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The Brain and the Ball #WC2014

Almaty, Kazakhstan 

The World Cup is over. The German perfect machine won, the pretentious teams that thought their name would win for them lost, and teams who bet on their country’s youth fared well. But here I briefly look at my favorite players. 

I wasn’t that good at playing football/soccer/calcio: not so fast, not so good at handling the ball, with bad eyesight… what made me almost a provincial champion half-my-age ago, then? Apart from my monstrous team, my brain. I knew where to be in the pitch, read my opponents well, and loved to break their game, get the ball and pass it to my more talented teammates. That’s why I can get excited for Argentina-Netherlands 0-0, a semifinal that excited 1% of the watchers, while the other 99% complained it didn’t show as many goals as Brazil-Germany 1-7.”Boring” they say, I say “genius”. If three players aren’t that good for one night (Van Persie, Higuaín, Agüero, I’m talking to you), it doesn’t mean that the other 19 on the pitch didn’t play well or weren’t exciting.

What  fascinates me is their ability to read the game and to change it through their intelligence, rather than their talent. That’s why in this list you will not see Messi, Robben, James Rodriguez, Ochoa, Götze, Neymar, Sanchez, or Di María (the latest being the best player I’ve seen in 2014) – all of them are intelligent players, but their skills are disproportionate with respect. You will see through Benzema‘s short hair which were made stand on hand by Neuer, look into Mascherano‘s wide eyes, get scared by Vlaar and Lahm‘s eyebrows, and get yelled at by Müller. The formation I created represents my selection of players who would play for a sort of “Clever FC”, which could not be beaten by a corresponding selection of the most-valued players in activity today. Germany demonstrated it: whatever name is on your jersey, you will be destroyed by our team’s football intelligence. Rojo and Darmian‘s great performances demonstrated that even young players can be tidy and cunning. Pirlo is probably growing so much hair because he wants to hide all the cerebral matter that is overflowing his cranium. Hummels is one of the best defenders of our time, Kuyt and Shaqiri run more than is humanly possible, but don’t get tired because they run with a clear idea in mind. Lavezzi is above Di María in this one because the latter needs to learn from the former about teamwork. A special mention goes to Argentina’s Perez, you’ll see what I mean in the nearest future.

Enjoy!

My very own "Clever FC" for the 2014 World Cup

My very own “Clever FC” for the 2014 World Cup

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Calcio-spettacolo – #JZ4ever edition

Almaty, Kazakhstan

Finalmente sono stati decisi gli ultimi orari delle partite della Serie A, così posso completare il mio umile studio della follia del calcio italiano, che non fa più vedere la luce del sole ai calciatori. Stasera, un’altra nottata per vedere l’ultimo Zanetti.

Trentotto partite. Una squadra che mangia tutto, un’altra che lascia qualche briciola e tante altre mediocrità. Alcune mediocrità hanno speso tanto e hanno fallito i propri obiettivi, alcune altre mediocrità sono salite sul piedistallo e hanno lanciato campioni giovani e maturi e a volte sono state tutt’altro che mediocri, ma solo a volte. Insomma, mentre ancora mi fanno male gli occhi per le partite che ho guardato, ho pensato al motivo per il quale mi sono dovuto fare le nottate qui in Kazakistan. Tutte le cavolo di partite sono giocate la sera!

Spalmare il campionato su più orari, più giorni, più pre-pranzi e pre-cene per vendere meglio i diritti tv. Va bene. Ma bisogna dare un senso a questo “spettacolo”, soprattutto vista la sua qualità. Ho fatto un breve calcolo per le cinque squadre più seguite:

Juventus: 20 partite in notturna (20.45 o 21) e 7 nel tardo pomeriggio (18/18.30/19) – 11 con il sole

Roma: 22 partite in notturna (20.45 o 21) e 3 nel tardo pomeriggio (18/18.30/19) – 13 con il sole

Napoli: 23 partite in notturna (20.45 o 21) e 6 nel tardo pomeriggio (18/18.30/19) – 9 con il sole

Inter: 24 partite in notturna (20.45 o 21) e 3 nel tardo pomeriggio (18/18.30/19) – 11 con il sole

Milan: 26 partite in notturna (20.45 o 21) e 3 nel tardo pomeriggio (18/18.30/19) – 9 con il sole

Soltanto in 3 giornate le partite sono state giocate allo stesso orario (5a, 10a e 30a), tutte alla sera (20.45). Il resto è stata una scelta di palinsesto televisivo. Ora, per chi come me non vive nello stesso fuso-orario dell’Italia ed è costretto a fare le notti per vedersi “la partita”, ecco che le occhiaie cominciano ad allargarsi. Se poi tifi una squadra di Milano, su 76 partite, ben 50 sono state disputate in notturna. Visto il rendimento e il gioco espresso dalle due squadre milanesi, si può solo concludere che queste siano state notti sprecate.

C’è ancora una notturna in programma per l’ultima di campionato, ma quella che brucia di più a un’interista è quella passata domenica scorsa. Stare sveglio fino alle due e non vedere Zanetti sul campo per il derby è stata una ferita simile al 5 maggio. Se oggi, l’ultima a San Siro del capitano di una vita, quello scempio si dovesse ripetere, torno a piedi in Italia e tolgo le zeta dal cognome del mister.

Noi non siamo razzisti

Oakland, CA

Questa è la traduzione di un’articolo che ho scritto di getto, tra autobus e metropolitana, dopo una illuminante discussione sul razzismo negli USA, con alcuni amici. Dopo aver letto un articolo su La Sicilia dove compariva una citazione di un assessore comunale di Giarre che mi ha spinto a scrivere l’intero articolo sul cellulare, senza mai staccare le dita dai tasti o lo sguardo dallo schermo. Sì, mi sono perso la vista di San Francisco, per una volta, ma spero serva a qualcosa.

Il modernissimo consigliere comunale Josè – che è anche mio padre – aggiorna il suo status su facebook incollandovi un intero articolo di giornale. Sono sicuro di avergli mostrato almeno una dozzina di volte come inserire links oppure scrivere delle “note”, molto più agevoli e meno ingombranti di uno status-papiro. Ma tant’è. Scorrendo tra le righe leggo le solite vecchie notizie sullo stato dell’arte dell’incompiuto siciliano. Poi un lampo, un virgolettato. Ma qui mi fermo e fornisco un po’ di informazioni utili a chi non è familiare con il tema in oggetto o a chi avesse le idee confuse.

Giarre è la capitale italiana delle opere incompiute. Stadi, piscine, teatri… a voi scoprire cosa non abbiamo finito. C’è anche un “campo di polo” dove i cittadini vanno a correre e i ragazzini vanno a scuola calcio, presso le sparute società che sono ancora vive nell’area etnea. L’intera struttura fu costruita grazie al denaro fluito da Roma per i Mondiali di Calcio del 1990. Nei pressi di questa struttura non potrebbe essere organizzata alcuna attività o alcu, eccetto centri di raccolta in caso di emergenza e atterraggio per l’elisoccorso. A Giarre, una cittadina di appena 27.000 abitanti, in pochi hanno visto un elicottero atterrare al campo. Pochissimi hanno mai sentito parlare di “polo” in riferimento a uno sport, e non a magliette o caramelle. La struttura non è mai stata compleatata perché il denaro destinato alla sua costruzione è passato attraverso il filtro della corruzione politica, indubbiamente scortato dai vasi di ferro della mafia.

Spesso, quando mi trovo in Sicilia, visito la struttura e ultimamente ho notato che i ragazzini che giocano per la scuola calcio che mio padre ha fondato con alcuni amici sono costretti a correre su una superficie decisivamente peggiorata rispetto a quella che, ricordo, calpestavo dieci anni fa. Oggi, le stanze che ospitano gli uffici della società (non ufficiali, non registrati e non assicurati) sono costantemente oggetto di vandalismo. Dietro gli immensi e vuoti spalti riposano dozzine di campane per il riciclaggio di rifiuti, che una volta, quando l’amministrazione fingeva di riciclare i rifiuti urbani e invece trasferiva tutto negli stessi camion della nettezza urbana, si trovavano in molti punti della città. Accanto a questi giganti assonnati, alcuni spacciatori sprecano i loro pomeriggi indisturbati, troppo vicini ai bambini e agli adolescenti che giocano a calcio venti metri più in là.

Il campo di “polo” dove i ragazzini sognano l’erba

Un altro elemento importante per completare la descrizione storica è la caduta di cenere vulcanica dalla vicina Etna. Dal 2002, i fenomeni di parossismo si sono moltiplicati e continuano a molestare la tranquilla vita del paese.

L’amministrazione comunale è stata conquistata per due mandati consecutivi dalle forze conservatrici che lasciano che i “favori” dettino le priorità di gestione municipale e che hanno permesso una dura crisi di bilancio. Adesso, infatti, non sono rimasti neanche i fondi necessari per le pulizie “ordinarie” degli spazi pubblici, il che è un dovere primario per le istituzioni locali (“la manutenzione ordinaria è nella funzione dell’amministrazione pubblica” ricorda Josè, intervistato dallo stesso giornalista). Anche la pulizia della sabbia vulcanica dovrebbe rientrare tra i compiti di un’amministrazione diligente. È invece toccato ai calciatori e ai corridori portare scopa e paletta per utilizzare la malandata pista d’atletica. Uno sforzo di grande valore, che non è stato neanche notato o applaudito dall’amministrazione, che ha preferito nascondersi al fine di evitare di lasciare traccia dei suoi misfatti e delle sue omissioni.

La goccia che ha fatto traboccare il vaso della mia pazienza, però, non è arrivata né da Milano, né da Londra. Da Milano, alcuni ragazzi pieni di creatività (che tuttavia relego nella categoria etnografi* zoologi umani) hanno portato alla luce dei mass media la questione dell’incompiuto, sottolineando l’incapacità tutta siciliana di finire ciò che si comincia. Da Londra, invece, gli etnografi zoologi umani britannici hanno pubblicato un documentario su di noi, sui siciliani più pigri. No, ciò che mi ha fatto incazzare (perdonatemi l’espressione) è stato un virgolettato innocente riportato nell’articolo che menzionavo prima.

Giuseppe Cavallaro, ormai ex-assessore allo sport, è stato ingenuo abbastanza da pronunciare queste parole:

C’è un’associazione di ragazzi del Burkina Faso, rifugiati politici, ospiti alla parrocchia Regina Pacis, che vorrebbero inserirsi e socializzare con la comunità locale. Potrebbero aiutarci a curare il verde come volontari, assicurati contro eventuali infortuni.

Ho dovuto leggere e rileggere la dichiarazione più e più volte. Una dichiarazione che arriva da un corresponsabile della crisi finanziaria del Comune, inadeguata innanzitutto perché, come già detto, è responsabilità dell’amministrazione garantire la pulizia ordinaria degli spazi pubblici. Impiegando residenti, pagando loro un salario dignitoso, mettendoli in regola anche dal punto di vista contributivo (perché sento il bisogno di sottolinearlo?), non elemosinando opere di volontariato.

Il motivo principale del mio sdegno, tuttavia, è l’imperdonabile assunto che mostra la forma mentis razzista tipica degli europei e che è stata sempre difficile da identificare per me, nato e cresciuto nella cattolica e conservatrice Sicilia. Sono africani, quindi è ovvio che debbano lavorare per poco o nulla (in quest’ultima accezione, si tratta di schiavitù, non di volontariato, perché non presuppone la libera scelta dell’individuo). Essi sono abituati a queste condizioni! Pulisci, presto, sistema il caos creato dalla natura… e già che ci sei, metti a posto anche il casino che l’uomo bianco ha lasciato dietro di sé! Sono rifugiati politici? Meglio! Almeno non sono clandestini e per sfruttarli non dobbiamo neanche andare contro la legge!

Non ci sono tante persone bionde in Sicilia, così come la pelle olivastra dei meridionali è una rarità nelle province del nord. L’Europa non è abituata a mescolarsi. Adesso che più persone con diversi background culturali e geografici hanno conquistato il diritto di viaggiare liberamente in Europa, la paura dello slavo si è aggiunta alla difficile relazione tra francesi e magrebini, al problema degli italiani con i rom e con gli albanesi e al tentativo tedesco di capire come comportarsi con la minoranza turca che la Germania ospita. Per noi europei è necessario guardare i film americani per pronunciare la parola “razzismo”. Noi non capiamo le sue cause e le sue manifestazioni. Questo ci fa razzisti anche quando pensiamo di non esserlo. Mi vergogno del linguaggio offensivo e razzista usato da un membro dell’amministrazione del Comune presso il quale risiedo e mi dispiace che coloro a cui piace definirsi i discendenti della cultura democratica non riescano a realizzare che sono anche gli eredi della cultura razzista che ha causato le peggiori diseguaglianze e le violenze più aberranti della storia umana.

I rifugiati politici del Burkina Faso ospitati a Giarre non vivono lì per scelta. Loro non godono dei vantaggi di vivere in Europa, non sono agevolati dalle opportunità che il trattato di Schengen concede. No, se vogliono trovare il loro posto in società, devono chiedere l’elemosina. Devono dirigere le proprie preghiere verso supponenti palloni gonfiati che non hanno di meglio da dire che: “facciamoli lavorare come schiavi!”. Quindi ci sono due parti in questa brutta storia: 1) la dichiarazione dimostra i misfatti di un’amministrazione che non tiene conto dei suoi doveri minimi verso la popolazione che l’ha delegata; 2) la soluzione proposta è chiaramente razzista in quanto suggerisce l’uso dei rifugiati africani per compiti per cui sono logicamente adatti.

* gli etnografi zoologi umani per me sono individui che provano a giustificare la supremazia di una cultura sulla base delle tradizioni etniche dei popoli. Chiedete agli etnografi britannici, russi, francesi, italiani, spagnoli, cosa pensassero degli esotici indiani, africani, magrebini, caucasici, sudamericani…

UPDATE: Grazie ad alcuni amici, ho dovuto emendare questo articolo. Mi è stato suggerito di essere più esplicito nella condanna della frase razzista del politico locale, cosa che ho provato a fare nel paragrafo in rosso. Inoltre, ho ricevuto una spiegazione dettagliata sul mio incorretto uso della parola etnografo. La mia accezione negativa della parola proviene dai tempi coloniali, quando etnografia e antropologia stavano solo cominciando ad essere inseriti nei dibattiti accademici. Il relativismo culturale da allora ha portato a una più profonda comprensione dell’altro. Tuttavia, il razzismo e il sentimento di supremazia non sono concetti relativi. Per questo motivo, pur preferendo zoologo umano e scusandomi verso i molti validi etnografi, continuo a sostenere che provare a comprendere l’altro senza neanche un pizzico di razzismo o di sentimento di supremazia sia molto difficile per gli occidentali. Spero che ne nasca un dibattito costruttivo.

“Vai sul nove!” [ITA]

Ragusa, Italy

Ho giocato a calcio per tutta l’adolescenza. Ho analizzato le partite “dei grandi” quando andavo allo stadio, sempre con i miei fogli e la mia matita in mano. Ho consultato, a volte di nascosto, i “diari di viaggio” che mio padre, calciatore e allenatore affermato, conserva nello studio. Tutt’oggi, anche quando guardo in maniera disinteressata una partita senza molta tattica, senza schemi, senza idee… insomma, quando guardo una partita della mia Inter, mi stupisco di come mio padre mantenga la lucidità per individuare le minuzie tattiche oltre alle castronerie da oratorio.

L’espressione da bar “il calcio d’oggi”, condita con peggiorativi d’ogni specie o affiancata a comparazioni nostalgiche con “quello di una volta”, è purtroppo calzante. Soprattutto per quanto riguarda il calcio italiano. E non solo per Calciopoli o per lo scandalo sulle scommesse. E neanche per il meno famoso “traffico” legato a procuratori e società poco chiare (o addirittura collegate ad organizzazioni criminali). La carriera di mio padre si è snodata attraverso due generazioni e mezzo di calcio. Dagli anni Sessanta ad oggi ne è passata di acqua sotto i ponti. Sono cambiati i tacchetti, le fasce di capitano, i pali della porta e i seggiolini in panchina.

Ultimamente, però, il calcio italiano ha perso campo in una delle sue caratteristiche principali: la difesa. Come mio padre, sono stato un giocatore difensivo. Il mio primo “mister” è stato uno degli ultimi “liberi” siciliani. Il mio primo campionato nella mia città l’ho disputato con il numero 5 sulle spalle, divertendomi in salvataggi in scivolata sull’unico campo in erba del calendario (anche in trasferta non mi risparmiavo… alla fine la pelle sulle ginocchia ha una vita inferiore ai sette giorni quando si hanno dodici anni). Da difensore, oggi vedo la difficoltà tattica dalla Serie A ai giovani nel comprendere lo spazio e nel selezionare le minacce più impellenti. Come mi ha fatto notare il vecchio Josè, il tutto, alla fine, sta nella infinita diatriba tra “zona” e “uomo”.

Conosco solo a grandi linee la storia del calcio. Non voglio spendere il mio tempo con Google e Wikipedia per darvi dati esatti, ma in pratica all’inizio del secolo passato si rincorreva la palla. Tutti. Il calcio era un “gioco poco maschio, sudicio e animalesco”, come un anno fa lo sentii definire dal mio amico Marzio. Dagli anni Sessanta, con la generazione post-bellica di nuovo con le scarpette ai piedi, con palloni sempre più controllabili, si pensò di concedere una possibilità alla tattica, introducendo un po’ del gioco degli scacchi alla atletica scoordinata dai piedi scalcianti. Una squadra organizzata bene, in cui le energie dei calciatori potessero essere concentrate su compiti più specifici poteva prevalere sull’alteticismo, ma anche sulla tecnica, di avversari peggio sistemati.

Lo schematismo del 4-4-2, con i suoi ruoli rigidissimi, è ancora praticato da alcuni mister nostalgici. Tuttavia, sono stato l’ultimo dodicenne a sentirmi spiegata la differenza tra “stopper” e “libero”. Il 4-4-2 è oggi il paradigma, la “lezione zero” dalla quale si parte per insegnare il calcio. Rigorosamente a zona. La “marcatura a zona” (espressione tanto impropria quanto abusata: ci si dispone a zona, altrimenti si fa la fine dei birilli) fa dell’occupazione dello spazio il principale obiettivo della squadra e del singolo calciatore. Si viene a concretizzare soprattutto nella fase di non possesso, cioè di difesa. Durante i calci da fermo (siano angoli, punizioni, o anche rimesse laterali con le mani), la squadra deve operare una transizione strutturale e ogni “difensore” (membro della squadra senza palla) deve occuparsi dell’avversario più vicino in maniera diretta. La situazione di gioco si congela e i difensori si “incollano” agli avversari, perché il mantenimento della difesa a zona potrebbe lasciare troppi spazi agli attaccanti. Tutto il resto della fase di non possesso è dominato da diagonali, “accorci”, alternanze e pressioni, senza un compito di marcatura individuale.

Durante il campionato di Serie A ancora in corso abbiamo assistito ad errori madornali delle difese proprio nelle fasi “speciali” di non possesso. Avversari lasciati soli in area durante situazioni cruciali delle partite. La transizione dalla zona all’uomo non ha funzionato. La “linea” dei difensori per l’equilibrio della squadra e per la “trappola” del fuorigioco è più importante di un gol subito. L’arte del gioco di squadra ha completamente superato la sfida individuale. Solo raramente gli allenatori assegnano la marcatura a uomo al giorno d’oggi e questa è generalmente riservata ai “registi” avversari e il suo scopo è spezzare la manovra offensiva sul nascere, piuttosto che fermarne la fase conclusiva, come quando si marcavano i centravanti e le ali. I terzini sono sempre più spesso corridori mancati oppure ali eccezionali che di fatto funzionano solo durante la fase di attacco.

La prossima sfida nel settore tecnico italiano si prospetta proprio sull’inclusione dell’obbligatorietà della marcatura a uomo durante il periodo educativo e formativo della carriera calcistica, gli anni delle competizioni non agonistiche. Da bambini e da ragazzi, si può infatti imparare il mestiere sporco, fisico e psicologico della marcatura a uomo meglio che da grandi, quando le navigate “colonne d’Ercole” della difesa, con la loro intelligenza calcistica e la padronanza degli spazi, apriranno agli attaccanti negli oceanici spazi offerti dalle loro ordinatissime maglie (l’ironia, a volte, si spreca).

Pochi scherzi, come mio padre, sono un fanatico della tattica. Non c’è niente di meglio che guardare una partita che, nonostante finisca senza reti, abbia messo a confronto due squadre ben organizzate, i cui attaccanti sono stati neutralizzati dagli schemi difensivi. Tuttavia, vedo troppi ragazzi alzare il braccio verso l’arbitro supplicando perché fischi un fuorigioco dopo che essi stessi non avevano seguito un “taglio” sotto il proprio naso dell’attaccante avversario, che ora sta già esultando. In alcuni casi, la “linea” deve andare a farsi benedire, la “squadra corta” deve aspettare la prossima azione. Bisogna trasformarsi in cacciatori di palloni ed evitare che esso giunga all’avversario, oppure sradicarlo dai suoi piedi con ogni mezzo (o quasi). Di sicuro, non si può lodare il calciatore che “fa il proprio dovere” (ma solo quello tattico e spaziale) e lamentarsi dei torti arbitrali con l’arroganza di molti dirigenti di Serie A e molti genitori belligeranti in serie molto, ma molto, minori.

Il "taglio" di due attaccanti

Nella pallacanestro la “zona” è vietata per quasi tutto il periodo giovanile. È chiaro che il paragone è molto diverso, dato che nel basket adulto si limita ad alcuni momenti della partita ed è comunque confinata ai 24/30 secondi durante i quali la squadra avversaria ha il permesso di possedere la palla per preparare la finalizzazione. Ma è chiaro che, senza un adeguato allenamento sull’uno contro uno è difficile che si diventi buoni calciatori o cestisti.

Tra basket e calcio si può notare una tendenza opposta. La NBA, “spettacolare versione nordamericana della pallacanestro” (come dice Cello), viene costantemente contaminata dalla disciplina di alcune stelle europee, che aggiungono alla loro capacità di affrontare un avversario, la precisione nei tiri liberi e il rigore tattico. Il laissez-faire portato dalla zona e dai pulitissimi campi in erba sintetica ha invece significato uno svilimento delle capacità tattiche dei difensori italiani (o che giocano in Italia), mediocri difensori dell’aria circostante, sono incapaci di cambiare la propria attitudine quando un avversario si permette di occuparla.

1 vs 1 è la base del calcio da cortile. Lì si formano i migliori attaccanti, si affinano le qualità tecniche e si impara a subire gol chiaramente irregolari. Ma i difensori? Ricordo il grande piacere per la sfida individuale che provavo contro gli attaccanti della mia squadra durante le pause dell’allenamento. A tutto campo, ma non sulla velocità, consegnavo la palla e aprivo la caccia. Claudio (quasi sempre era lui) cercava modi sempre nuovi per saltarmi e io provavo a costringerlo all’errore. Riconquistata la palla, la cedevo indietro sprezzante, giocando al gioco psicologico che costruivo per supplire alla differenza tecnica tra me e il mio amico avversario. Saper marcare a uomo significa anche questo: capire la psicologia dell’avversario e punzecchiarlo dov’è più fastidioso, sia questo con parole (senza bisogno di insulti) sia con comportamenti. Alcuni odiano il contatto fisico quando la palla è lontana, altri diventano matti se li costringi a giocare solo con il piede destro (sì, proprio voi, mancini!).

Sviluppare tale esperienza nelle situazioni di gioco è fondamentale a un’età nella quale bisogna imparare il gioco di squadra (soprattutto in fase di possesso) e comprendere l’importanza della responsabilità individuale. Senza per questo esporre alla gogna il malcapitato difensore che non ha saputo tener testa al cannoniere. Sono certo che esistano metodi pedagogici adeguati ad evitare che i ragazzi e le ragazze cadano nella spirale della depressione perenne. D’altronde, il ruolo dell’allenatore, soprattutto durante la crescita dell’atleta, dovrebbe essere quello di porre di fronte a ciascuno i propri errori e spiegare con cura i rimedi. Sarebbe inutile farlo dopo la finale di Champions League, tra lacrime e medaglie d’argento.

Team-Play

SF (Ingleside)

As my birthday was approaching, I had the opportunity to talk about my professional development in soccer – or “calcio”, as I prefer to call it – with a few growing companies.

The typical American stress on statistics and quantitative data tends to foster individualist strategies within such a team-based sport. Unlike many other sports in the U.S., soccer is one of the least dense (number of players over playing surface) and team-play is key. Soccer is the sport in which one player, when not supported by the team, cannot be consistently decisive. Journalistic obsessions with nominating MVPs, best players, top scorers is unnecessary for the game and fruitful for marketing.

In this case, a comparison might come handy. The NBA is arguably the most individualistic sport in the United States (OK Toronto, North America) and one of the biggest sports market in the world. However, team-play is key. Looking at statistics at this point in the final series, one can infer that LeBron James and Shawn Marion  have had very similar performances (points, rebounds, FTAs). Nonetheless, Jason Kidd could be more decisive than Dwaine Wade even without scoring (game 4) and Dallas’ defensive effort is not well depicted by the sheer number of field goals allowed. Game 5 reinforced my point as James scored a triple-double, proving to be a very talented player once again, but his team was beaten in the final rush by ageing opponents.

A similar stats-bias occurs in calcio. When I used to take notes of matches, I would record fouls and shoots… but to what purpose? What can you tell by such information?

The value of the individual player is substantiated by team work. And notwithstanding the anglo-american mania for stats, soccer remains a qualitative sport. The evaluation is to be based on qualities such as vision of the game, situation-reading capabilites, more than just technical skills. No coach likes a circus juggler on a team.

Again, the cleavage is formed between the two sides of the Western world. Soccer is a European sport more than a – Northern – American one. This might help explain why BBVA (a Spanish – oops, Basque – bank, sponsor of the NBA) centers its commercials on team-play.

The social value of soccer as a team sport is hardly comparable to any other sport. Like all other games it carries a “random component” that renders it unpredictable. However, it enhances a peculiar interaction, as the individual players involved are fully dependent on the performance of the whole team. Solidarity, cooperation, and mutual respect are common values that one can witness during the games.

I’ll leave it here, but more posts will be dedicated al gioco più bello.