

Giuseppe Cavallaro, ormai ex-assessore allo sport, è stato ingenuo abbastanza da pronunciare queste parole:

C’è un’associazione di ragazzi del Burkina Faso, rifugiati politici, ospiti alla parrocchia Regina Pacis, che vorrebbero inserirsi e socializzare con la comunità locale. Potrebbero aiutarci a curare il verde come volontari, assicurati contro eventuali infortuni.

Ho dovuto leggere e rileggere la dichiarazione più e più volte. Una dichiarazione che arriva da un corresponsabile della crisi finanziaria del Comune, inadeguata innanzitutto perché, come già detto, è responsabilità dell’amministrazione garantire la pulizia ordinaria degli spazi pubblici. Impiegando residenti, pagando loro un salario dignitoso, mettendoli in regola anche dal punto di vista contributivo (perché sento il bisogno di sottolinearlo?), non elemosinando opere di volontariato.

Il motivo principale del mio sdegno, tuttavia, è l’imperdonabile assunto che mostra la forma mentis razzista tipica degli europei e che è stata sempre difficile da identificare per me, nato e cresciuto nella cattolica e conservatrice Sicilia. Sono africani, quindi è ovvio che debbano lavorare per poco o nulla (in quest’ultima accezione, si tratta di schiavitù, non di volontariato, perché non presuppone la libera scelta dell’individuo). Essi sono abituati a queste condizioni! Pulisci, presto, sistema il caos creato dalla natura… e già che ci sei, metti a posto anche il casino che l’uomo bianco ha lasciato dietro di sé! Sono rifugiati politici? Meglio! Almeno non sono clandestini e per sfruttarli non dobbiamo neanche andare contro la legge!

Non ci sono tante persone bionde in Sicilia, così come la pelle olivastra dei meridionali è una rarità nelle province del nord. L’Europa non è abituata a mescolarsi. Adesso che più persone con diversi background culturali e geografici hanno conquistato il diritto di viaggiare liberamente in Europa, la paura dello slavo si è aggiunta alla difficile relazione tra francesi e magrebini, al problema degli italiani con i rom e con gli albanesi e al tentativo tedesco di capire come comportarsi con la minoranza turca che la Germania ospita. Per noi europei è necessario guardare i film americani per pronunciare la parola “razzismo”. Noi non capiamo le sue cause e le sue manifestazioni. Questo ci fa razzisti anche quando pensiamo di non esserlo. Mi vergogno del linguaggio offensivo e razzista usato da un membro dell’amministrazione del Comune presso il quale risiedo e mi dispiace che coloro a cui piace definirsi i discendenti della cultura democratica non riescano a realizzare che sono anche gli eredi della cultura razzista che ha causato le peggiori diseguaglianze e le violenze più aberranti della storia umana.

I rifugiati politici del Burkina Faso ospitati a Giarre non vivono lì per scelta. Loro non godono dei vantaggi di vivere in Europa, non sono agevolati dalle opportunità che il trattato di Schengen concede. No, se vogliono trovare il loro posto in società, devono chiedere l’elemosina. Devono dirigere le proprie preghiere verso supponenti palloni gonfiati che non hanno di meglio da dire che: “facciamoli lavorare come schiavi!”. Quindi ci sono due parti in questa brutta storia: 1) la dichiarazione dimostra i misfatti di un’amministrazione che non tiene conto dei suoi doveri minimi verso la popolazione che l’ha delegata; 2) la soluzione proposta è chiaramente razzista in quanto suggerisce l’uso dei rifugiati africani per compiti per cui sono logicamente adatti.

* gli etnografi zoologi umani per me sono individui che provano a giustificare la supremazia di una cultura sulla base delle tradizioni etniche dei popoli. Chiedete agli etnografi britannici, russi, francesi, italiani, spagnoli, cosa pensassero degli esotici indiani, africani, magrebini, caucasici, sudamericani…

UPDATE: Grazie ad alcuni amici, ho dovuto emendare questo articolo. Mi è stato suggerito di essere più esplicito nella condanna della frase razzista del politico locale, cosa che ho provato a fare nel paragrafo in rosso. Inoltre, ho ricevuto una spiegazione dettagliata sul mio incorretto uso della parola etnografo. La mia accezione negativa della parola proviene dai tempi coloniali, quando etnografia e antropologia stavano solo cominciando ad essere inseriti nei dibattiti accademici. Il relativismo culturale da allora ha portato a una più profonda comprensione dell’altro. Tuttavia, il razzismo e il sentimento di supremazia non sono concetti relativi. Per questo motivo, pur preferendo zoologo umano e scusandomi verso i molti validi etnografi, continuo a sostenere che provare a comprendere l’altro senza neanche un pizzico di razzismo o di sentimento di supremazia sia molto difficile per gli occidentali. Spero che ne nasca un dibattito costruttivo.

Italy and India: Petty, Not Pretty

Giarre, Italy

I’m writing this in English because I don’t like Italy on this issue.

The use of “we” is sarcastic, whereas the use of “I” is serious.

So close in the alphabetical list of countries, so far apart with all the rest. Generalization: Italians know nothing about India and Indians know nothing about Italy. Sure, Slumdog Millionaire and Bollywood are known in the Mediterranean peninsula, as much as pizza and La Dolce Vita are in the South Asian peninsula. However, the first I came across people from India, or with a strong Indian family background, was not that long ago, when I first arrived in California. Then I realized that I was precisely like the Italians I just criticized: ignorant. First, I could not locate anything on a blank map of the Indian sub-continent. Second, I knew nothing about the culture, the food, the music, and the customs. So I reacted, as usual, by stretching open my eyes and ears as much as possible in order to listen and understand more about this whole world unknown to me.

While mine was a voluntary learning experience – that, to be fair, I did not take too far – the Italian public nowadays is being forced into learning toponyms, watching archival footage of a faraway land, and staring at mute speeches of Indian politicians. The journalist’s voice runs over the video report spelling out the same names and information over and over, because there is nothing else to talk about than a legal dispute between an Italian tanker and an Indian fishing boat.

The Events, Briefly

Two members of the Italian army were arrested with the accusation of having killed two Indian fishermen on February 15. The Italian’s side defense is as follows: The Italian tanker sent warnings to the approaching boat, which did not respond. So, for fear of being attacked by pirates, as it had been happening frequently, from the Italian cargo a few warning shots were directed in the whereabouts of the boat, without actually hitting the boat (they were “warning” shots, after all!). Moreover, the Italian side argues that the whole incident took place in international waters, i.e. outside the limits where Indian jurisdiction would be competent for dealing with the case.

The Indian side counters all these affirmations. The arrest had a clear charge, murder. The Italian soldiers are held in prison and will face a trial because they are accused of having killed two Indian fishermen without warning in Indian waters. According to this version, there’s little to be done for the Italian Minister of Foreign Affairs, who has been traveling to India and sending countless envoys to save Italy’s face in the case.

Then there’s another possible explanation: The Italian tanker intercepted a pirate ship and fired against it, either hitting the innocent fishing boat or just provoking a deroute to the pirates who then shot on the fishermen. Italian journalist have declined the possible war of religion (the fishermen were Catholic) and the monstruous alien’s explanation. Personally, I am very thankful for the latter responsible stand.

What We Won’t Hear (As Much) In Italy

The Financial Times reports that today, February 27th, a file was opened by Indian authorities on alleged irregularities from Finmeccanica, a defense industry giant company. Italy and its government have high stakes in Finmeccanica and if the helicopter deal worth $560 million is to be voided, it would be a harsh blow at this evergreen Italian business. Italy has gained the favor of  many dictators and some military-thirsty countries by providing with cutting-edge defense tools.In 2010, Finmeccanica won a bid over Sikorsky, a US firm, for the supply of helicopters.

State-controlled Finmeccanica has gone through dire times lately, when its chairman and his wife (who chaired a subsidiary company) were induced to resign over allegations of corruption and nepotism. Further clouds to its reputation would surely obscure its market position in India and force “shrimp steps” away from a fast-growing and interesting country. Factoring out the whole (petty) discussion about nuclear weapons, the Italian attitude looks like the one that induced the pulling out from Iran, which will prove unfortunate and myopic in the upcoming years.

Face It, Our Country Is Petty

Italians: we are one percent of the world’s population and we feel that Ancient Rome, Dante, and our culinary and filming abilities will save us from the world’s oblivion of our existence. India is unknown to Italians (and the West altogether, if I may) although it represents a big chunk of the earth and about a quarter of the population. By no means I regard a society so stratified, so reliant on religion, so divided as a “democracy”, be such term intended in its “Western” meaning or in its original one. However, India is taking giant steps towards the economic leadership of the world. Not so different from China in its “let them do politics, we’ll make money”-approach, it is going to be a clear protagonist of this century.

Conversely, Italy might just watch its own sunset with this skirmish. The traditional, twentieth century power, and former colonizer succumbs in a few diplomatic quarrels to the emerging power and still doesn’t know what to do about it. While going through the desert of power demise, Italy found itself naked, without a camel or a guide. This is a clear sign that Italy’s say in the global community has lost the power that Rome had struggled to regain after World War II. Let’s go learn about the real subjects of tomorrow’s world order, instead of sitting in grey-haired Western political clubs.