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Tag Archives: gas naturale

TAPpeti volanti e manganelli

Londra 

Nonostante il blog sia inattivo, mi preme scrivere un attimo di TAP, soprattutto dopo l’indegno articolo de Linkiesta: Tragicomico Sud: la protesta insensata contro il gasdotto in Puglia.

Potrei-ma-non-voglio sottolineare che Francesco Cancellato, autore del pezzo e direttore de Linkiesta, sia quanto di più distante ci sia rispetto a chi in Puglia, sulle sponde dell’Adriatico e alla foce del gasdotto ci vive. Lombardo che scrive che una protesta in Puglia è da “tragicomico sud”, autore di pezzi che ammiccano all’Azerbaigian (anche se solo tangenzialmente) e “vidimatore” di altri pezzi che ammiccano all’Azerbaigian.

Anche io sono fisicamente distante dalla Puglia e dal movimento contro il gasdotto, ma a differenza del Cancellato, qualcosina di energia e di politica internazionale ho studiato.

Qui mi limito ad elencare una lista dei problemi che ho trovato nell’articolo e un’altra lista di problemi proprio del gasdotto.

La Grammatica

Parliamone, di un corridoio lungo 878 chilometri, di cui 550 in Grecia, 215 in Albania, 105 sotto il mare Adriatico e 8 – sottolineiamolo, servirà: otto – in Italia, dalla spiaggia di San Foca sino al confine del comune di Melendugno, in Salento, dove si connetterà con la rete dei gasdotti italiani, che già oggi, con i suoi 13mila chilometri di lunghezza lineare – sottolineiamo pure questo: tredicimila.

Not a sentence. Non ha la caratteristica di una frase, direbbero i miei amici anglofoni (e i miei insegnanti di italiano).

Miracoli dei congressi di partito, oggi pare aver cambiato idea.

Idem come sopra.

Parliamo pure dei 3 milioni di euro che pioveranno nelle casse del comune di Melendugno durante tutti gli anni dei lavori, che si protrarranno per qualche anno.

Qui non è chiaro se i contributi arriveranno ogni anno o se i 3 milioni siano complessivi.

Oltre la grammatica: la supponenza

Per smettere di fare dell’Italia […] la barzelletta d’Europa. E del Mezzogiorno, la tragedia d’Italia.

La maggior parte delle opere incompiute sono (state) finanziate da fondi statali, cioè qualcuno ci mangia. Una sostanziale parte sono anche fondi europei non/mal spesi che sono ritornati a Bruxelles. TAP con questo non c’entra nulla. Se chi protesta viene ascoltato, l’opera si farà e verrà portata a termine.

Nota a margine: oggi il Mezzogiorno è la tragedia d’Italia, ma non mi pare che i giornali italiani abbiano parlato di quei fannulloni mangiapaneatradimento del nordovest quando si protestava la TAV. L’insulto gratuito al Mezzogiorno è forse l’aspetto che più di tutti de-legittima l’articolo di Cancellato.

Il NIMBY

Qualcuno ha già scritto che non si tratta di NIMBY, non è campanilismo di quarta serie, ma attenzione per l’ambiente. Molti pugliesi vogliono che TAP si faccia, solo non dentro una riserva naturale. Altri pugliesi non la vogliono per ragioni di NIMBY, altri per motivi politici, ma perché buttare tutto in un calderone “tragicomico”?

Il contributo di TAP al fabbisogno italiano/europeo

L’Italia consuma tra 65 e 75 miliardi di metri cubi di gas all’anno. Il 90% di questi è importato dall’estero. Il 51% del gas importato viene dalla Russia attraverso gasdotti di epoca sovietica che attraversano (e riforniscono) mezza Europa. L’Europa consumava oltre 500 miliardi di metri cubi di gas all’anno fino al 2013, adesso si attesta a circa 470 miliardi. Di questi l’Europa importa circa il 70%. La Russia, che non ha mai tagliato i rifornimenti (se non all’Ucraina) continua a esportare gas come sempre e si prepara a dover pagare anche qualche penale per aver imposto un prezzo troppo caro un lustro fa. Circa il 40% dei volumi di gas importati in Europa arrivano dalla Russia.

TAP, sponsorizzato in lungo e in largo quale risposta alla dipendenza dalla Russia, porterà sulle spiagge pugliesi ben 10 miliardi di metri cubi di gas. Il 2.5% del consumo annuale europeo. Trattasi di niente. Se fossimo dalla parte dell’ambiente, chiederemmo alla Russia o all’Algeria o alla Norvegia di fornire ulteriori 10 miliardi di metri cubi senza costruire altre infrastrutture. O meglio, se veramente fossimo dalla parte dell’ambiente, troveremmo il modo di consumare il 2.5% in meno di energia.

E poi, Cancellà, risparmiaci i dati sui gasdotti che non subiscono incidenti al di sopra di un certo millimetraggio. Vai a vedere i danni ambientali che incidenti (che ovviamente sballano le statistiche) che coinvolgono il gas naturale hanno causato in tutti gli angoli del pianeta.

La politica internazionale del gasdotto inutile

Il Dipartimento di Stato americano e Bruxelles hanno spinto così tanto per il famigerato Southern Gas Corridor come risposta all’egemonia energetica Russa che si sono trovati con nulla in mano. Il maestoso progetto Nabucco si è trasformato in TANAP (16 miliardi di metri cubi dall’Azerbaigian alla Turchia) + TAP (10 miliardi di metri cubi dalla Turchia all’Italia attraverso la Grecia e l’Albania). Dalle enormi ambizioni alla striminzita realtà.

Trans_Adriatic_Pipeline

Per usare un titolo che quelli in giacca e cravatta responsabili di quest’inutile infrastruttura capiranno: “Ghiaccio su pene

Ma perché si spinge così tanto? Perché conviene. TAP è un consorzio di compagnie registrato a Baar, in Svizzera, dove molte entità offshore fanno il bello e il cattivo tempo senza pubblicamente dichiarare i loro bilanci. Oltre a BP, l’altro principale shareholder è SOCAR, la compagnia di bandiera azera. E c’è pure Snam, quindi ci sono interessi italiani con i quali Cancellato avrebbe dovuto fare i conti: non è “solo un investimento straniero che stiamo rifiutando”.

Ma stiamo in Azerbaigian, lungamente criticato per l’oppressione delle libertà e dei diritti umani, dove giornalisti e attivisti vengono arrestati ogni giorno, letteralmente. Ma vabbè anche Putin è cattivo e quindi non importa la qualità del regime per scegliere i fornitori di gas. Dalla chimica alla metafora, il gas puzza ancora meno del denaro.

I problemi sono di trasparenza: l’Azerbaigian è stato di recente espulso dall’EITI, un’iniziativa transnazionale per assicurare che certi standard amministrativi, ambientali e finanziari siano rispettati dalle compagnie che si occupano dell’estrazione e della vendita di materiali del sottosuolo, tra cui ovviamente il gas. Secondo l’EITI, l’Azerbaigian non rispettava gli standard. La Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo l’anno scorso aveva lanciato un monito: se l’Azerbaigian non migliora gli standard di trasparenza, il prestito promesso per TANAP+TAP potrebbe saltare.

I manganelli

Dopo aver visto la polizia entrare con forza in una biblioteca universitaria a Bologna e dare mazzate qua e là pensavo di aver visto abbastanza per quest’anno. E invece no. Il Comitato NO TAP ha protestato a San Foca nel sito dove TAP sta conducendo i lavori preliminari di scavo e di espianto di ulivi ed è stato caricato più volte, nonostante la protesta fosse incredibilmente pacifica. Un pacifismo quasi esagerato, visto che c’erano ulivi su camion che venivano portati via come automobili su un carroattrezzi.

Ebbene, chi sta difendendo cosa? La polizia (e il governo che ce l’ha mandata) in tenuta anti-sommossa non difende il territorio, ma una compagnia di dubbia trasparenza che vuole costruire un gasdotto di dubbia importanza nel bel mezzo di una riserva naturale.

Chi, a distanza, difende il “progresso” senza capire le ramificazioni politiche, sociali e ambientali è “tragicomico”. Oppure, ma non vorrei essere maligno, è a libro paga di un dittatore.

Il #petrolio di #Rosneft va in #Cina

Tallinn, Estonia

È cominciata oggi la mia collaborazione con L’Indro, una testata giornalistica indipendente che viene pubblicata ogni giorno online. Mi occuperò dell’area post-sovietica (esclusa la Russia) con due articoli di analisi ogni settimana. Le questioni energetiche e internazionali, naturalmente, saranno oggetto di particolare attenzione. Mille parole, studio approfondito del tema ed esposizione chiara per addetti ai lavori e non.
Qui sotto, un “articolo di prova”, per fare capire al pubblico come saranno trattate le notizie. In questo blog inserirò, dopo la pubblicazione, titolo, link e breve sommario di ogni articolo, sperando di stuzzicare il vostro interesse.

 

Nuova politica energetica russa

Il petrolio di Rosneft va in Cina

A est, mutano gli equilibri di potere tra Gazprom e Rosneft

I nuovi accordi commerciali del gigante russo del petrolio mutano gli equilibri di potere interni tra Rosneft e Gazprom. Il monopolista del gas si indebolisce a ovest mentre la compagnia di Igor Sechin trionfa a est.

TALLINN – Rosneft ha incrementato in maniera sostanziale il suo potere nel settore energetico russo in meno di un mese. Lo scorso 21 giugno, al Forum Economico Internazionale di San Pietroburgo, il colosso petrolifero russo ha raggiunto un accordo di fornitura di greggio verso la Cina del valore di 270 miliardi di dollari per 25 anni. Questo non è il primo segno di una forte collaborazione tra Russia e Cina in termini di commercio energetico. Dopo un decennio di negoziazioni altalenanti, le trattative relative al petrolio sono state risolte grazie alla mutua volontà delle parti e alla capacità di fare incontrare domanda e offerta, questione chiave sia per le esportazioni russe, vitali per il bilancio di Mosca, sia per le importazioni cinesi, imprescindibili per sostenere la crescita della potenza asiatica. Nel 1993, la Cina divenne Paese importatore netto di petrolio, a causa della coincidenza tra l’esaurimento delle risorse interne e dell’aumento vertiginoso dell’attività industriale. Da allora, Pechino ha sete di idrocarburi e cerca fornitori nel mercato internazionale.

Attraverso l’oleodotto ESPO (East Siberian – Pacific Ocean), la Russia è entrata nel mercato petrolifero della regione asiatico-pacifica. Inaugurato nel 2008 dopo un tiro alla fune tra Cina e Giappone per stabilirne la rotta, ESPO rappresenta il principale collegamento tra Russia e Cina, attraverso il quale vengono trasportate 15 milioni di tonnellate di greggio ogni anno. Igor Sechin, che da Vice Primo Ministro partecipò all’inaugurazione di ESPO, in questi giorni sta mostrando al Presidente Vladimir Putin i gioielli commerciali che ha conquistato da amministratore di Rosneft. Ai tempi della presidenza di Dmitri Medvedev, Sechin ricopriva due ruoli fondamentali: vice primo ministro nel governo Putin e amministratore delegato di Rosneft. Con un colpo di coda inaspettato, Medvedev impose la separazione delle cariche di Sechin e altri ‘siloviki’ (ex-agenti segreti sovietici riciclatisi in politica). Con grande astuzia, Sechin rimase alla guida di Rosneft, lasciando l’incarico governativo, sicuro della rielezione di Putin. Tuttavia, gli scontri Medvedev-Sechin non sono terminati: il primo ha proposto di vendere il 19% di Rosneft, abbassando la quota statale al 56%, mentre il secondo ha rifiutato categoricamente questa opzione. Sechin ha comunque ricevuto un ammonimento da Putin, sebbene timido e informale: «stai proprio occupando una posizione da monopolista», riferendosi in particolare ai territori orientali della Federazione Russa.

Nel suo terzo mandato da presidente, Vladimir Putin ha scelto di percorrere senza indugi il vettore asiatico della politica energetica russa, ma le due compagnie a partecipazione maggioritaria statale, Gazprom e Rosneft, hanno avuto fortune diverse. Nel caso di Gazprom, il gruppo manageriale ha commesso numerosi errori commerciali nel tentativo di risolvere il dilemma delle esportazioni in Europa, dove dal 2009 il transito del gas naturale attraverso l’Ucraina è diventato instabile e insicuro. Gli esagerati investimenti in infrastrutture titaniche (Nord Stream e South Stream), intrapresi anche grazie alla partecipazione delle maggiori compagnie europee, sono diretti a mitigare le conseguenze delle ‘crisi di transito’, ma creano buchi profondi nel budget della compagnia russa. Per quanto riguarda le esportazioni, Gazprom sta soffrendo appunto perché si trova costretta a portare a termine progetti molto costosi, nonostante la produzione non cresca e i prezzi diminuiscano.

Gazprom e il governo cinese hanno ottenuto un’intesa sul prezzo del gas russo da esportare nella Repubblica Popolare nel marzo di quest’anno. Ciò aveva sorpreso molti analisti ed esperti, considerato che nei sei anni precedenti le negoziazioni tra Mosca e Pechino avevano ripetutamente disatteso le speranze. L’intesa, tuttavia, non costituisce necessariamente un accordo e la costruzione del gasdotto è ancora solo un progetto sulle mappe. Senza gasdotto, infatti, i protocolli di intenti sulle forniture di gas naturale non possono essere tradotti in realtà. All’interno della Russia, Gazprom sta inoltre cedendo terreno in termini di produzione, dove Rosneft e Novatek stanno erodendo fette di mercato  domestico sempre più rilevanti. Proprio Rosneft ha completato a fine maggio l’acquisizione di ITERA, compagnia specializzata nel settore del gas e recentemente uscita dalle grazie del Cremlino. Insieme agli asset, Rosneft ottenne anche i diritti sui giacimenti di ITERA, diventando così un avversario concreto per Gazprom, con cui doveva fondersi nell’ormai lontano 2005. Oggi è forse più plausibile che Gazprom venga spezzettata in varie compagnie più piccole e dedicate a ciascun settore della filiera energetica, dalla produzione alla distribuzione, come suggerito a marzo scorso da ‘The Economist’.

Quest’anno Sechin ha esercitato una forte pressione affinché il monopolio sulle esportazioni di gas naturale, appannaggio di Gazprom dal 2006, fosse eliminato. Questo permetterebbe a Rosneft di pianificare un programma industriale di lungo periodo per l’esportazione di gas naturale liquefatto (GNL) dai propri nuovi giacimenti nel nord della Russia. Da lì partirebbero anche le esportazioni di Novatek, che ha raggiunto un accordo con la cinese Sinopec per la produzione di GNL nella penisola russa di Yamal.

Rosneft è impegnata in una campagna a tutto campo in ambito internazionale. Al Forum di San Pietroburgo nei giorni scorsi, la compagnia russa ha creato delle joint ventures con ENI per lo sfruttamento di risorse petrolifere nel Mare di Barents e nel Mar Nero. Inoltre, ha messo nero su bianco diversi accordi di produzione e commercializzazione di petrolio e GNL con compagnie giapponesi, americane, olandesi e norvegesi. Sul sito web della compagnia si può trovare un contatore che segnala il numero di accordi raggiunti nella città di Pietro il Grande. Ad aprile Rosneft ha inoltre acquistato alcune quote della Saras, per aumentare la sua capacità di raffinazione. Nel corso dello scorso inverno, la compagnia di Sechin ha completato l’acquisizione di TNK-BP, joint venture nata nel 2003 tra alcuni banchieri russi e la britannica BP. Quanto successo è stato utile per mantenere un buon rapporto con BP in vista delle possibili esplorazioni artiche future, dopo quelle fallite nel 2011.

La Cina considera positivo l’incremento del potere di Rosneft, visti i problemi negoziali avuti con Gazprom in passato. La compagnia di Sechin è anche in buoni rapporti con il Kazakistan, che dal 2009 fornisce annualmente circa 10 milioni di tonnellate di petrolio alla Cina occidentale. Dall’Asia centrale arriva anche gas naturale dal Turkmenistan, nuovo partner chiave della Cina, a dispetto di Gazprom. Pechino ha tutto l’interesse a circondarsi di “amici energetici” affidabili e lasciare al proprio fato il lunatico management di Gazprom. Questo mutamento in termini di potere relativo nel settore energetico russo tra Gazprom e Rosneft non è invece ben visto da Putin, il quale preferirebbe una strategia più equilibrata per la nuova politica estera energetica che guarda a oriente. Tuttavia è probabile che la conclusione del terzo mandato di Vladimir Vladimirovich coincida con la fine dell’egemonia di Gazprom, confinata alle attività europee, e con l’ascesa di Rosneft e Sechin a est.