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Elezioni 2013 – Giarre (CT)

Tallinn, Estonia

La mia città alle elezioni e ora al ballottaggio. La campagna elettorale è stata un macello e dopo un decennio di porcate da parte dell’amministrazione Sodano, c’era da aspettarselo. Ho seguito tutto da fuori, anche stavolta. Ma il pallino dell’analisi elettorale è sempre presente e non ce la faccio più a leggere commenti e opinioni varie sui comportamenti elettorali dei giarresi. Perché i giarresi non sono come gli elettori tedeschi, che hanno sapientemente utilizzato il loro voto doppio (uno proporzionale e uno maggioritario, per scegliere i rappresentanti della camera bassa). Anche le forze più piccole, se valide, superano l’ostica soglia di sbarramento in Germania, grazie al supporto personale che i loro candidati riscuotono a livello locale. Ma questo è il profondo nord, con la cultura del voto come diritto, esercizio che non si ferma alla domenica elettorale e che segue e punisce gli errori politici.

Nel profondissimo sud, invece, la punizione politica non esiste. Anzi. L’ormai ex sindaco Sodano era stata eletta con i voti del PdL in entrambi i casi precedenti, salvo poi rompere gli equilibri a metà dell’ultima amministrazione e lasciare che la propria coalizione si sfaldasse (anche se solo sulla carta e non in merito a decisioni chiave che hanno peggiorato la situazione finanziaria e sociale della città). Il “nuovo” è dunque Roberto Bonaccorsi, PdL, commercialista ed ex assessore al bilancio a Catania. Ma il PdL è il “vecchio”, quindi il nuovo deve per forza essere… il vecchio Salvo Andò! L’ex Ministro della Repubblica costruisce una rete di liste civiche, con una sapienza da ingegnere elettorale, e va al ballottaggio. Cenere, nonostante i grandi consensi, per D’Anna (civico), polvere per Patanè (centro sinistra), briciole per Spina (M5S) e Barbagallo (civico).

Tutti questi “civici” potrebbero indicare, in Germania, un rifiuto organizzato per l’establishment e i poteri forti. In Sicilia, invece, si tratta di marchingegni elettorali di distinzione dall’altro, in mancanza di un programma elettorale forte. L’obiettivo è arrivare al lunedì pomeriggio post-elettorale con una manciata di voti in più per poi venderli (o ri-venderli, questo è un discorso a parte) al migliore offerente tra i due duellanti in finale. Una delle questioni più sottovalutate delle elezioni è tuttavia il Consiglio Comunale, il supremo organo di dibattito, il Parlamento del Comune, dove l’opposizione (più o meno la stessa per 15 anni!) ha la possibilità di lottare contro le illecite operazioni delle varie amministrazioni e proporre iniziative per “l’altra metà dei giarresi”. Questa volta, infatti, circa 12.000 residenti saranno senza rappresentanti in Consiglio. I soliti 7 mila hanno preferito non votare (e di questi, molti non si trovano in sede, come il sottoscritto) e 5.400 sono stati esclusi dalla soglia di sbarramento al 5% che ha sacrificato ben 10 liste (nel 2008 solo 4).

Un gravissimo problema dal punto di vista del funzionamento della democrazia elettorale è stato il sistema di voto. La doppia preferenza di genere, introdotta dalla nuova legge regionale è già complicata di per sé. Se poi si introduce anche la non trasferibilità del voto di lista (che di per sé non va anche al candidato sindaco collegato) che non esisteva e non rispetta la volontà “pigra” dell’elettore, allora siamo nei guai. Gli errori con la scheda sono stati tantissimi. Chi non ha sbagliato aveva ricevuto istruzioni molto, forse troppo, dettagliate. Prima di aver studiato la legge, ammetto che avrei sbagliato anche io, perché mi sarei dimenticato di sbarrare il pallino del sindaco. Il voto disgiunto ha come principio la “volontà di disgiungere”, non quello di non decidere.

Dopo questo macello, sia di ricerca dei voti, sia di conta, per molti deludente anche per i motivi sopracitati, nessuno sta parlando dei possibili risultati del ballottaggio. Non solo per quanto riguarda il sindaco (è facile, uno dei due vince). Il Consiglio Comunale avrà diverse configurazioni nei due casi. Infatti, chi sia eletto sindaco porterà con se 12 consiglieri su 20, quale premio di maggioranza. I restanti 8 saranno ripartiti tra chi ha superato la soglia del 5% al primo turno.

Non ho trovato modifiche alla “introvabile” legge elettorale, quindi presumo che la formula di assegnazione dei seggi sia rimasta immutata. Secondo il principio pensato dal belga d’Hondt (metodo del divisore, leggere qualche buon libro per approfondimenti), la proporzionalità dell’assegnazione dei seggi premia i partiti più votati, seppur con una distorsione solo minima della proporzionalità tra voti e seggi. Nel 2008 è stato chiaro anche a Giarre, mentre quest’anno con la soglia di sbarramento si è preferito forzare ulteriormente il sistema verso i partiti più votati.

Hanno superato la soglia in 9. 4 collegati a Bonaccorsi, 3 collegati ad Andò, 1 a D’Anna e 1 a Patanè.

In caso di vittoria di Bonaccorsi, i dodici saranno ripartiti così: 6 PdL, e 2 ciascuna alle altre 3 liste (il PdL guadagnerebbe 1 seggio rispetto al 2008… come premio per il lavoro svolto, immagino).
I restanti 8 dovranno essere ripartiti così: 5 Andò (2- Vitale per Giarre, 2- Comitato Civico e 1- Movimento Civico), 2 D’Anna e 1 PD.

In caso di vittoria di Andò, i 12 saranno ripartiti così: 5- Vitale per Giarre, 4- Comitato Civico e 3- Movimento Civico (la lista Vitale per Giarre guadagnerebbe ben 4 seggi, anche se politicamente la lista è molto distante da quella che ha rappresentato l’opposizione a Giarre negli ultimi 5 anni).
I restanti 8 saranno suddivisi tra: Bonaccorsi (5, tra cui 2 PdL e uno ciascuno per le altre liste collegate), D’Anna (2) e PD (1).

Il ballottaggio dunque  deciderà sostanzialmente il fato di 14 possibili consiglieri, oltre che il nome del sindaco e la sua giunta. Tutto sta a capire bene chi siano questi figuri, se si ha voglia di partecipare alla seconda tornata elettorale. Questi saranno i prossimi a bussare alle porte dei giarresi.

E gli altri? L’opposizione? Tania Spitaleri, councilwoman più votata, rimane tuttavia la sola espressione del PD e non si capisce ancora che tipo di opposizione (se opposizione sarà) che D’Anna rappresenti.

Per i primi anni della scorsa amministrazione si sono visti molti 18-2 in Consiglio. Forse questa volta vedremo invece degli orribili 19-1, da Politburo dei peggiori anni Sovietici. A meno che le divisioni tra favoritismi e clientelismi non creino delle fratture politiche tra i futuri rappresentanti della città. Comunque vada, buon lavoro a Tania.

UPDATE: Ciò detto riguarda la fotografia del presente, prima che le liste non precedentemente collegate ai candidati a sindaco ammessi al ballottaggio si “apparentino” con l’uno o l’altro. PD+Andò significherebbe 2 seggi in più al PD in caso di vittoria del vecchio politico giarrese (e 2 in meno per le liste Andò). Un apparentamento tra D’Anna e Bonaccorsi garantirebbe un seggio in più al primo, a scapito del PdL. Scegliere gli apparentamenti quindi costerà credibilità ai partiti che si erano proposti come alternative e costerà anche qualche “favore” ai candidati sindaco, che a tutti gli effetti sacrificheranno uno o due dei propri consiglieri in favore di coloro che gli avevano fatto campagna contro.

Le novità e il razzismo

Glasgow, UK

Mentre in Italia la democrazia è sospesa, in un periodo storico nel quale le elezioni politiche non danno risultati politici, quando viene chiesto a un Presidente della Repubblica uscente di “salvare la partia” e ripetere l’esperienza, nella discontinuità più evidente con la storia parlamentare repubblicana, proprio nel momento in cui un democristiano “giovane” sceglie un esecutivo con molte donne e “non divisivo”, ecco che l’Italia si riscopre razzista.

Comedovequando? La nomina a  ministro dell’Integrazione di Cecile Kyenge Kashetu, medico di origine congolese, ha fatto sollevare molte sopracciglia sia nel mondo politico sia in quello del bar dietro l’angolo. Una “nera” ministro! Non era mai successo nella storia repubblicana – e non ha alcuna relazione con la sospensione della democrazia, anch’essa una novità repubblicana. Dall’insediamento al Quirinale ecco il fuori onda “ma come si pronuncia?”, dai siti nazisti ai leghisti, tutti hanno sparso un pizzico di razzismo sulla vicenda. Qui sotto un estratto da Repubblica del 30 aprile:

“Scimmia congolese”. “Governante puzzolente”. “Negra”. “Negra anti-italiana”. “Vile essere”. “Faccetta nera”. E poi: “Il giorno Nero della Repubblica”, con sotto la sua foto. Fino a un “ministro bonga bonga” (il copyright è del fine pensatore leghista Mario Borghezio che Cécile l’ha già ribattezzata “faccia da casalinga”, “scelta del cazzo”, una che è arrivata lì “perché si sarà arruffianata qualche gerarca del Pd”).

Repubblica va a cercare gli insulti su benitomussolini-dot-com. Ma non ci sarebbe bisogno di andare così lontano nel mondo del web per trovare espressioni di tale ignorante e diabolica bassezza. I vicini di casa, gli amici al bancone del bar, le nonne dietro l’asse da stiro, tutti hanno avuto un momento di difficoltà interpretativa di fronte alla nomina di un ministro di colore. Vanno bene le “coloratissime” squadre di calcio e basket, con gli oriundi vinciamo campionati e mondiali. Vanno bene i poveri disgraziati che ci vendono occhiali taroccati sulle spiagge mentre noi ci abbronziamo. Ma le decisioni politiche? Quelle devono restare in mano agli “italiani”.

Ma chi sono questi italiani? Quelli che non sanno coniugare i verbi al congiuntivo, o che lo scambiano con il condizionale (siciliani, parlo con voi)? Quelli che dicono “ho rimasto” (Romagna!!!)? Quelli che sostituiscono il “te” al “tu” (lumbard, parlo con te)? Oppure quelli che non conoscono le differenze tra Gramsci, Matteotti e Moro (alunni del SID di Forlì), quelli che non capiscono l’importanza del XX Settembre, quelli che non sanno che la Calabria non confina con la Campania, quelli che non riconoscono l’importanza dello studio di Dante e Bufalino, oltre che di Montalbano?

E chi è razzista? I puri del Nordest che insultano i “colorati” mentre li sfruttano nelle fabbriche e nelle campagne? Gli ignoranti siciliani di cui parlai un anno fa?

No, gli italiani sono quelli che in Italia hanno vissuto, ci sono nati, ci vivranno. Quelli che partecipano alla costruzione della comunità nella società. Molti dei rosei che vivono nello stivale sono meno “italiani” dei più scuri di pelle che ci vivono accanto. Ius soli? Yes, caro Maroni. Chi nasce in Italia non deve essere costretto a “tornare al suo Paese” quando arriva alla maggiore età. Perché il “suo” Paese è proprio l’Italia!

Il problema del razzismo talmente aperto da generare sdegno a prima vista non è la questione più pressante, ahimé. Il motore immobile di questa ventata razzista, il momento razzista fondamentale è stato generato proprio dall’impalpabile presidente del consiglio. La scelta di Letta di assegnare a Kyenge il Ministero dell’Integrazione rappresenta la principale scelta razzista sul caso apertosi. La logica del “visto che è nera, capirà i problemi dei migranti” non è altro che l’affermazione che il problema del razzismo si trova principalmente nel discorso politico. Più di 5 milioni di persone di origini straniere vivono in Italia e l’unica cosa che il governo riesce a pensare è di dare a una loro “simile” un ministero. L’integrazione, o meglio la convivenza, non si raggiunge grazie a un ministero o al colore del ministro. L’Italia avrebbe potuto dare un segnale contro il razzismo inerente alla nostra cultura poco cosmopolita dando a Kyenge o a chiunque altro, di qualsiasi colore, un ministero “attivo”, rilevante e magari con portafoglio.

Ad esempio, visto che Kyenge è un medico, perché non affidarle il Ministero della Salute? No, il trasparente-presidente ha deciso di affidarlo alla berlusconina Beatrice Lorenzin, che dall’alto della sua maturità classica sicuramente coglierà in un batter d’occhio tutti quei complicati prefissi di origine greca.

Noi non siamo razzisti

Oakland, CA

Questa è la traduzione di un’articolo che ho scritto di getto, tra autobus e metropolitana, dopo una illuminante discussione sul razzismo negli USA, con alcuni amici. Dopo aver letto un articolo su La Sicilia dove compariva una citazione di un assessore comunale di Giarre che mi ha spinto a scrivere l’intero articolo sul cellulare, senza mai staccare le dita dai tasti o lo sguardo dallo schermo. Sì, mi sono perso la vista di San Francisco, per una volta, ma spero serva a qualcosa.

Il modernissimo consigliere comunale Josè – che è anche mio padre – aggiorna il suo status su facebook incollandovi un intero articolo di giornale. Sono sicuro di avergli mostrato almeno una dozzina di volte come inserire links oppure scrivere delle “note”, molto più agevoli e meno ingombranti di uno status-papiro. Ma tant’è. Scorrendo tra le righe leggo le solite vecchie notizie sullo stato dell’arte dell’incompiuto siciliano. Poi un lampo, un virgolettato. Ma qui mi fermo e fornisco un po’ di informazioni utili a chi non è familiare con il tema in oggetto o a chi avesse le idee confuse.

Giarre è la capitale italiana delle opere incompiute. Stadi, piscine, teatri… a voi scoprire cosa non abbiamo finito. C’è anche un “campo di polo” dove i cittadini vanno a correre e i ragazzini vanno a scuola calcio, presso le sparute società che sono ancora vive nell’area etnea. L’intera struttura fu costruita grazie al denaro fluito da Roma per i Mondiali di Calcio del 1990. Nei pressi di questa struttura non potrebbe essere organizzata alcuna attività o alcu, eccetto centri di raccolta in caso di emergenza e atterraggio per l’elisoccorso. A Giarre, una cittadina di appena 27.000 abitanti, in pochi hanno visto un elicottero atterrare al campo. Pochissimi hanno mai sentito parlare di “polo” in riferimento a uno sport, e non a magliette o caramelle. La struttura non è mai stata compleatata perché il denaro destinato alla sua costruzione è passato attraverso il filtro della corruzione politica, indubbiamente scortato dai vasi di ferro della mafia.

Spesso, quando mi trovo in Sicilia, visito la struttura e ultimamente ho notato che i ragazzini che giocano per la scuola calcio che mio padre ha fondato con alcuni amici sono costretti a correre su una superficie decisivamente peggiorata rispetto a quella che, ricordo, calpestavo dieci anni fa. Oggi, le stanze che ospitano gli uffici della società (non ufficiali, non registrati e non assicurati) sono costantemente oggetto di vandalismo. Dietro gli immensi e vuoti spalti riposano dozzine di campane per il riciclaggio di rifiuti, che una volta, quando l’amministrazione fingeva di riciclare i rifiuti urbani e invece trasferiva tutto negli stessi camion della nettezza urbana, si trovavano in molti punti della città. Accanto a questi giganti assonnati, alcuni spacciatori sprecano i loro pomeriggi indisturbati, troppo vicini ai bambini e agli adolescenti che giocano a calcio venti metri più in là.

Il campo di “polo” dove i ragazzini sognano l’erba

Un altro elemento importante per completare la descrizione storica è la caduta di cenere vulcanica dalla vicina Etna. Dal 2002, i fenomeni di parossismo si sono moltiplicati e continuano a molestare la tranquilla vita del paese.

L’amministrazione comunale è stata conquistata per due mandati consecutivi dalle forze conservatrici che lasciano che i “favori” dettino le priorità di gestione municipale e che hanno permesso una dura crisi di bilancio. Adesso, infatti, non sono rimasti neanche i fondi necessari per le pulizie “ordinarie” degli spazi pubblici, il che è un dovere primario per le istituzioni locali (“la manutenzione ordinaria è nella funzione dell’amministrazione pubblica” ricorda Josè, intervistato dallo stesso giornalista). Anche la pulizia della sabbia vulcanica dovrebbe rientrare tra i compiti di un’amministrazione diligente. È invece toccato ai calciatori e ai corridori portare scopa e paletta per utilizzare la malandata pista d’atletica. Uno sforzo di grande valore, che non è stato neanche notato o applaudito dall’amministrazione, che ha preferito nascondersi al fine di evitare di lasciare traccia dei suoi misfatti e delle sue omissioni.

La goccia che ha fatto traboccare il vaso della mia pazienza, però, non è arrivata né da Milano, né da Londra. Da Milano, alcuni ragazzi pieni di creatività (che tuttavia relego nella categoria etnografi* zoologi umani) hanno portato alla luce dei mass media la questione dell’incompiuto, sottolineando l’incapacità tutta siciliana di finire ciò che si comincia. Da Londra, invece, gli etnografi zoologi umani britannici hanno pubblicato un documentario su di noi, sui siciliani più pigri. No, ciò che mi ha fatto incazzare (perdonatemi l’espressione) è stato un virgolettato innocente riportato nell’articolo che menzionavo prima.

Giuseppe Cavallaro, ormai ex-assessore allo sport, è stato ingenuo abbastanza da pronunciare queste parole:

C’è un’associazione di ragazzi del Burkina Faso, rifugiati politici, ospiti alla parrocchia Regina Pacis, che vorrebbero inserirsi e socializzare con la comunità locale. Potrebbero aiutarci a curare il verde come volontari, assicurati contro eventuali infortuni.

Ho dovuto leggere e rileggere la dichiarazione più e più volte. Una dichiarazione che arriva da un corresponsabile della crisi finanziaria del Comune, inadeguata innanzitutto perché, come già detto, è responsabilità dell’amministrazione garantire la pulizia ordinaria degli spazi pubblici. Impiegando residenti, pagando loro un salario dignitoso, mettendoli in regola anche dal punto di vista contributivo (perché sento il bisogno di sottolinearlo?), non elemosinando opere di volontariato.

Il motivo principale del mio sdegno, tuttavia, è l’imperdonabile assunto che mostra la forma mentis razzista tipica degli europei e che è stata sempre difficile da identificare per me, nato e cresciuto nella cattolica e conservatrice Sicilia. Sono africani, quindi è ovvio che debbano lavorare per poco o nulla (in quest’ultima accezione, si tratta di schiavitù, non di volontariato, perché non presuppone la libera scelta dell’individuo). Essi sono abituati a queste condizioni! Pulisci, presto, sistema il caos creato dalla natura… e già che ci sei, metti a posto anche il casino che l’uomo bianco ha lasciato dietro di sé! Sono rifugiati politici? Meglio! Almeno non sono clandestini e per sfruttarli non dobbiamo neanche andare contro la legge!

Non ci sono tante persone bionde in Sicilia, così come la pelle olivastra dei meridionali è una rarità nelle province del nord. L’Europa non è abituata a mescolarsi. Adesso che più persone con diversi background culturali e geografici hanno conquistato il diritto di viaggiare liberamente in Europa, la paura dello slavo si è aggiunta alla difficile relazione tra francesi e magrebini, al problema degli italiani con i rom e con gli albanesi e al tentativo tedesco di capire come comportarsi con la minoranza turca che la Germania ospita. Per noi europei è necessario guardare i film americani per pronunciare la parola “razzismo”. Noi non capiamo le sue cause e le sue manifestazioni. Questo ci fa razzisti anche quando pensiamo di non esserlo. Mi vergogno del linguaggio offensivo e razzista usato da un membro dell’amministrazione del Comune presso il quale risiedo e mi dispiace che coloro a cui piace definirsi i discendenti della cultura democratica non riescano a realizzare che sono anche gli eredi della cultura razzista che ha causato le peggiori diseguaglianze e le violenze più aberranti della storia umana.

I rifugiati politici del Burkina Faso ospitati a Giarre non vivono lì per scelta. Loro non godono dei vantaggi di vivere in Europa, non sono agevolati dalle opportunità che il trattato di Schengen concede. No, se vogliono trovare il loro posto in società, devono chiedere l’elemosina. Devono dirigere le proprie preghiere verso supponenti palloni gonfiati che non hanno di meglio da dire che: “facciamoli lavorare come schiavi!”. Quindi ci sono due parti in questa brutta storia: 1) la dichiarazione dimostra i misfatti di un’amministrazione che non tiene conto dei suoi doveri minimi verso la popolazione che l’ha delegata; 2) la soluzione proposta è chiaramente razzista in quanto suggerisce l’uso dei rifugiati africani per compiti per cui sono logicamente adatti.

* gli etnografi zoologi umani per me sono individui che provano a giustificare la supremazia di una cultura sulla base delle tradizioni etniche dei popoli. Chiedete agli etnografi britannici, russi, francesi, italiani, spagnoli, cosa pensassero degli esotici indiani, africani, magrebini, caucasici, sudamericani…

UPDATE: Grazie ad alcuni amici, ho dovuto emendare questo articolo. Mi è stato suggerito di essere più esplicito nella condanna della frase razzista del politico locale, cosa che ho provato a fare nel paragrafo in rosso. Inoltre, ho ricevuto una spiegazione dettagliata sul mio incorretto uso della parola etnografo. La mia accezione negativa della parola proviene dai tempi coloniali, quando etnografia e antropologia stavano solo cominciando ad essere inseriti nei dibattiti accademici. Il relativismo culturale da allora ha portato a una più profonda comprensione dell’altro. Tuttavia, il razzismo e il sentimento di supremazia non sono concetti relativi. Per questo motivo, pur preferendo zoologo umano e scusandomi verso i molti validi etnografi, continuo a sostenere che provare a comprendere l’altro senza neanche un pizzico di razzismo o di sentimento di supremazia sia molto difficile per gli occidentali. Spero che ne nasca un dibattito costruttivo.

Europe Is Not Racist

Oakland and San Francisco, CA

I’ve been messy with this blog. I stopped for a while due to assignments and travels. And now that I come back, I disregard previous drafts and write a piece in English about a local Italian issue. You’ll discover through the lines how this is not just local or Italian.

Reading the usual news about some unfinished infrastructure in Italy was not yielding new material for my brain until I noticed a quote. Let’s give a little background to this.

Giarre is the Italian capital for incomplete public structures. Stadiums, pools, theaters… you name it. There’s a “polo” field where citizens go running and kids play soccer with the few sports teams that are still alive in the area. The whole structure was built with the money that the national budget allocated for the World Cup in 1990. Now nothing could technically occur within its premises, except from emergency gatherings and helicopter landings. Few people in Giarre, a little town of 27,000 inhabitants, have seen an helicopter land in their town. Only a handful has ever heard of “polo” as a sport (not a shirt, not a popular candy).

The “polo” field, where kids dream of turf.

The structure was not completed because the allocated money passed through the drain of political corruption, undoubtedly overseen by the mafia’s blinking eye.

I often visit the structure when I’m in my hometown and I noticed that the kids playing for the team founded by my father play soccer in worse conditions than I did 10 years ago. Now the rooms that host the offices of the team (unofficial, unregistered, and uninsured) are constantly subject to vandalism. Behind the immense and empty bleachers, lay dozens of recycling “bells” – containers as tall as 6″ and as wide as 4″ that used to be around the city, when the administration pretended to be recycling the citizen’s waste, instead dumping it all in the same garbage truck – next to them, drug dealers waste their afternoons too close to the young 6-14 year old soccer pupils.

Another important piece of background information is the fall of ash from the nearby Etna volcano. Since 2002, these phenomena have multiplied and keep disturbing the quiet life of the town.

The municipal administration has been conquered for two consecutive terms by conservative forces that keep “favors” as the first priority and have severely worsened the balance in the budget. So now they don’t have money left even for “ordinary” cleaning, which is a minimum requirement for local administrations. Among ordinary tasks, there is that of cleaning up the coat of volcanic ash that often covers streets and other public spaces. The soccer team and the citizens who like to have a clean track to run on have decided to do it themselves and brought sweeps and brooms from home to restore the cracked red track. Valuable effort that has not been even noticed or acknowledged by the administration, which has been ducking in order to avoid any public record of their misdeeds.

The straw that broke my camel back was not the fact that a few creative Milanese guys (that I shall call “human zoologists” ethnographers* in my own derogatory concept of the word) have brought the issue to light in the mass media, highlighting the incapability of Sicily in finishing what it starts; nor was the fact that British ethnographers human zoologists (again) from the BBC have issued a documentary on us, the Sicilians of the laziest kind. No, what pissed me off (pardon the expression) was an innocent quote reported in a local newspaper.

A member of the administration was naïve enough to utter:

there are a few political refugees from Burkina Faso. They are hosted by a local church and often ask for integration activities. We should devise a system that allows them to volunteer as street cleaners, with assignments to the polo field as well, provided that we ensure that they’re covered by health insurance during their working hours.

I had to read the quote two, five, ten times. Coming from one of the responsibles for the financial breakdown of the town, this statement is absolutely inappropriate because it should be in the administration responsibility to provide the “ordinary” cleaning service of public spaces. By employing people, paying them a wage and contributing to their pension fund, not by begging for volunteers.

Most importantly, however, this statement inexcusably shows the European racist mindset that has been so hard to identify for me, a boy born and raised in catholic/conservative Sicily. They’re Africans, therefore they are supposed to do cheap/slave labor. That’s what they’re used to. Clean up, hurry, tidy up the mess caused by nature… and now that you’re there, clean up the white man’s mess too. Political refugees? Whatever, at least they’re not clandestine, so we can exploit their work without breaking the law.

Blonde people are a rarity in Sicily, as tanned southerners are unusual in the northern provinces. Europe is not used to mixtures. Now that more and more folks with diverse geographic and cultural backgrounds are free to travel Europe, the Slavic fear has joined France’s uneasy relationship with Maghrebis, Italy’s problem with Roma and Albanians, and Germany’s struggle for understanding its Turkish Gastarbeiter population.

In Europe we usually have to watch an American movie to say the word “racism”. We don’t understand its causes and its manifestations. This makes us racist even when we think we’re not. I am ashamed by the offensive and racist declaration of a member of the town administration and I regret the fact that those who call themselves the descendents of a democratic culture do not acknowledge that they’re also the heirs of a racist culture that has caused the worst inequalities and violences in human history.

The political refugees from Burkina Faso hosted in Giarre are not there by choice. They don’t enjoy the benefits of living in Europe, they are not blessed by the opportunities given by the Schengen treaty. No, if they want to find their place in society, they have to beg. They have to direct their prayers to pretentious douchebags that have nothing better to say than: “let’s have them do some slave labor!”. So there’s two sides to this story: 1) the declaration shows the wrongdoing and the disregard for administrative practices by the City Government; 2) the solution proposed is outrageously racist in that it suggests the use of African refugees for a task they are logically suitable for. 

*I forgot to define better my derogatory concept for “human zoologists”  ethnographers. They’re not just armchair-anthropologists, they’re condescending figures that are appointed by a State in order to show the superiority of the invading culture with respect to the exotic practices of the colonized population. Russians with Caucasians, Brits with Indians and Sub-Saharian Africans, Italians with North and East Africans, French with Maghrebis, Spanish with Central and South Americans, yes, Europe has led this pretentious race as well.

UPDATE: Thanks to a couple of friends, I had to amend this post. It was suggested to me to be more explicit in the condemnation of the racist statement by the politician, which I tried to do in the red section. Also, I received a detailed explanation about my wrong use of the word etnographer. My derogatory conception of the word comes from the colonial times, when ethnography and anthropology were just starting to be inserted in a more ample academic debate. Cultural relativism has since brought a much deeper understanding of the “other”. However, racism and supremacism are not relative concepts. That is why, although switching to human zoologist and apologizing to the many valid ethnographers out there, I still hold the belief that it is very hard for westerners to try and understand “other” kinds of societies without adding even a hint of our racist and supremacist self. I hope a larger debate ensues.

Su Pei Monti

Giarre, Italy

Questa è la traduzione del post di qualche giorno fa sulla crisi. Proverò a rispettare fedelmente le mie parole, onde evitare di scrivere altro e creare confusione. Quindi, chi ha già letto “Ain’t No Monti High Enough” è esonerato dal rileggere. Tuttavia, incoraggio i commenti, visto che prevedo di scrivere ancora sulla crisi politica in risposta alla crisi economica. Ho cominciato il mio intervento precedente con un gioco di parole su una canzone di Marvin Gaye e Tammi Terrell. Per il presente scritto, ho scelto un verso di un mottetto degli alpini, visto che la crisi sembra sempre più una vetta da scalare e che “Monti” è il cognome perfetto per mille giochi di parole.

Questo è un articolo sulla crisi. Ne parlo dalla prospettiva di un non-esperto, perché non credo che, a meno di essere riuscito a sopravvivere a un terremoto o a un naufragio, nessuno possa ergersi a “esperto in gestione di crisi”. Siamo tutti novizi, specialmente quando i grandi accademici ci avvertono che questa crisi somiglia a quella del 1929. Nessuno di noi era lì allora, almeno in posizione di “gestire” la crisi. E se ci fosse qualche superuomo in grado di contraddirmi, probabilmente la sua senilità non gli permette di essere lucido abbastanza da comprendere l’oggi. Stiamo tutti tirando a indovinare.

Cominciamo. Il supercapitalismo del nuovo millennio sta cercando nuovi modi di affrontare le proprie contraddizioni. Ma non più ritornando alle politiche keynesiane che, insieme al nazionalismo prima e alla divisione ideologica durante la guerra fredda, hanno tenuto il sistema in piedi.

Senza più partiti socialdemocratici ai governi dei Paesi europei, ci sono poche possibilità che le riforme necessarie alla sopravvivenza del capitalismo siano portate a termine. La socialdemocrazia infatti ha tenuto alto il vessillo del capitalismo attraverso politiche espansive che hanno ridotto la distanza tra le classi sociali, senza però mostrare interesse verso il principio di uguaglianza – quando lo fecero era per conquistare i voti a sinistra – e progressivamente abbandonando l’idea della lotta proletaria – avevano anche bisogno dei voti del centro, dopotutto. L’onda conservatrice degli inizi degli anni 2000 è stata seguita da una dura crisi economica e da tornate elettorali sempre più conservatrici. La bassa partecipazione al voto testimonia che i delusi lasciano del tutto il circo elettorale.  La socialdemocrazia, d’altro canto, è in crisi: non riesce a rialzarsi dalla sconfitta e a presentarsi come l’alternativa. A mio parere, questo succede a causa del fenomeno della perdita di memoria, che si ripete ciclicamente tra i movimenti sociali. A questo non c’è soluzione. Non bisogna sperare che un Partito Democratico o un Partito Socialdemocratico venga a risolvere i problemi in una maniera diversa da quella standard e capitalista.

La bonanza finanziaria fittizia di cui hanno profittato le banche è passata sotto il naso degli Stati. Tutto quel denaro virtuale ha gonfiato la bolla che è scoppiata qualche anno fa, provocando un cieco e irregolare effetto domino. In pochissime parole, gli Stati non sono riusciti a regolare il mercato che gli stava usurpando la sovranità. Quando un’istituzione finanziaria possiede il debito privato e pubblico e finanzia le campagne elettorali, ci sono poche possibilità di scampo per i politici all’inchinarsi e all’obbedire alle banche che chiedono la deregolamentazione sulle operazioni finanziarie. Allo stesso tempo, un altro tipo di istituzione finanziaria è entrata in gioco, protagonista di un capitalismo senza fair play: l’agenzia di rating. Il quartier generale è generalmente a Londra, oppure a New York, la squadra è formata da pupilli delle scuole di business (MBA) e da economisti assetati di STATA. Il ruolo dell’agenzia di rating è di dare un voto al debito degli Stati. A causa della crisi, queste agenzie hanno cominciato a declassare i rating degli Stati, conseguentemente esponendo molte economie nazionali a problemi sempre maggiori (mancata ricezione di investimenti e impossibilità di ripagare il debito). Con queste economie al collasso, l’Europa, l’America e alcune altre realtà oltre gli Urali hanno sofferto la peggiore crisi degli ultimi 50-80 anni.

Le banche che soppiantano gli Stati, i derivati che aggirano le leggi e il comportamento incerto delle vecchie potenze verso quelle emergenti hanno portato a un’evidente deficit democratico nel mondo occidentale. Non credo che la “democrazia”, nella sua accezione attuale, sia un concetto occidentale, ma credo che il deficit si verifichi proprio nel concetto occidentale di democrazia. La “politica attraverso le elezioni” ha perso la propria importanza e il suo fascino verso il pubblico. Solamente nel 2011 siamo stati testimoni di molteplici esempi di “movimento-anti“: gli indignados spagnoli, la Primavera Araba, il movimento Occupy americano e le rivolte in Grecia. Milioni di persone sono state mobilitate dalle proprie sensazioni, che gli indicavano che qualcosa non andasse nel modo in cui la società è governata. Queste persone non vogliono ripetere questa esperienza (vedi i Forconi) e guardano ai politici e ai potenti come tutti uguali. Sì, questa è la crisi più profonda della democrazia nel mondo occidentale dal momento della sua creazione – da notare che anche il concetto di “occidentale” è artificiale e quindi modificabile – e non sembra che la classe dirigente sia cosciente della minaccia che dovrà affrontare.

La soluzione che l’Occidente propone è austerità: “Stringete la cinghia, gente, bisogna tenere in piedi il capitalismo e questa volta il 99% di voi dovrà pagare in contanti”. Come se fosse normale pensare che il capitalismo sia la soluzione di tutti i problemi. Certo, quando funziona, quando prende le adeguate misure per contrastare crisi gli eccessi, verso l’alto e verso il basso, il capitalismo è simpatico alla stragrande maggioranza del pubblico. Ma è nei momenti di crisi che le persone cominciano a metterlo in discussione. Se ne parla perfino. Si riconosce come entità, non come assioma, come sta accadendo oggi, udite udite, negli USA.

Credo che si possa percorrere un’altra via. Non c’è bisogno di vendere la Grecia, la Spagna e la Sicilia per migliorare la valutazione finanziaria dell’Europa. Dopo tutto, ogni Stato è sovrano. Nonostante ciò, non sembra che ci siano alternative al vocabolario naturale della classe dirigente capitalista. Le azioni politiche di Monti per l’Italia – allo stesso modo di quelle dell’altro governo “tecnico” in Grecia – sono viste come un male necessario. Lo spirito di sopravvivenza proprio del capitalismo è penetrato nell’anima dell’uomo e ne è pure diventato la missione. C’è bisogno che le persone si alzino in piedi e dimostrino che le azioni si possono intraprendere anche al di fuori della scatola capitalista, che per molti è diventata una gabbia. Per questa ragione, mi schiero contro i Partiti Socialdemocratici o cosiddetti Socialisti che si inchinano al dio onnipotente del denaro e della finanza invece che perseguire gli ideali che furono fondamento della loro nascita.

Al Capolinea – Seconda Parte

Ragusa-Giarre, Italia

Ho recentemente perso l’abitudine e l’interesse per l’esercizio del mio diritto-dovere di voto. Uno dei motivi è che spesso mi trovo temporaneamente all’estero e il nostro Paese non rende agevole l’esercizio di voto al di fuori del proprio comune di residenza. Infatti, anche durante la mia esperienza domiciliare in Romagna mi sentivo all’estero, dato che per votare avrei dovuto stare in treno per 36 ore in 3 giorni e vedermi rimborsato solo la metà del biglietto. Un altro motivo è la reale corrispondenza tra la meccanica azione di mano e matita e l’effetto sperato. Specialmente le elezioni nazionali funzionano in maniera poco influenzabile dal voto, dato che le liste sono ordinate secondo liste decise dai segretari di partito e anche la selezione post-elettorale è un’azione concertata all’interno delle sezioni partitiche. Assicurato “il posto” ai pezzi grossi del partito, si procede a scegliere dove questi debbano rifiutare in favore di altri che non sarebbero rientrati tra gli eletti se i capilista non si fossero candidati ovunque. Il procedimento a percolato (parola familiare agli italiani grazie alla copertura mediatica del disastro dei rifiuti campani – credo che come metafora sia anche pertinente) ha impedito agli italiani per ben due volte di avere un senso forte di controllo sulle proprie scelte.

Ma la ragione che mi ha portato a smettere di temperare la matita e di collezionare timbri elettorali sul mio personalissimo album è di principio. L’eccitazione giovanile è andata perduta, i partiti che ho appoggiato non sono mai riusciti a ottenere seggi (né al Parlamento italiano, né a quello europeo, né a quello siciliano). Ho “sprecato il mio voto” – come avrebbe detto Veltroni nel 2008. L’unica volta che il mio voto ha avuto successo, ho dovuto scrivere il mio cognome a lettere maiuscole per far sì che mio padre fosse eletto al Consiglio comunale. Dopo aver perso la sua prima elezione del nuovo millennio per uno scherzo anagrafico (avevo 17 anni e 348 giorni), non potevo mancare alla seconda. Ma da allora ho maturato una forte apprensione verso i sistemi elettorali, le loro distorsioni e i loro effetti politici. E infine ho compreso che il cambiamento che tanto auspico non può essere ottenuto attraverso le riforme socialdemocratiche.

Come descritto in precedenza, il PD non rappresenta una forza socialdemocratica e quindi non dovrebbe essere un problema per me. Invece lo è a livello nazionale perché “ruba la scena” e non permette la formazione contrapposta di un partito socialdemocratico da una parte e di uno conservator-popolare dall’altro, fingendo di incarnarli entrambi.

A livello siciliano, invece, le cose vanno peggio. Il PD ha stra-perso le ultime elezioni regionali, dove l’on. Anna Finocchiaro ha fatto peggio contro Lombardo rispetto alla grande prestazione della Borsellino contro la macchina del vasa-vasa Totò Cuffaro, ora al fresco. La Finocchiaro e tutto il suo partito sono stati ridicolizzati dal mero ricordo del tentativo di Rita di emancipare la Sicilia dal suo stato di minorità feudal-mafioso. Ebbene, ricaduti in questo stato di meschinità, con un governo regionale criminale, il PD ha deciso di non sfruttare l’onda che disgregò il centrodestra, con la secessione del PdL dal Movimento per l’Autonomia (MpA) prima, e con lo smembramento del PdL dopo. Invece, in combutta col potere, ha aderito al progetto Lombardo assicurandogli la maggioranza all’Assemblea Regionale (Ars) in cambio di due assessori “tecnici”, che in realtà sono quadri di partito. Alcuni di essi mirano inoltre a guidare il partito alle prossime elezioni comunali di Palermo, in preparazione per le prossime regionali.

Negli anni 90, il vocabolario della lingua italiana si è arricchito della parola inciucio. In questo caso ritengo adeguato che si parli nuovamente di inciucio. Questo è un esempio di “accordo sottobanco, un compromesso riservato tra fazioni formalmente avversarie, ma che in realtà attuano, anche con mezzi ed intenti poco leciti, una logica di spartizione del potere”. E l’inciucio, noi di sinistra ce lo aspettavamo dagli altri, forse non in Sicilia, ma in Italia sì. Ma non si è mossa una critica dai coordinatori nazionali del PD verso gli strani comportamenti dei colleghi siciliani. Neanche da quelli che prima della caduta del muro erano i difensori delle masse, i rappresentanti del quarto stato e i sostenitori dell’uguaglianza sociale e dell’integrità politica.

La grande verità è che i tempi di Gramsci e Togliatti sono finiti. Il riformismo di Napolitano e Macaluso è lontano quanto i loro discorsi alle fumose assemblee di sezione. Il comunismo italiano si è adagiato nel mondo ovattato della conservazione fin dalla fine degli anni 60. Impossibile cambiare? Allora adeguiamoci! Questo motto ha rovinato la vis rivoluzionaria e ha sopito i sogni di evoluzione sociale. In parallelo ai partiti – pure il PSI ha colpe imperdonabili -, anche i sindacati si sono arroccati nella loro posizione di stampatori di tessere e difensori dello status quo. E purtroppo non è rimasto nessuno a rappresentare i giovani, i disoccupati, i nuovi poveri e tutte le vittime dell’ineguale sistema capitalista. Ci si stupisce poco quando gli indignati si lanciano “contro la politica” – anziché contro i partiti – e i Forconi agiscono, ricordando le camicie nere, per rivalsa contro il potere che hanno contribuito a installare. La Sicilia, in questo momento mi preoccupa.

Mi preoccupo della verità effettuale del sistema politico perché credo che solo grazie all’analisi accurata dei “colli di bottiglia” (da cui il nome del blog), i nodi fondamentali, si possa riuscire a comprendere che alcune falle intaccano la struttura fondamentale del principio di rappresentanza democratica e lo affondano. Queste sono falle sistemiche che non possono essere curate da qualche pezzo di legno o da una toppa di plastica. È necessario – e possibile – cambiare completamente la coscienza di coloro che si sentono “cittadini” di uno “Stato che non li rappresenta”. Bisogna aprire gli occhi e gridare con forza quando si vedono le incongruenze di un sistema politico autoreferenziale che si finanzia con soldi pubblici e privati e fa solo gli interessi privati di coloro che vanno a ricoprire incarichi pubblici (dibattito corrente). Bisogna sconfessare chi tradisce gli ideali che pubblicizza sui suoi manifesti. Bisogna educare alla democrazia con nuove e illuminate idee, che non si concretizzino necessariamente alla luce fioca di una cabina elettorale o del salotto da dibattito televisivo.

De Titulo Studii

Oakland, California

Il valore legale del titolo di studio è un velo che nasconde il vero problema. Questo è in risposta a tutti coloro che sono scesi in piazza contro Moratti e Gelmini e ora difendono a spada tratta il valore legale del titolo di studi e dicono: “Non ci basta, e non ci basterà mai, difendere l’università pubblica così com’è.” Questo è molto triste. Mi batterò per il cambiamento con o senza governi conservatori, “tecnici” o progressisti. Abbiamo un sistema vecchio che non può essere conservato. Questo sistema favorisce il protrarsi degli stessii clientelismi e illogicità di cui si ha paura ogni volta che si prova a riformare.

“In nome del popolo italiano e in virtù dei poteri conferitimi dalla legge La dichiaro dottore in …” Così comincia la proclamazione dopo (o al posto de) la discussione della tesi di laurea. Il valore legale crea un ombrello sotto il quale soggiornano tutti i laureati da un’università pubblica o da un’università privata riconosciuta dallo Stato. Il che significa che se ti laurei in Sociologia hai frequentato una facoltà di Sociologia o di Scienze Sociali e hai seguito dei corsi che hanno determinati criteri e ricevono un determinato codice perché rispondono a determinati criteri ministeriali. Insomma, una materia base di Sociologia può avere una sezione sull’impatto sociologico dei GameBoy, ma non può prescindere da Marx, Weber e Durkheim.

Quindi, a prima vista, questo serve a mantenere uno standard minimo per i corsi di laurea. Cioè non puoi laurearti presso una facoltà senza aver mai seguito i corsi fondamentali e conoscere le basi di quell’ambito di studi.

D’altra parte, però, con la riforma-suicidio del 3+2 e con il moltiplicarsi di mini-poli universitari e di corsi di laurea creati ad hoc per le baronie, il valore legale e il riscontro con lo standard ministeriale sono diventati un’arma per il clientelismo e lo spreco di denaro pubblico. Non è difficile trovare ragazzi che non hanno una particolare vocazione accademica ma ricercano il “pezzo di carta” (appunto in virtù del suo valore legale) presso università che hanno creato (e fomentano) un corso di laurea inutile per avere più iscritti e per giustificare lo stipendio della moglie, del cugino e del nipote del “dannifico” rettore.

Da qui arrivano molti dei 110 e lode di cui si parlava in uno scambio di opinioni molto interessante su LinkedIn.

Un altro ambito di applicazione è il “punteggio” nei concorsi pubblici. È per questo che molti impiegati al giorno d’oggi riscattano la propria anzianità per crediti universitari e si iscrivono presso facoltà (a volte relative al proprio lavoro) per ottenere il “pezzo di carta” che gli darà 2, 2.25, 3 punti in più e gli permetterà di restare a galla in un sistema pubblico che fa del turnover il suo principale strumento di assunzione. Questo lo trovo bieco e inutile. Immaginate quanto possa essere efficiente invece prevedere dei corsi di aggiornamento più frequenti e mirati (specialmente con le tecnologie che avanzano così rapidamente).

A chi dice che l’abolizione porterebbe alla creazione di università di sere A e di serie B, rispondo sottolineando i dati demografici di chi studia nelle prestigiose università del centro nord (quelle pubbliche). Solamente lì, infatti, troviamo studenti che si trasferiscono da ogni angolo d’Italia (parla un siciliano che ha studiato per 4 anni a Forlì, dove la proporzione di studenti indigeni è circa il 10%). Al contrario, nelle università del sud, nonostante la validità di molte facoltà, studiano solo i locali. E la differenza nelle rette (e nelle borse di studio) è altresì tangibile, sebbene non giustificata legalmente (io ad esempio non ero considerato “fuori sede” benché risiedessi a 1.000 km di distanza). Quindi ci si lamenta per una congettura sul futuro che è la realtà del presente.

Ah, e smettiamola di paragonare ogni riforma o idea ai sistemi anglo-americani, perché a) non sono perfetti e b) sono profondamente diversi dal nostro (e quindi non esiste un solo provvedimento magico, come l’abolizione del valore legale, che possa trasformare l’Università di Bologna in Berkeley).

In conclusione, io sono contro il valore legale del titolo di studio e dunque la mia analisi va letta in questi termini. Tuttavia, non credo che abolendo questa norma si possa risolvere la questione. Nel mio mondo ideale, post-baronie, post-università-parcheggio (svincolata dal mondo del lavoro e fine a se stessa) e post-tagli, il valore legale del titolo di studio sarebbe superfluo.

Nota personale: del mio 110 e lode non me ne sto facendo niente. Nonostante le mie esperienze all’estero e le mie pubblicazioni, mi offrono solamente posizioni non pagate. – Questo anche in risposta a chi dà degli “sfigati” a chi, vittima di un sistema paludoso, si laurea fuori-corso o non trova lavoro.

La Rivoluzione Siciliana

Oakland, California. È necessario parlarne. Dei Forconi nessuno ha parlato per una settimana. Adesso “ci si sposta a Roma”. Credo che sia pericoloso per la democrazia e che manchi totalmente la presenza delle forze di sinistra. Ho scritto questo articolo il 19 gennaio e l’ho proposto a un paio di pubblicazioni, ma evidentemente il disinteresse è tale che non rispondono neanche alle e-mail (dopo 5 giorni qualcuno ha poi risposto, in realtà).

Una settimana prima dell’inizio dello sciopero, il leader del movimento, Mariano Ferro, aveva avvertito: “Ricorderete questo giorno come l’inizio di una rivoluzione pacifica. La rivoluzione dei siciliani”. Il 16 gennaio, come annunciato, è cominciato lo sciopero: ai mezzi commerciali non è stato permesso di percorrere indisturbati le proprie rotte e i porti principali sono stati obiettivo di occupazione. L’isola è “bloccata” come dicono le principali testate nei trafiletti di quarta pagina che dedicano all’evento. I capi del “Movimento dei Forconi” o di “Forza d’Urto” – qualunque sia il nome che decidano di dare all’organizzazione della protesta – usano termini grandiosi e parlano di cambiamento epocale, mentre i mass media additano il prezzo della benzina come unica causa del malcontento.

È logico che la posizione dei promotori dell’evento sia così distante da quella della stampa. E cercare di capire i meccanismi editoriali che ne dettano le priorità non è lo scopo di questo scritto. Capire invece perché questo movimento è nato, come sia riuscito a ottenere successo e quali siano le forze che lo sostengono e lo dirigono è fondamentale per prendere una posizione in merito. Già, perché chiudere gli occhi davanti alla vicenda non fa altro che dare ragione alla protesta dei siciliani, che si sentono abbandonati dai palazzi di Palermo, ma soprattutto tagliati fuori dalle dinamiche nazionali ed europee.

Quando la parola “rivoluzione” echeggia nell’aria, chi conosce la storia drizza le orecchie. Il povero vocabolario corrente pone di fronte agli occhi dei lettori espressioni vuote che, messe in fila, recitano: “gli indignados dei forconi” “contro la crisi” e “apartitici” “bloccano l’isola”. Tuttavia, sappiamo che ciò non basta per generare la protesta di più di centomila siciliani. Molti di questi, infatti, sono stati costretti a scioperare dai picchetti formati dall’unica sigla sindacale degli autotrasportatori che ha diretto il blocco: l’Aias di Giuseppe Richichi. Non sono mancati scontri, anche fisici, con chi ha provato a forzare il blocco. Le tre principali richieste del movimento sono: la defiscalizzazione del tributo regionale sui carburanti, l’azzeramento del governo palermitano e l’attivazione di canali di negoziazione con l’Unione Europea al fine di emendare la legislazione esistente in termini più favorevoli all’agricoltura siciliana.

Vedere le lacrime correre dagli occhi di anziani agricoltori la cui terra ha iperbolicamente perso di valore negli ultimi anni e pertanto è rimasta incolta è un’esperienza che capita a chiunque abbia voglia di girare per le campagne siciliane. Non è quindi mai accaduto alla classe dirigente siciliana, che preferisce i salotti dell’Assemblea Regionale Siciliana (Ars) ai fondi dell’ennese o alle chiuse ragusane. Non è mai accaduto neanche alla classe dirigente nazionale, pur essendo essa composta in parte più che proporzionale da isolani. Ma essi ricordano dei loro fratelli e sorelle solo quando è tempo di raccogliere i loro consensi, trasformando le tornate elettorali in vendemmie stagionali, delle quali i siciliani subiscono solamente la fase della pigiatura.

È così che Anna Finocchiaro, senatrice PD eletta tra le liste emiliano-romagnole ma originaria dei “salotti buoni” di Catania, licenzia con poche e brevi parole lo sciopero, un “diritto democratico” che sta “mettendo in ginocchio l’Isola” – non siamo sicuri che la lettera maisucola l’abbia scelta lei – ed è necessario che si ritorni a “una situazione di normalità”. Ivan Lo Bello, presidente di Confindustria Sicilia, si occupa degli affari e si preoccupa del blocco, aggredendo il movimento e bollando le sue azioni come inefficaci. Non ci deve stupire che la protesta, benché acefala, non piaccia alle forze della conservazione.

Il cosiddetto “Movimento dei Forconi” è nato come segno di protesta durante la visita del Ministro dell’Agricoltura Saverio Romano, palermitano, la cui permanenza al dicastero di via XX Settembre fu breve e inconsistente nel 2011. Da lì, il caro benzina e la manovra rapace del governo “tecnico” che non risponde alle dinamiche parlamentari, ma le detta, hanno fomentato il movimento e lo hanno trasformato in “Forza d’Urto”, che racchiude i Forconi e altri gruppi e sigle simpatizzanti. Ciò che fa specie a chi conosce l’ambiente politico dell’isola, è che coloro che pochi mesi fa sgomitavano per essere immortalati sorridenti insieme ai governanti locali, coloro che li fecero eleggere, coloro che spesso illecitamente dettano le regole del gioco economico dell’isola o le applicano, sono lì, forconi alla mano a bloccare i caselli autostradali.

I siti web che si sono occupati della vicenda hanno sottolineato quasi immediatamente che l’apartiticità del movimento è poco trasparente, visto che le bandiere di partito non sono ammesse, ma sono benvenuti personaggi la cui biografia reazionaria – e spesso anche fascista – è ben conosciuta. Essi sono coloro che il movimento lo hanno acceso fin dall’inizio, con la retorica ben oliata contro il Presidente della Regione Raffaele Lombardo e i suoi cinque fallimentari governi in una sola amministrazione. Ma prima che definire i centomila siciliani che hanno contribuito al blocco dell’isola “fascisti” o “rivoluzionari”, credo che serva un passo indietro.

Quello che si è visto e si è letto, nei simboli, nei comportamenti, nelle cantilene che i promotori e gli astanti sciorinano ai microfoni è segno pericoloso della direzione che le energie siciliane hanno preso. Il fiume che ha levigato gli oppressori, i borboni, i fascisti e i mafiosi quando c’era la piena, oggi si rivolge contro il potere costituito procurando più rumore che altro. Sembrano prove tecniche di una marcia su Palermo. Riecheggiano le baionette di Bixio e quelle di Portella della Ginestra, non le grida di libertà di Caltavaturo o di Calatafimi. Sembra che stavolta i siciliani abbiano scelto di scommettere sul cavallo sbagliato, quello del qualunquismo e dell’azione di rottura, ma senza una visione di progresso.

Abbiamo già sbagliato in passato proprio perché abbiamo agito d’istinto, senza ragionare. Come uomini d’onore d’antan, ci sorprendiamo, ci angustiamo e ci lasciamo ribollire il sangue, quando ci troviamo di fronte a un torto subito. Tuttavia, oggi non dobbiamo lasciare il campo alla cieca ignoranza e tuffarci tra le braccia del primo che si autoproclamipater patriae. Questo dei Forconi è un movimento che deve destare le forze politiche che hanno dimenticato la forza della Sicilia e che deve stuzzicare la passione dei siciliani verso l’alternativa. Un’alternativa egalitaria, civile, legalitaria e di liberta. E antifascista.

Revolution in Sicily

Oakland, California

It could seem pretentious to write about Sicily from an apartment on the border between Oakland and Emeryville. And in certain ways, it is. However, contrary to all the others that are writing from Rome, Milan, or even Catania and Palermo, I dug far deep in the news and the online content to understand the problems in Sicily. This simple effort that lasted hours allowed me to be better informed than many other Sicilians. Thank you notes still echoing on Facebook, I decided to tell in English the story of the events that shook the Mediterranean island in the past five days.

It all began when the leaders of the movement began talking about “revolution”. Such a word tickles the mind of those who know history. Born in Sicily twenty-something years ago and with a special addiction to democratic ideals, I threw myself into the issue and tried to fill  the gap left by the national press that cared more about a sinking boat than a social uprising. I sent my story to a couple of publications, but they were lacking the basic courtesy that is needed to push “Reply” buttons. The world is hectic, if we cared about everything, we wouldn’t have time to sleep, apparently. I would rather not sleep than surrender to ignorance.

English-speaking friends have to cross the Godfather’s line before being able to understand the dynamics that today’s Sicily is faced with. That the Mafia has her tentacles spread around businesses and local governments is a stuctural fact. Therefore one must not be surprised when hearing allegation about criminal infiltrates in the protest. However, the protest was organized by fascist-lenient characters who had recently raided the countryside and the suburbs collecting votes for the currently ruling party in exchange for promises and favors. The vote-for-patronage mechanism has been the foundational engine of liberal democracy. In late Nineteenth century Britain, candidates would give a ride on their flaming two-cilinder automobile to potential voters in exchange for their consent. While many political realities have emancipated from this fictitious behavior, Sicily has not.

The current government has risen to power with and against the main conservative and progressive forces that sheepishly govern Italy. The third-partyism of this force (MPA) is charged with separatist rhetoric, demagogic parlance, and shady practices. With the economic crisis strangling people living across-the-boot-and-on-the-islands, the local government has done little to speak up in defense of the overwhelming majority of Sicilians that voted them in office. Seizing this opportunity, those who backed the candidacy of the Movement for Autonomy (MPA) now turn around and utter their disappointment taking the streets.

The main organizers were former MPA supporters, one union of truck-drivers, and fascist movements. Whoever is in the movement would surely ask me to prove my allegations. I answer with the advice of looking through the biographies of those chaps. The protest is led by the same male partiarchic herd that has carried the political and social life of Sicilians through the barrel of a gun. Now they call themselves “The Pitchforks” though they’ve never seen hay. Sicilian countrymen wipe their tears when they talk about their land, abandoned and fruitless. Sicilian moms scream and thump their breasts because they lack the bare minimum to feed their children. Young Sicilians are forced to leave the island to seek higher education and job opportunities. These experienced are not shared by the governing forces nor by the protesting mob.

The Pitchforks want the regional fee on gasoline to be scrapped, the EU regulations to be lighter and more permissive both on agriculture and fishing, and the same-old-faces that rule the region to step down. All this stands on the claim that “people are fed up and won’t take it anymore”. Void words apparently garner more approval than lengthy articles or years of activism. In an interview to a national channel, the spokesman of the anti-mafia association Libera sadly admitted that organized crime is a sheer reality that one cannot just rule out and it grows amidst popular discontent. And, I add, it fosters its position through playing void words on the tense strings of the man next door’s guts. A similar strategy is carried forward by extreme right organization that seek to fuel turmoil with violence and threats.

Fascist practices on one side are mirrored by anti-sistemic behavior on the other. Anarchist and communist groups have jumped on the bandwagon sending their younger troops (high-schooler and college students) to the streets. The media emphasized the burning of an Italian flag (to which many fascists responded: “See? There’s no infiltration, no fascist would have done that!”). It hurts to see that the anti-fascist and social principles with which that flag was sowed were now turning to ashes. Ironically, the callow kid that lit the flag on fire could probably trace back in his family tree a few relatives that had fought Mussolini and his black shirts or the Burbon army, thus giving significance to the symbol he was so easily stepping over.

What is missing in the picture? Moderates are on vacation, extremists are in the streets… Politics! A high-level debate on the role of the Sicilian government in combination with the national and European one. A dialogue on the role of traditional economic sectors (agriculture, fishing, and heavy industry) in Sicily and on their sustainability in the new millennium. Why is nobody educating the masses in what are the real problems of our – Sicilian – society? While the 5-day strike was taking place, the last judicial settlement allowed former workers of a bathroom fittings company to purchase the foreclosed factory and continue the production through a renewed business plan. Workers that consciously re-gain the property of the means of production. This is a lesson to follow and admire. Against the crisis there’s more to do than burn flags or beat up those who try to cross picket lines.

A footnote is necessary here: I tried to contact a couple of publications presenting them the Italian version of this article (a slightly different version) but I received no response. So I posted it on Facebook and I received a whole bunch of warm replies, many of which engendered constructive dialogues, even with the most active and stubborn characters. I will be going to Sicily at the beginning of February. I want to know more, I want to see if the time is ripe for some serious discussion about our future there. One can get most of the information from the web, but to change the status quo, fieldwork is needed.

The Age of Reason

Giarre, Italy

What to do when lazy afternoons develop into pensive and long hours? Today I decided to “read away”. There might be a common expression in English that describes it, but I made up “to read away” as in reading something outside either studying or procrastinating. It’s the well-deserved time one should allocate to the activity of reading. Just like running, working out, eating or sleeping, reading is necessary.

I wanted to avoid myself and my thought of what’s to be done in many of my life’s facets… and here I fall again. Reading Jean-Paul Sartre could have lead to this. I knew it, but I took the risk. While my eyes were jumping on the slightly depressing environment JPS describes in his book “The Age of Reason” (1947), I stumbled upon a sentence that very well describes myself and my current feelings. I should set the scene before quoting it: the sentence is directed from a French lawyer to his brother, Mathieu, who is in trouble. Mathieu praises freedom. Living free makes life worthwile to him. The trouble he is caught in renders him “not free”. The solutions that the others (another dear theme for JPS) offer is to finally surrender to living “not free” like everybody else. My life doesn’t fit in the above description, fortunately. But here are the words that made me jump up from bed with the need to type my thoughts:

… your life is an incessant compromise between an ultimately slight inclination towards revolt and anarchy and your deeper impulses that direct you towards order, moral health, and I might almost say routine. The result is that you are still, at your age, an irresponsible student…

Reading these lines had me realize that this is the twist that our society makes appetible. In a “free country” you can say anything you want, therefore, there’s no need for a struggle for free speech. This doesn’t mean that saying things makes them happen. The status quo remains immutable, but the fact that one can say “it’s unjust” makes us free to say so, therefore it all falls in the comfortable side of our conscience.

As I write these lines, I recall what day is today. Nineteen years ago, the news didn’t allow for the usual lunch at home and I remember debris and ashes being shown on the TV in the kitchen. Silverware stopped moving as the reporters gave us more details on the event. During the peak of the brutal season, the mafia had killed another man. A special man, a judge, a man of the state. Paolo Borsellino, with whom I share all the letters in first and last name, had been and was going to be a hero for us, the non-mafia society.

As of today, thanks to my childhood experiences like the one that is remembered today and thanks to how I developed my vision of the world in general, I should fight for equality and the end of injustices every day. But I don’t do it. Routine comes very handy sometimes. I can’t start a revolution today, because tomorrow I’ll have a book delivered in the mail (or “I should shave first”…)

I wonder what it takes to be courageous enough to be useful to the world. It’s not oneself’s freedom that is worth defending. It’s a struggle for giving everybody a chance to live better and peacefully. Hopefully somebody will send me a message on Facebook about it when it starts. Because now I have to go eat dinner.

Thank you Paolo Borsellino, because you showed us the way to be useful.